regia:
Christian Alvart
interpreti:
Renée Zellweger, Jodelle Ferland, Ian McShane, Kerry O'Malley
montaggio:
Mark Goldblatt
fotografia:
Hagen Bogdanski
anno:
2009
produzione:
Paramount Pictures
distribuzione:
Paramount Pictures
voto:
09/02/2010 - cinema
Case 39
Un altro film dal filone dei bambini malvagi, con una Renèe Zellweger versione horror..
Lilith è una ragazzina di 10 anni che subisce violenze da parte della famiglia. L’assistente sociale Emily Jenkins la salva da morte sicura e decide di adottarla, ma le persone a lei care cominciano a morire e Lilith non sembra più così innocente come poteva sembrare.
Questo Case 39 non ha avuto certamente vita facile, a cominciare dall’incidente causato da effetti speciali incendiari fuori controllo che hanno distrutto buona parte del set. La sfortuna ha proseguito la sua opera tenendo in standby il film per quasi tre anni (è stato girato nel 2006, ma ha iniziato ad avere visibilità solo nel 2009) e nel frattempo il tedesco Alvart ha avuto tempo di dirigere un altro film, il cupo apologo fantascientifico Pandorum.
In Italia, terra piuttosto avara nei confronti del genere nelle sale, gli è stata destinata una distribuzione solo in homevideo, come se si trattasse di un filmaccio qualunque. Ed è un vero peccato, perché Case 39, pur non apportando nulla di originale al sottogenere “bambini demoniaci” (come in qualche modo aveva fatto di recente Orphan), ha tutte le carte in regola per essere apprezzato come un buon esercizio di ritmo e di suspence, con un ottimo inizio da thriller che pian piano prende in maniera sempre più decisa e cruenta (il gore è limitato ma non manca) la strada dell’horror demoniaco puro. Il merito della riuscita va diviso tra la regia, che quando non svacca negli effettacci riesce ad essere efficace e disturbante (la sequenza iniziale della famiglia che rinchiude la propria figlia nel forno è un piccolo capolavoro), e l’ottimo lavoro degli attori, soprattutto della giovanissima Jodelle Ferland che interpreta una Lilith inquietante nel suo manifestarsi innocente, in contrasto con l’atrocità delle sue azioni.
Non tutto è perfetto: la parte finale risente di una certa debolezza e di qualche errore di continuità fotografica evidente, probabilmente strascico dei problemi produttivi sopra accennati. Inoltre, il nome di richiamo sui cartelloni, Renee Zellweger, ormai lontana dai fasti da Oscar del decennio scorso, ha purtroppo il fascino malsano della star caduta in disgrazia, ma fa comunque il suo sporco lavoro tentando di dare profondità al personaggio di Emily Jenkins scritto con un ausilio eccessivo del manuale del facile psicologo (del genere: mi occupo dei bambini perché i miei genitori mi trattavano male ecc. ecc.). Ma avercene di film così! Per gli amanti del cinema italiano, sembra voluta la citazione da Suspiria del cane che attacca alla gola il detective dentro il garage.
Mattia Ravaioli