regia:
Tim Burton
interpreti:
Mia Wasikowska, Johnny Depp, Helena Bonham Carter, Crispin Glover, Anne Hathaway
soggetto:
Alice nel Paese delle Meraviglie e Attraverso lo specchio di Lewis Carroll
sceneggiatura:
Linda Woolverton
montaggio:
Chris Lebenzon
fotografia:
Dariusz Wolski
musiche:
Danny Elfman
scenografia:
Robert Stromberg
produzione:
Walt Disney Pictures, The Zanuck Company, Team Todd, Tim Burton Animation Co.
anno produzione:
2010
data di uscita:
03/03/2010
paese:
USA
voto:
02/03/2010 - cinema
ALICE IN WONDERLAND
L'Alice di Tim Burton si distacca dai modelli precedenti ma non tanto quanto ci si aspettava da un regista visionario come lui...
Dopo sedici anni, Alice (Mia Wasikowska), orfana di padre commerciante con l'Oriente, a sua insaputa è promessa in sposa a un giovane quanto noioso rampollo inglese. Durante il party organizzato dalle due famiglie in vista dell'annuncio ufficiale del loro fidanzamento, Alice è distratta dal Bianconiglio che la incita a seguirlo, pianta in asso il contendente e fugge nel labirinto della tenuta per poi cadere in un buco e ritrovarsi in un paese delle meraviglie in preda al collasso a causa del malgoverno della Regina Rossa, (Helena Bonham Carter) che ha spodestato con la forza la Regina Bianca (Anne Hathaway), sua sorella, e del temibile Fante di Cuori (Crispin Glover). Il compito designato di Alice sarà quello di riportare ordine e pace a Wonderland con l'aiuto di un manipolo di surreali creature tra cui il Cappellaio Matto (Johnny Depp) e lo Stregatto.
Nello speciale di «Nocturno» dedicato alle trasposizioni cinematografiche di Alice (n. 90), il sottoscritto scriveva che il merito del nuovo film di Tim Burton sarebbe stato soprattutto quello di trasmutare l'immaginario fantastico ottocentesco concepito da Lewis Carroll secondo le moderne possibilità garantite dalla tecnologia tridimensionale di nuova generazione. Nì. Perchè Alice in Wonderland vuol essere anche un nuovo tentativo di rinverdire le avventure della celeberrima bambina che sogna a occhi aperti attraverso un'operazione di rielaborazione di personaggi e episodi resi celebri da più di un secolo di letteratura e cinema. Il problema è che il film da un lato non funziona e dall'altro è vecchio, già visto troppe volte, nonostante il contributo creativo di un regista visionario come Burton.
Innanzitutto la storia, quella di Alice nel Paese delle Meraviglie, cuore pulsante e fantastico della pellicola ma che, nonostante il tentativo di creare una continuità col resto – il prologo e l'appendice calati in un contesto realistico di crescita e perdita di innocenza ed esperienze infantili già vissute e poi col tempo dimenticate –, è piatta, prevedibile quanto banale, insomma, troppo in linea con i canovacci tipicamente disneyani a cui siamo stati abituati da almeno quindici-vent'anni a questa parte. Roba che al confronto il capolavoro a cartoni animati che Walt Disney produsse nel 1951, con tutti i suoi riferimenti alla cultura lisergica, l'ambiguità delle situazioni e il meccanismo spiazzante della struttura narrativa, sembra ancora un film sperimentale di perturbante e ingannevole pervicacia. Ci sarebbe anche da chiedersi se la sceneggiatrice Linda Woolverton abbia visto la miniserie creata da Nick Willing nel 2009, Alice, e se questa l'abbia in qualche modo influenzata.
È vero che la concomitanza con cui sono state distribuiti i due progetti è molto stretta, ma l'idea di fondo – lì una Wonderland futuristica, qui gotica, in ambo i casi in preda allo sfacelo – è pressoché identica. In secondo luogo Tim Burton, che manca quasi totalmente e questo fa pensare che al di là del suo estro visionario, la Disney non gli abbia dato benché minima carta bianca. Certo, ci sono le ambientazioni gotiche e l'acconciatura dark dei personaggi, ma è sufficiente? No, se tra un Cappellaio Matto che balla la “deliranza” e un duello finale che sembra quello di Semola contro Maga Magò in La spada nella roccia, l'unico elemento davvero burtoniano sono quelle teste decapitate dalla Regina Rossa che galleggiano nel fossato. Poi c'è la “magia” del 3D, ok, ma se questo basta a far grande un film significa proprio volersi accontentare
Marco Cacioppo