07/09/2009 - Cinefest
VENEZIA 2009: THE ROAD, LIFE DURING WARTIME, VALHALLA RISING
The Road, di Hillcoat; Life During Wartime, di Solondz; Valhalla Rising, di Winding Refn
Ecco una pellicola che bene si coniuga all’atmosfera post-apocalittica che quest’anno si è abbattuta sul Lido, come il nero manto del Tristo Mietitore: ci riferiamo a The Road che l’australiano John Hillcoat (Ghosts of the Civil Dead; The Pro Position) ha tratto dall’omonimo romanzo di Cormac McCarthy: sulla carta, una delle pellicole più attese della tenzone di quest’anno, visto il ruvido talento del Nostro dimostrato nelle pellicole precedenti.
A caldo non si può che segnalare una nota di delusione: sembra quasi che Hillcoat nel seguire la Via Crucis di una Padre col proprio Figlio, nelle plumbee lande di un’America devastata da un cataclisma d’immane potenza, abbia lasciato nel cilindro le proprie carte magiche, preferendo la facile strada del Mestiere. Nelle due ore di narrazione, le asperità profuse da McCarthy (omicidi, episodi di cannibalismo) vengon come smussate dalla mdp che preferisce seguire con austera mestizia la dolorosa metamorfosi di un (immenso) Viggo Mortensen.
Fotografia (Javier Aguirresarobe) di livida possanza, bellissimo lavoro sugli spazi (soprattutto quando affiorano i ruderi del mondo civile, come silenti steli funerarie): tutto perfetto. Ma la sensazione che una nota di “irresponsabilità” avrebbe giovato alla pellicola, rimane fortissima. Che Hillcoat stia già guardando con l’occhio languido dell’amante, Hollywood, la Grande Meretrice?
Altri massacri, ma stessa America, nella seconda pellicola del Concorso, Life During Wartime del redivivo Todd Solondz, che per la nostra gioia, riporta nel proprio Teatrino della Crudeltà, i personaggi di Happiness. Si dirà che oramai Solondz (nonostante faccia un film ad ogni morte di papa) si è tramutato in una sorta di Woody Allen dispettoso, impossibilitato ad andare oltre il proprio ombelico. A codesti potenziali detrattori, vien spontaneo rispondere “chi se ne cale?” se il prodotto raggiunge una siffatta, implacabile, perfezione, benedetta, in questo caso dal grande Ed Lachmann con la sue coreografie luministiche degne di Norman Rockwell: lindi salotti, palme svettanti su cieli tersi, “dinner-room” baciate dal sole, per questo spietato “kammerspiel” ove Joy, Trish ed Helen, indurite dagli anni e dai fantasmi di un passato mai digerito, devono confrontarsi, oltre che con i propri sensi di colpa, con la ricerca di una (impossibile?) redenzione. Attori in stato di grazia, al servizio del sempre più maturo Solondz. Ancora, ancora, grazie.
Violenta virata a nord, per la terza pellicola del giorno: Valhalla Rising del danese Nicolas Winding Refn (Bleeder, Pusher, Bronson): primo vero “capolavoro” che momentaneamente ci riscatta dalla malmostosa canicola lidense, facendoci sognare lande metafisiche e al tempo stesso terribilmente fisiche, sanguigne.
Si parlerà a lungo di questa opera di devastante impatto visivo, potente come un colpo di maglio sferrato da Thor. Si dovrà tornare sulla potenza di queste immagini: per ora salutiamoci con una frase del sommo danese, che suona come manifesto estetico: “Considero l’arte un atto di violenza; la sola differenza fra arte e violenza è che nella vita reale la violenza distrugge, mentre l’arte ispira. Credo fermamente che il film sia una forma d’arte e che l’arte debba essere costantemente esplorata”…
Andrea Bruni