15/03/2010 - cinema
IL SIERO DELLA VANITA'
Il regista di Almost Blue, Alex Infascelli, alle prese con uno spaghetti-Videodrome tratto da un soggetto di Ammaniti...
Alcune star del piccolo schermo vengono rapite: due poliziotti indagano sul caso e, con l'indagine, vengono a galla vizi e virtù del nuovo oppio dei popoli, del nuovo siero della vanità: la tivù...
Bisognerà riconsiderare con maggiore attenzione critica e onestà intellettuale l'annata 2004: questa annata, nel bene e nel male, si distinse per un particolare (e fallimentare) contrattacco del cinema di genere italiano, soprattutto quello giallo dalle sfumature orrorifiche. Infatti, nel 2004 uscirono pellicole come Il Cartaio di Dario Argento, Il Siero della Vanità di Alex Infascelli e Occhi di cristallo di Eros Puglielli. Incominciamo pertanto ad indagare questo ritorno dietro alla macchina da presa di uno delle nuove speranze del thriller italico, Infascelli appunto, dopo l'esperienza nel 2000, con Almost Blue. Prima di tutto, è necessario rendere l'onore delle armi ad un autore che, al pari di altri suoi relativamente pochi colleghi, ha tentato di resuscitare dalle proprie ceneri quella sorta di Fenice che è il cinema bis italico. Detto ciò, non possiamo non rilevare come Il Siero della Vanità sia una pellicola che veleggia costantemente tra suggestivi risultati in attivo e prevedibili passività.
Ciò che nel film è al tempo stesso un merito ed un significativo difetto è il tentativo di rivitalizzare, rinnovare il genere giallo-satirico all'italiana sia dal punto di vista narrativo che da quello puramente visivo. In questo, il film di Infascelli si rivela decisamente ambizioso, nettamente alla ricerca di un nuovo modo di inquadrare e ricostruire i classici canoni della suspense. Ma il problema, appunto, nasce proprio qui: siamo sicuri che la rinascita del cinema di genere thriller italiano passi per uno stile palesemente derivativo (i titoli di testa paiono quasi una citazione-rielaborazione del Videodrome croneberghiano, ma in fondo tutto il cinema bis degli anni ruggenti era intrinsecamente epigonale...) e che cerca di stupire, stordire lo spettatore con ritmi sincopati e immagini così ricercatamente originali e grottesche da rendere il film una sorta di patchwork indeciso e ambiziosamente transgender? Va tra l'altro notato come, paradossalmente, il film in questione è co-prodotto anche da Rai Cinema e nonostante ciò non lesina troppo alcuni veloci accenni di violenza e feroce autoironia sul mondo televisivo... ma questo non basta. Nei cari vecchi (vecchi? Nuovissimi..) film di Fulci e compagni, non c'era solo l'elemento splatter a coinvolgere e turbare, ma anche una sorta di malata filosofia che li sottintendevano, un'atmosfera che non cercava a tutti i costi (con le dovute eccezioni...) di stupire, ma nasceva lentamente, sottopelle, come un demone sottocutaneo che mira anche allo stomaco di chi guarda.
Dopo una prima visione di Il Siero della Vanità, rimane uno strano impasto di inquietudine e di coinvolgente morbosità (perchè, sia detto per inciso, in diversi momenti il film incide e anche a fondo, si veda la carrellata nel corridoio con i vari ostaggi con in sottofondo "La banda" di Mina..), quasi un Videodrome meno cattivo e filosoficamente lucido, uno spaghetti-Videodrome, ma anche la sensazione che il film scivoli tra le dita come sabbia, impercettibile nella sua voluta, esasperata pesantezza d'ambizioni e atmosfere....Una sorta di ansia di prestazione colpisce dunque l'attuale cinema giallo-horror italico, senza contare l'assenza di sceneggiatori validi (e ciò si sente anche, in parte, nel film di Infascelli..e il richiamo argentiano scatta subito, ça va sans dire..). Peccato, perchè in fondo la stoffa c'è ma a mancare, anzi, a sovrabbondare, è proprio il tentativo troppo palese ed invadente di dimostrare a tutti i costi che italians do it better...nel campo del bis, beninteso.
Alberto Decostanzi