regia:
Judd Apatow
interpreti:
Adam Sandler, Seth Rogan, Leslie Mann, Eric Bana, Jonah Hill Jason Schwartzman
sceneggiatura:
Judd Apatow
montaggio:
Janusz Kaminski
fotografia:
Craig Alpert, Brent White
musiche:
Michael Andrews, Jason Schwartzman
produzione:
Apatow Productions, Columbia Picture, Universal Pictures, Happy Madison Productions
anno produzione:
2009
distribuzione:
Universal Pictures Italia
paese:
USA
voto:
19/10/2009 - Film in sala
FUNNY PEOPLE
Adam Sandler è il protagonista di una commedia demenziale sul senso della vita e sul valore dell?amicizia...
George Simmons è un cabarettista di successo. Le donne gli cadono ai piedi, gli uomini ne cercano l'amicizia. Un giorno scopre di avere una grave malattia del sangue che lo condanna ad un solo anno di vita. Una sera dopo un'esibizione in un locale, incontra Ira Wright, un comico alle prime armi. George gli insegna i trucchi del mestiere, i segreti dell'improvvisazione, temprandolo per il grande pubblico. Ma oltre ad un maestro di recitazione George si rivela per Ira un maestro di vita e un amico genuino.
George Simmons (Adam Sandler) calca il palcoscenico della comicità, ottenendo tutto quello che un americano medio potrebbe desiderare dalla vita: successo, soldi, donne. Quando il medico gli diagnostica una malattia mortale, l’uomo si accorge che tra tutti i beni posseduti manca l’unico che non si può comprare: l’amicizia. Per rimediare, prenderà sotto la sua ala protettrice un comico esordiente, Ira Wright (Seth Rogen), facendosi guidare da questi lungo il difficile percorso che lo attende. Un giorno il dottore gli comunica che la malattia è stata sconfitta, e che George può tornare a vivere. Qualcosa in lui è però definitivamente cambiato.
Il soggetto non è certo originale. Un abbozzo di idea, amorfa e incompleta, che Patrice Leconte ha sviluppato ne Il mio migliore amico secondo i dettami agrodolci di una rispettabile commedia esistenziale. Ma che purtroppo in mano a un mediocre mestierante come Judd Apatow (quello di 40 anni vergine, per intenderci) si trasforma in demenzialità senza scusanti.
Si potrebbe dire, debordianamente, che il film non c’è. Non c’è perché dell’ipotetica sceneggiatura non resta che un canovaccio apatico, incolore. Una traccia di qualcosa che avrebbe dovuto essere, ma che in realtà è rimasto sottoforma di vaghe idee gettate alla rinfusa. Il film si sbobina per quasi due ore e mezza, decelera, rallenta, s’arresta per (non) ripartire. Attendiamo inutilmente che questo polpettone raffermo ci strappi un sorriso, che una battuta colpisca, che una situazione pungoli a dovere le nostre aspettative. In modo sofisticato o grossolano, poco importa. L’essenziale è che la commedia, perché di questo si tratta, possieda una sua aurea, una caratterizzazione peculiare, una tipicità distintiva. Insomma, che faccia ridere. Invece niente. Si ha come l’impressione che tutto sia sbagliato, fuori tempo, appiccicato alla buona per concludere il minutaggio previsto. Gli attori piangono quando dovrebbero gioire, per poi rallegrarsi nel momento in cui un atteggiamento compunto sarebbe più opportuno. Persino Sandler, nei panni gigioneschi di un guitto fuori controllo, alla lunga infastidisce. Saltella, si sbraccia, gorgheggia, ma senza dire nulla. Perché non c’è coerenza, un disegno logico, uno schema basilare entro il quale imbrigliare e controllare le reazioni.
Ma Apatow non è certo uno sprovveduto, e per salvare capra e cavoli tira fuori l’asso dalla manica: la scurrilità più sguaiata. D’altronde quando non si sa che pesci pigliare, si vira al volgare. Funny People è sì rozzo, ma non di quella balordaggine casereccia che aveva innervato opere come Berlinguer ti voglio bene di una cafoneria quasi ieratica; si tratta piuttosto di una trivialità pretestuosa, che ingozza uno script di per sé sbocconcellato con lessico a luci rosse e scene di sesso a gogo.
A conti fatti, Funny People non rappresenta che il punto più basso finora raggiunto dalla commedia americana. Uno spettacolo ripiegato su se stesso, di saccheggio, sempre più saccente e lontano dalla funzione di genere: intrattenere onestamente un pubblico pagante.
Marco Marchetti