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SHUTTER ISLAND

regia:

Martin Scorsese

interpreti:

Leonardo DiCaprio, Mark Ruffalo, Ben Kingsley, Emily Mortimer, Michelle Williams, Max von Sydow, Jackie Earle Haley, Patricia Clarkson, Elias Koteas, Ted Levine

soggetto:

Dennis Lehane

sceneggiatura:

Laeta Kalogridis, Steven Knight

montaggio:

Thelma Schoonmaker

fotografia:

Robert Richardson

scenografia:

Dante Ferretti

produzione:

Paramount Pictures, Columbia Pictures

anno produzione:

2010

data di uscita:

05/03/2010


distribuzione:

Medusa Film

paese:

USA

voto:



divs
05/03/2010 - cinema

SHUTTER ISLAND

Martin Scorsese torna a confrontarsi con il puro genere thriller attingendo a piene mani dagli espedienti narrativi dello scrittore Lehane...

Nel 1954 una coppia di agenti federali (Leonardo DiCaprio e Mark Ruffalo) arriva sull’isola-manicomio di Shutter Island, dove sono rinchiusi i pazzi più violenti d’America, per indagare sul caso di una paziente scomparsa in circostanze misteriose. Nonostante l’apparente disponibilità dello staff medico, il clima sull’isola è fin da subito ostile, anche e soprattutto per la presenza di due primari (Ben Kingsley e Max von Sydow) che sembrano nascondere un terribile segreto…

 

Con Shutter Island, adattamento di un celebre bestseller di Dennis Lehane, L’isola della paura, pubblicato in Italia dall’editore Piemme, Martin Scorsese abbandona i grandi biopic, le saghe criminali e i maestosi ritratti d’artista che l’han visto impegnato in tutti questi anni, per tornare a confrontarsi con una storia di puro genere thriller. Per trovare qualcosa di simile nella sua carriera bisogna tornare indietro di quasi vent’anni, fino a Cape Fear – Il promontorio della paura (1991), con cui Shutter Island condivide atmosfere cupe e uggiose e l’impeto violento della psiche umana. Là era il disegno diabolico e persecutore di uno psicopatico (Robert De Niro), qui sono gli effetti irreversibili di un trauma famigliare, in aggiunta agli orrori della Seconda Guerra Mondiale, che insieme scardinano la percezione della realtà di un protagonista irrimediabilmente destinato ad abbandonare un vissuto di tormenti, tremendi ricordi e sensi di colpa per tuffarsi nel mare ovattato e asensoriale della lobotomia. Follia, tremenda follia, che tutto scombina e nulla risparmia.
 
Per chi avesse già dimestichezza con la storia di Lehane, il film non riserva alcuna sorpresa. Scorsese, infatti, attinge a piene mani dagli espedienti narrativi depistanti utilizzati dallo scrittore per portare avanti un gioco intessuto di indizi che è presto svelato. Per tutti gli altri, ci si aspetti un buon passatempo, ma che una volta scoperto l’inghippo si lascia ammirare specialmente per il gusto raffinato con cui il regista italoamericano rende omaggio ai grandi classici manicomiali e noir del passato, da Il corridoio della paura di Samuel Fuller (Shock Corridor, 1963) a La fossa dei serpenti di Anatole Litvak (The Snake Pit, 1948). Ad ogni modo Shutter Island è tesissimo, con una colonna sonora onomatopeica di Robbie Robertson opprimente e ossessiva che sembra provenire dagli angoli più bui del nostro inconscio; alcuni momenti onirici, come quelli legati ai campi di concentramento e alle frequenti epifanie della moglie (Michelle Williams) e dei figli defunti, hanno una potenza visiva e raccapricciante quasi da film horror, forse inedita prima d’ora nel cinema di Scorsese. Ma ora della fine tutto è troppo calcolato, prevedibile e una volta capita l’antifona, cioè neanche a metà del primo tempo, l’unico dubbio che rimane è come il film possa reggere per due ore e mezza senza diventare noioso.
 
Bernard-Hénry Lévy in un articolo apparso sul «Corriere della Sera» del 4 marzo 2010, pur riconoscendo la qualità artistica del film, allo stesso tempo ne prende le distanze, accusandolo insieme a Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino (Inglorious Basterds, 2009) di un pericoloso revisionismo storico di cui ultimamente Hollywood sembra promotore. Ad aver turbato l’attenzione del filosofo-giornalista francese ci sono la targa «Arbeit Macht Frei» su cui DiCaprio indugia all’ingresso del campo di Dachau, ma appartenente ad Auschwitz, e i continui rimandi al nazismo che accostano il manicomio in questione agli orrori di hitleriana memoria. Ne siamo proprio sicuri? Non fa tutto parte, piuttosto, di quel processo di trasfigurazione della realtà causato dai disturbi psicologici che attanagliano il protagonista?

 


Marco Cacioppo
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