17/03/2010 - Inediti
SURVIVAL OF THE DEAD
L'ultimo segmento dell'epopea degli zombi di George Romero è un remake di Il grande paese, ambientato su un'isola...
Sei giorni dopo che i morti hanno cominciato a camminare, su un'isola al largo delle coste dell'America del Nord, i locali si dividono in due fazioni: quelli che sono per una tattica attendista, nella speranza che si possa trovare una cura all'epidemia, e quelli che vorrebbero distruggere subito gli zombi. Il vecchio Patrick O'Flynn e i suoi uomini, della fazione degli sterminatori, vengono costretti dai rivali, guidati da Seamus Muldoon, ad abbandonare il posto e a riparare sul continente. Qui, lanciato un appello via I-phone per trovare qualcuno che li aiuti a riguadagnare l'isola, possibile terra promessa una volta eliminati tutti i morti viventi, i fuggiaschi coalizzano le forze con un gruppuscolo di militari, alla guida del capitano Crockett. E tutti insieme salpano su un traghetto, diretti all'isola...
Un giorno di settembre del 2009, di ritorno dal Festival di Venezia, Mauro Gervasini entra in redazione, mi si avvicina, mi appoggia una mano sulla spalla e sentenzia: «È brutto»: «Ma proprio brutto, brutto? Senza appello?»; Lui fa un cenno di assenso. Erano già giunte reazioni dal Lido, l’indomani della proiezione, secondo le quali l’ultimo Romero, Survival of the Dead era qualcosa di simile a una catastrofe. Attori incapaci, regia del tutto latitante, mancanza di atmosfera, effetti da cartoon del tutto fuori luogo. Le aveva addosso tutte, insomma. Dalle recensioni più motivate e magari più clementi si evinceva che Survival fosse, quantomeno, un film “inutile”. Inutile è aggettivo che va per la maggiore, oggi, quando si parla di horror. I forum, i blog non fanno altro che ripetere inutile, inutile, inutile, inutile, come un mantra. L’hanno imparato, si vede che gli piace e lo usano appena possono. È un horror inutile. La domanda sorgerebbe spontanea su cosa sia e quale sia, oggi, un horror utile… Comunque, se così tanta gente dice e conferma che l’ultimo film di Romero è brutto e inutile, uno che ancora non l’ha visto deve e anzi è obbligato a credere che tutti costoro abbiano ragione. È come quel vecchio manifesto che mostrava uno sciame di mosche posato su un escremento, con sotto l’esergo: “Possibile che siano in tanti a sbagliarsi?”…. Possibile. Ora che Survival of the Dead è uscito in dvd in Inghilterra e che il suo “testo” è stato divulgato, si può dire che è sì possibile che in tanti si sbaglino. Deve essere una sorta di accecamento collettivo, un’epidemia tipo quella descritta nel libro di Saramago. Si può persino opinare che al Lido abbiano tutti visto un altro film, che so? Zombie Mass Distruction o qualche boiata del genere…
Comincia sei giorni dopo l’outbreak, in un’isoletta dominata da due clan rurali e prima dei titoli di testa si riallaccia esplicitamente a
Diary of the Dead, secondo un progetto che Romero ha intenzione di sviluppare ulteriormente, per cui i vari personaggi del penultimo film torneranno in quelli successivi.
Survival… è il primo, nel quale riappare il militare che fermava e depredava i ragazzi a bordo del camper in
Diary, Nicotine Crocket (Alan van Sprang). L’idea è la vecchia idea romeriana di una serie paratelevisiva sui morti viventi,
Chronicles of the Living Dead, che se
Survival darà buoni risultati si concretizzerà in altri film realizzati essenzialmente per il mercato dvd – anche se è notizia di questi giorni che
Survival in America avrà una distribuzione nelle sale. Ma entriamoci finalmente dentro, a questo film. Che non ci sia atmosfera, lo smentiscono – tanto per cominciare – tutta la parte notturna in cui van Sprang e quelli al suo seguito - due commilitoni, una ragazza lesbica (Athena Karkanis) e un ispanico (Stefano Di Matteo), e un ragazzo (Devon Bostick) incontrato per via - arrivano al molo e recuperano il traghetto che li porterà all’isola. Gli zombi pullulano nell’acqua come piranha e il tizio che vi nuota attraverso è fortissimo. Tutta la parte a bordo è Romero old style; poi, che il regista abbia un’inclinazione fumettistica (la forchetta col salsicciotto ficcata in fronte, piuttosto che la calotta cranica fatta esplodere che ricade come in un cartoon) non lo si scopre adesso e comunque qui non stona. L’ambiente autunnale dell’isola fa da cornice a visioni, sempre per restare alla famigerata “atmosfera”, che non deludono di certo: la zombi con gli occhi bianchi, a cavallo, che galoppa per l’isola è, a non volere esagerare, inquietante – tanto più quando la vediamo immobile, in groppa, che osserva uno dei personaggi camminare nel fitto del bosco. Tocchi del genere, in
Diary, non c’erano e tantomeno in
La terra dei morti viventi.
Ma il punto che l’opinione comune trova realmente dolente è quello che riguarda l’aspetto western, intrallacciato a quello politico. la faida tra le fazioni comandate dai due vecchiacci che vorrebbero, l’uno (Richard Fitzpatrick) tenere i morti viventi in casa, incatenati, nell’attesa che magari si scopra un rimedio all’epidemia, educandoli nel frattempo a mangiare carne di porco e di cavallo, e l’altro (Kenneth Welsh) piazzare a tutti i redivivi una pallottola in testa. Cioè la versione romeriana di Il grande paese, poiché di questo si tratta esplicitamente come ha detto il regista. Questo “commento sociale” – come usa dire – non è né troppo sottolineato né didascalico, obbedisce a una quota di divertimento che Romero si capisce che s’è preso in questa circostanza dopo la pesantezza, sia estetica sia intrinseca, di Diary of the Dead, film molto e persin troppo plumbeo. Tirando ordunque le somme: il consiglio è di non credere a chi lo ha smantellato e ne ha strillato l’inutilità, di questo frizzante, insinuante, corroborante, galoppante Survival of the Dead. Mentono tutti, non sapendo di mentire.
Davide Pulici