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BRÜNO

regia:

Larry Charles

interpreti:

Sacha Baron Cohen

sceneggiatura:

Anthony Hines, Dan Mazer, Jeff Schaffer, Sacha Baron Cohen, Peter Baynham

divs
27/10/2009 - Film in sala

BRÜNO

Dopo Borat, il comico Sacha Baron Cohen ritorna con un film politicamente scorretto, satira del mondo che ci circonda...

Apparso per la prima volta in piccoli sketch realizzati per il canale televisivo The Paramount Comedy Channel nel 1998, Bruno, reporter gay dai modi fashion, arriva sul grande schermo per assicurare un altro incredibile successo.

 

Gran trasformista l'attore inglese ed ebreo Sacha Baron Cohen. Dopo Borat, Brüno: sempre reporter ma senza i baffoni neri, biondo e completamente glabro. Il kazako Borat inseguiva Pamela Anderson, invece l'austriaco Brüno trova repellente la biondona di turno. Herr Brüno sogna di superare in fatto di celebrità il Führer. Decisamente ignorante e volgare, Brüno è un personaggio adatto per un film politicamente scorretto come questo, satira del grottesco mondo in cui viviamo. Il guaio, direbbe Brüno, è che dura poco: dopo una partenza zuper, minimum arrapatium.
 
All'inizio c'è un bell'attacco alla nostra società, che “fa fuori” le persone da un giorno all'altro (capri espiatori, mostri in prima pagina...). La sequenza è slapstick: Brüno, che indossa un vestito in velcro, danneggia una sfilata di moda e viene bandito dalle sfilate. E abbandonato da quelli che riteneva amici, nonché dal suo boyfriend, nella finzione. Mentre nella realtà l'attore è stato arrestato, perquisito e interrogato dalla polizia di Milano. Non si distingue più ciò che è reality da ciò che è fiction. Nelle società occidentali Tv-dipendenti sembra che la cosa non importi a nessuno; anzi, evviva la confusione molto televisiva e che qui, come in Borat, regna sovrana. Brüno si regge su interviste false-vere e situazioni assurde. Ma non è così cruciale sapere dove c'è “realismo”. Conta, invece, che dopo l'emarginazione di Brüno si succedono battute e sketch la cui serialità stanca. Spesso non si può non ridere, ma la coazione a ripetere toglie il gusto. Alla lunga, il tono irriverente e provocatorio risulta fine a se stesso. L'umorismo è dissacrante nelle intenzioni, non sempre negli esiti.
 
L'impressione è di farsi solo una grande abbuffata, indigesta come quella di Brüno (simile alla reazione delle 16enni alle pene d'amore). Non vogliamo però essere duri con il film, come Harrison Ford a contatto con Brüno... Perché Brüno è senz'altro meglio di un cinepanettone; perché diverte; e perché è contro le discriminazioni (forte il momento in cui compare la targa “convertitore di gay”, così come quello nella gabbia...). Anche se la trovata finale di coinvolgere personaggioni che stanno al gioco di cantare con Brüno, sa di salvagente.

 


Piero Verani
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