titolo originale:
The Mephisto Waltz
regia:
Paul Wendkos
interpreti:
Alan Alda, Jacqueline Bisset, Barbara Parkins, Bradford Dillman, William Windom, Kathleen Widdoes, Pamelyn Ferdin, Curd Jürgens
sceneggiatura:
Ben Maddow
montaggio:
Richard Brockway
fotografia:
William Spencer
musiche:
Jerry Goldsmith
produzione:
QUINN MARTIN
anno produzione:
1971
distribuzione:
FOX - 20TH CENTURY FOX HOME ENTERTAINMENT
paese:
USA
voto:
08/02/2010 - Cult
LA MACCHIA DELLA MORTE
Il film luciferino di Wendkos, veterano del piccolo schermo, sceneggiato da Ben Maddow e prodotto nel 1971 dalla Fox...
La fortuna di un mediocre pianista, ammogliato e con prole, Myles Clarkson, comincia nel momento in cui conosce un famoso concertista affiliato al culto di Lucifero. Alla morte di costui, infatti, Myles erediterà per vie sataniche la sua arte e il suo talento...
Più di qualcuno se lo confonderà nel ricordo con Crash l’idolo del Male, perché anche lì un grosso cane nero e satanico è parte della storia. Ma rivedendo ora La macchia della morte (The Mephisto Waltz, 1971) di Paul Wendkos, si alza la nebbia di antiche visioni e diventa chiaro che, a parità di molossi demoniaci, rispetto al film di Charlie Band quello di Wendkos sta su un altro pianeta. Da dove saetta un brillio cupo e cattivo. Il contesto è quello luciferino-complottista che dopo Rosemary’s Baby furono soprattutto i film televisivi americani a praticare, con risultati raramente spregevoli (La figlia del Diavolo, di Jeannot Szwarc, ad esempio, del quale sarebbe più che benvenuto un recupero in dvd).
La macchia della morte non è un tv-movie, anzi possiede la particolarità di essere stato l’unico film prodotto per le sale nel 1970 dalla Twenty Century Fox, reduce da terribili “bagni di sangue” al botteghino. Nondimeno, lo stile - quadrato, limpido, lineare, scorrevolissimo - lo parifica ai migliori telefilm del periodo, essendo la filosofia di Wendkos quella di un veterano (oltre cento regie) del piccolo schermo. Piana la forma, sì: con dentro però un contenuto parecchio “selvaggio”, che prende le mosse da un romanzo di Fred Mustrad Stewart e si fa sceneggiatura nelle mani di Ben Maddow (che scrisse Giungla d’asfalto). I livelli di lettura di una vicenda alla cui base c’è la trasmigrazione dell’anima e della personalità da un corpo a un altro, grazie al Diavolo e con l’aiuto di un liquido azzurraceo e del sinistro Libro di Calles, potrebbero essere ampi e interessanti - a cominciare dall’ambiguità del fabula docet che gravita dalle parti delle dottrine di Crowley. Ma anche limitandosi al suo valore apparente, La macchia della morte dischiude la natura di un piccolo capolavoro: il Signore delle Tenebre, convitato in maschera nei baccanali dell’alta società di Beverly Hills, nume silente di funerali celebrati in suo nome, oppure lieve brezza che si trasforma in figura umana all’acme di un rito arcano, è sempre protagonista di ierofanie genuinamente angosciose.
E colpisce come - senza mostrare quasi nulla -, Wendkos saturi l’atmosfera con l’aroma di una sensualità rabida, morbosa, feroce. Che rappresenta, in fondo, il motore di tutto quel che accade nel film, al di là e forse più dei malefici patteggiamenti con il “vecchio Jack”. I due stregoni protagonisti, Curd Jürgens e Barbara Parkins, padre e figlia incestuosi, in una sequenza degna di memoria si singuano con passione rara sotto gli occhi di Jacqueline Bisset, sbigottita ma presto partecipe anch’essa del vortice dionisiaco: tant’è che, nonostante una figlia avvelenata e uccisa dai cultori del Diavolo (in una straordinaria sequenza onirica), si risolve a scendere a patti col Malefico e a gabbare gi avversari con le loro stesse armi. Solo e soltanto per continuare a godere delle prodigiose virtù amatorie del marito (Alan Alda), che - peraltro - nemmeno è più tale se non nel corpo. Un grande ditirambo, in fondo, alla totale libertà dei sensi e del sesso
D.P.