titolo originale:
Un prophète
regia:
Jacques Audiard
interpreti:
Tahar Rahim, Niels Arestrup, Adel Bencherif, Hichem Yacoubi, Reda Kateb, Jean-Philippe Ricci, Gilles Cohen
soggetto:
Abdel Raouf Dafri, Nicolas Peufaillit
sceneggiatura:
Thomas Bidegain, Jacques Audiard
montaggio:
Juliette Welfling
fotografia:
Stéphane Fontaine
musiche:
Alexandre Desplat
anno:
2010
produzione:
Chic Films, Why Not Productions, Page 114
anno produzione:
2009
data di uscita:
19/03/2010
paese:
Francia
voto:
17/03/2010 - cinema
IL PROFETA
Jaques Audiard firma un gangster movie atipico che si innesta sul filone del cinema carcerario e al contempo ne prende dichiaratamente le distanze...
Malik (Tahar Rahim) ha solo diciannove anni quando è incarcerato per scontare una pena a sei anni di reclusione. Indifeso e per giunta analfabeta, il giovane sembra destinato a soccombere alla vita selvaggia del penitenziario, ma un’occasione offertagli da Luciani (Niels Arestrup), boss della mafia corsa che lo prende sotto la propria ala, gli consente di iniziare un’inattesa scalata ai vertici della criminalità organizzata e ottenere così la propria rivalsa sociale...
Jaques Audiard ha fatto centro. Lo avevamo intuito dopo il Festival di Cannes 2009, quando gli hanno assegnato il Gran Premio della Giuria, e ne abbiamo avuto conferma adesso. Il motivo è presto detto. Il Profeta (titolo originale Un Prophète) è un gangster movie insolito, ben scritto e altrettanto ben girato dall’autore francese, che s’innesta sul filone del cinema carcerario e al contempo ne prende le distanze, trasformandosi in un discorso più ampio sulla violenza, il razzismo, l’abuso di potere. Il film è quasi interamente ambientato fra gli angusti spazi di un sordido penitenziario in cui la guerra fra clan, corsi, arabi, marsigliesi e malavitosi di provincia, è persino più feroce che fuori dalle gattabuie.
Come dietro le quinte di un teatro, la prigione disegnata da Audiard esclude allo sguardo della legge l’abile gioco del criminale-burattinaio che muove i fili dall’interno. Ed è proprio in questa giungla selvaggia, dove sopravvive solo chi non ha niente da perdere, che prende il via il tormentato calvario del protagonista Malik El Djebena , interpretato da un solido Tahar Rahim, magnificamente capace di aderire al personaggio dell’indifeso che si fa strada da solo. Umiliato e spogliato di qualsiasi rispettabilità umanamente accettabile, egli impara a uccidere per non essere ucciso, apprende nuovi linguaggi per comunicare con le diverse tribù che abitano la galera e, infine, impara a trattare con gli altri per capire cosa vogliono da lui; e a sua volta, cosa lui può ottenere da loro. Nel mezzo sequenze di una violenza estrema alternate a momenti più drammatici, mentre la storia si articola su un impianto corale in cui pullulano individui delle peggior specie. Nelle oltre due ore e mezza su cui è spalmato il film, però, ciò che non viene meno è la necessità di mostrare anche l’aspetto tragico e sofferente della vicenda umana.
In Il Profeta lo sguardo di Audiard è filtrato da un ruvido realismo che conferisce al racconto un respiro epico e molto intenso, specie mentre segue da vicino i suoi personaggi cogliendone sfumature e ambiguità, con echi da western. Il giovane magrebino Malik inizia la sua ascesa partendo dal punto più basso possibile, ma è dotato anche di un’intelligenza e di una sensibilità fuori dal comune che, come in un romanzo di formazione, gli consentono di evolvere nel corso della storia cadendo e rialzandosi ogni volta. Non è un criminale alla Melville e nemmeno un padrino, ma piuttosto un nuovo tipo di criminale che oscilla continuamente fra bene e male, e in cui convive un sentimento doppio di brutalità e di tenerezza. Un profeta, appunto, di cui, in uno scenario sociale da homo homini lupus, si è disposti ad ascoltare il duro messaggio.
Gaetano Calabrò