04/01/2010 - Libri e Fumetti
RAVE DI MORTE
Mario Gazzola dà alle stampe il suo primo romanzo: un mix di cyberpunk e post-umano, tra innesti techno e discrasie lisergiche...
Immaginate un futuro prossimo in cui le corporazioni dell’entertainment abbiano accumulato un grado di influenza così elevato da controllare non solo le vite dei cittadini, ma la gestione degli spazi privati, mentali e non. Figuratevi delle pantagrueliche case discografiche con tanto di vigilantes-killer, convenzionalmente chiamati squadre antipirateria, che arrestano e processano chiunque sia sospettato di “crimini contro l’intelletto” (cioè scaricare canzoni dalla rete). Aggiungete allora un background sociale al collasso, fatto di quartieri ghetto auto-gestiti, penitenziari a organizzazione tribale con tanto di sacrifici umani, rave party scatenati a base di trasgressioni chimiche.
Ecco il primo romanzo di Mario Gazzola, Rave di morte. Una distopia elettronica ballata a ritmo allucinogeno, tra innesti techno, discrasie lisergiche, ieratici sincretismi sonori. Perché Gazzola, prima che narratore, è critico musicale, e non poteva cogliere occasione migliore per sperimentare cover letterarie rimestando, o meglio remixando, influenze post-sci-fi d’oltreoceano (sopra tutti William Gibson). La musica non è però banale paratesto autobiografico, ma tessitura intrinseca al libro, incrinatura sintattica, calembour post-umano di sotto-generi, correnti beat, cocktail alla mescalina di tendenze futuristiche. Un fondale a progressiva interattività virtuale, tra supermarket strutturati a video-game con cataloghi a tre dimensioni, discoteche sotterranee attraversate da slang di sapore anglosassone e nomenclature musicali dalle vezzose sfumature pop.
Quella di Gazzola è una scrittura liquefatta e flessibile, che s’immerge nella sostanza brulicante di un mondo de-antropomorfizzato, dove il corpo è ridotto a una serie di immissioni artificiali, trapianti epidermici, estensioni punk. In una sorta di parallelismo sincopato, la parola perde la sua indicalità, si fa contorno, si adatta malleabile alle cadenze di un futuro sintetizzato da rave notturni, psicotropi accorgimenti, scenari neo-underground tanto più realistici quanto esasperati.
Nella seconda parte, però, il libro muta i suoi risvolti stilistici, si adegua piuttosto alle metodologie narrative più canoniche, ai meccanismi costruttivi di matrice tradizionale, con incursioni sporadiche nell’horror truculento. L’irregolarità industriale dei brani, il barocchismo impreziosito e a tratti calligrafico della scrittura si diradano per lasciare spazio a melodie scandite dalla linearità dei toni, dalla puntualità delle soluzioni.
Il maggiore limite dell’opera è forse dato dalla brevità (circa centocinquanta pagine) che, lungi dalla concisione, drena l’immersione testuale dell’efficacia “empatica”, necessaria per penetrare a fondo nella storia. Non che lo stile di Gazzola scivoli nella superficialità, sia ben chiaro, ma se il corpus del romanzo avesse beneficiato di una progettazione di più ampio respiro, senz’altro l’impianto generale si sarebbe fatto più solido. Nonostante ciò, Rave di morte è e resta un’opera impeccabile, una ferita aperta e meravigliosamente sanguinante nel cuore di un contesto letterario (quello italico) sempre più circoscritto e provincializzato, così nemico dei generi “meno nobili” come l’horror e la sci-fi che voci alternative ne risultano spesso emarginate. Gazzola rifiuta le standardizzazioni e, per quanto i riferimenti, le citazioni, le incursioni siano ben presenti, svicola dalle impostazioni di rito per trasfondere la musica in letteratura e per rendere la letteratura esempio di eufonica musicalità.
Marco Marchetti