regia:
Marco Ferreri
interpreti:
Jerry Calą, Sabrina Ferilli, Massimo Bucchi, Valentino Macchi
soggetto:
Liliana Betti
sceneggiatura:
Riccardo Ghione Liliana Betti, Marco Ferreri
montaggio:
Ruggero Mastroianni
fotografia:
Mario Vulpiani
musiche:
Gato Barbieri
produzione:
Vittorio Alliata per Societą Olografica Italiana
anno produzione:
1993
distribuzione:
IIF
paese:
Italia
09/03/2010 - Cult
DIARIO DI UN VIZIO
Il penultimo film di Marco Ferreri con un convincente e a tratti straziante Jerry Calą e una giovane Sabrina Ferilli...
Benito, quarantenne rappresentante di un linea di detergenti per sanitari, trascina la propria misera esistenza tra umilianti avventure erotiche, squallide pensioncine di periferia prima di sparire improvvisamente nel nulla, lasciando solo un diario, un diario di un vizio...
Con Diario di un vizio siamo nel 1993, al penultimo film di Marco Ferreri, più precisamente tra La casa del sorriso del 1991 e Nitrato d'Argento del 1996. Sul film in sé, nei vari giudizi critici emessi nel corso del tempo si è detto (quasi) di tutto: sgangherato, imperfetto, non all'altezza dei precedenti capolavori di questo autore controcorrente. Tutto vero: perchè, ovviamente, del film non si può tacere come la struttura tecnica e narrativa sia palesemente sgangherata e quasi involuta, in cerca non di una progressiva raffinazione ed evoluzione bensì, al pari del personaggio impersonato da un convincente e finanche straziante Calà, di una graduale scomparsa dal mondo, dal mondo tout court e dal mondo del cinema e dell'arte più precisamente.
Lo stile di quest'opera non poteva non essere così, sul sottile crinale dell'allucinazione e dell'amatorialità tecnica: quasi una risposta-simbiosi con una cinema e con un'Italia targata anni '90 che va lentamente sempre più verso una deriva etica e politica che si riflette nelle derive dei singoli individui. Più che un film da intendersi classicamente, Diario di un vizio è quasi l'ultimo rantolo-ruggito di un autore incazzato con l'universo, con un universo che lo ha sostanzialmente sempre emarginato e etichettato con definizioni di comodo, una zampata al contempo stanca e giammai doma; il personaggio di Calà non è altro che il regista stesso, in lotta con i limiti imposti da produttori-strozzini e ammaliato-disgustato dalla decadenza da suburra della televisione. Ferreri non cerca altro che annullarsi proprio come il protagonista, non prima però di essersi abbandonato ad un benefico (?) e anarchico girovagare per una Roma attraente e respingente con il suo squallore rivelato: un vagabondare che, specularmente, ricorda quasi al centro del film d'esordio di Tinto Brass, Chi lavora è perduto del 1963.
E poi come non tacere dell'ulteriore simbiosi tra un regista che sente di essere arrivato quasi alla fine, quasi all'Apocalisse che immaginava toccasse al (suo)mondo, come ben enunciato nella sua filmografia precedente, e un attore ex comico di successo che pare quasi riassumere il proprio declino nella figura di un fallito venditore di detergenti sanitari: quasi l'incontro tra due perdenti, falsi vincenti per le regole ipocrite dello show business non solo italico. Come non ammettere la fusione sia tra la figura di Ferreri, di Calà e, in definitiva, del film stesso: quest'ultimo, infatti, è al pari dei primi, un film zoppicante e vitalissimo, perlomeno se confrontato con il p(i)attume odierno, sublimemente sporco, deragliato e lucidissimo, feroce e sentimentale, un vero e proprio diario di un vizio (quale vizio, se non la libertà di vivere liberamente?), che si fa carne di ragazze trucide e sangue, immagini rozze e poesia nichilista.
Alberto Decostanzi