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Hush

regia:

Mark Tonderai

interpreti:

William Ash, Christine Bottomley, Andreas Wisniewski

soggetto:

Mark Tonderai

sceneggiatura:

Mark Tonderai

montaggio:

Victoria Boydell

fotografia:

Philipp Blaubacch

musiche:

Theo Green

anno:

2008

paese:

UK

divs
11/06/2011 - Film Inediti

Hush

Film d'esordio per lo sceneggiatore e attore Mark Tonderai che dirige Hush. Questo horror del 2008 cerca di tenere ai massimi livelli la tensione, ma ci riesce in parte. Dall'horror made in England ci si aspettava di pił che un film fiacco e poco brillante.

 

Oggetto filmico contraddittorio questo Hush,opera prima targata 2008 dell’attore e sceneggiatore britannico Mark Tonderai (Dog Eat Dog del 2001), del quale attendiamo la seconda prova registica, House at the End of the Street ,prevista per il 2012.
 
Il pattern del film è quello classico dello psicopatico on the road, dunque è impossibile non pensare in primo luogo al celeberrimo e magnifico Duel (1971) e , in misura minore, a The Hitcher (1986); Tonderai aggiunge qualche buona variazione sul tema,un montaggio serratissimo e una suspense continua, con la pecca di essere tirata troppo a lungo, finendo irrimediabilmente per cedere. Bella e realistica fotografia ad opera di Philipp Blaubacch.
 
Zakes (William Ash) e Beth (Christine Bottomley), sono una giovane coppia in crisi, in viaggio su una piovosa autostrada inglese; l’incipit è dunque piuttosto statico, basato su dialoghi che hanno il pregio di essere non banali, offrendo così una buona delineazione iniziale dei personaggi. Lo spettatore scopre dunque che Beth ha tradito l’immaturo compagno, scrittore in crisi creativa che per tirare a campare attacca manifesti nelle toilettes delle aree di servizio (sono queste infatti le mete del loro road trip).
 
Tra un litigio e l’altro compare loro davanti un camion bianco, il portello posteriore si apre per un attimo e Zakes vede una donna che grida aiuto; questo spunto, di per sé piuttosto esangue e inconsistente, dà il via al classico gioco del gatto col topo, che vede Beth rapita anch’essa durante una sosta in autogrill, in coincidenza della fine della loro storia e Zakes che da codardo si trasforma in eroe fai da te per salvare l’amata in pericolo.
 
Il film si basa dunque su inseguimenti pressoché continui da parte di Zakes verso il camion e vice versa; i colpi di scena non mancano e il regista mira a tenere sempre la tensione al massimo, il che gli riesce solo in parte. Il gioco, dopo un po’, stanca e la corda troppo tesa si allenta, com’è naturale che sia. Il film dura circa 90 minuti, la durata ideale sarebbe stata probabilmente la metà, per poter così evitare le numerose ripetizioni di situazione e lo stancarsi (e stancare) del meccanismo.
 
Il quale fino ad un certo punto del film regge comunque molto bene: la suspense ha i tempi giusti, è ben giocata e strutturata, anche nel suo intervallarsi al cotè puramente emotivo del film, ossia l’amore al capolinea tra i due protagonisti, che è messo in scena in modo semplice, ma diretto, tenendo dunque ancorata alla realtà una situazione di per sé abbastanza assurda.
Alcuni colpi di scena sono ben inseriti e prendono di sorpresa lo spettatore, ma la sceneggiatura, seppur di livello medio/buono, finisce per sflilacciarsi, ripetersi,diventare sempre più la copia carbone di se stessa.
 
Ci si ritrova dunque davanti a dei loop narrativi, che finiscono per diventare inesorabilmente prevedibili, annientando in malo modo la tesa aspettativa del “ciò che verrà dopo”. Il ritmo veloce del montaggio distoglie inizialmente l’attenzione da alcune lacune non indifferenti del plot: non ci si preoccupa, ad esempio, di spiegare a che fine queste donne vengano rapite, spiegazione che se fosse stata resa magari anche in modo non banale, avrebbe potuto rappresentare un valore aggiunto ed uno spunto interessante in una trama di per sé piuttosto esile.
 
I protagonisti sono asciutti nella recitazione, convincenti, ma anch’essi finiscono per andare sopra le righe verso la fine del film, che culmina in un happy ending solo apparente; la pellicola infatti prosegue, in una breve sequenza a finale aperto, dopo i primi titoli di coda: meccanismo ormai visto e stravisto, troppo risaputo per risultare efficace, così artefatto e posticcio da essere quasi fastidioso.
L’uso del telefono cellulare, uno dei grandi nemici delle storie horror contemporanee, ha un ruolo centrale, passando rapidamente da provvidenziale a inutile, per prendere poi la piega di fonte di crisi personali e assai più banalmente, pericoloso aggeggio che squilla quando non dovrebbe. Scelta narrativa che stanca piuttosto in fretta e non convince.
 
Un film dunque fatto di alti e bassi, trovate azzeccate miste a scivoloni, basato interamente sull’ uso e abuso della suspense “ad ogni costo” che finisce per diventare ridondante e, quel che è peggio, l’opposto di ciò che vorrebbe essere, ossia noioso. Hush non lascia dunque granché nello spettatore, scorre via anche abbastanza piacevolmente senza essere memorabile, ma si eleva leggermente al di sopra della media dei prodotti horror che vengono propinati ai giorni nostri.
 
Da una pellicola britannica, dunque non partorita dai fabbriconi cinematografici hollywoodiani bensì figlia (illegittima, in questo caso) di una tradizione orrorifica gloriosa e spesso fuori dagli schemi, ci si aspettava qualcosa di più che un prodotto patinato, superveloce e ,tutto sommato, convenzionale. Ci si accontenta dunque, ma con un retrogusto amaro che permane, sicuramente ben più a lungo del ricordo di un film troppo pallido.
 

 


Chiara Pani
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