12/11/2009 - Freestyle

Un autunno rosso shocking

Uno dei rubrichisti nocturniani doc, Valerio Evangelisti, parla della kermesse ravennate di cui è immancabile presenza...

 

Dopo essermi soffermato per alcune puntate sulle varie categorie di “film brutto”, ora vorrei parlare di film che nessuno oserebbe definire “belli”, ma che sono valorizzati dalla cornice. Questo numero di Nocturno esce infatti nel mese in cui ha luogo, a Ravenna, il Nightmare Film Fest, rassegna annuale del cinema d’orrore. Ha ormai sette anni di vita, ed è l’unico festival di cui non mi perdo nemmeno un’edizione. Cosa io faccia lì non è chiaro a nessuno, e meno che mai a me. Mi aggiro, vedo qualche pellicola, bevo molto, mangio molto e chiacchiero molto. Combino progetti che non vanno da nessuna parte, ne propongo di totalmente incongrui. Cosa mi spinge, dunque, a tornare regolarmente a Ravenna? E a trovare l’appuntamento così simpatico?
 
Anzitutto c’è Ravenna stessa, che è un nightmare (cioè un incubo) di per sé. Chi voglia entrarvi in macchina e raggiungere i celebri monumenti della città si accorge subito che il percorso è labirintico. Si troverà imprigionato in giravolte senza fine, false indicazioni stradali, rotonde incomprensibili che riportano da dove si era partiti. Comincerà a sentirsi come l’agrimensore K. alle soglie del Castello di Kafka. Meglio fare come me, e arrivare in treno. Una via diritta porta alla centralissima piazza del Popolo. Sì, ma poi il festival dov’è? Una volta era a due passi. Da qualche anno gli organizzatori lo hanno spostato a Cinemacity, un agglomerato di sale cinematografiche e ristoranti fast food sui viali di circonvallazione. È la vera attrattiva del festival. Sorge in mezzo a un piattume allucinante, come si confà a una rassegna horror, e la Ravenna umana dista chilometri.
 
Il motel in cui sono alloggiati gli ospiti – giustamente definito da Bryan Yuzna “psycomotel” – sorge in mezzo al nulla, e dà sul nulla. Nelle stanze tutte uguali, contenenti l’essenziale, appaiono occasionalmente piccoli insetti mai visti altrove, peraltro discreti. Non vorrei dare l’impressione di criticare l’ospitalità, che invece è assolutamente perfetta. Nello psycomotel si sta benissimo, paesaggio a parte, e la libertà è assoluta. I ristoranti vicini sono ottimi. Poi, a poche decine di metri, si spalancano le meraviglie del festival, ospitate da varie sale. Vi ho visto film di cui nemmeno avete l’idea: talvolta splendidi, talaltra orribili (e non perché fossero horror). Ho conosciuto registi che neanche credevo esistessero realmente, tipo Jeff Liebermann, autore di una vecchia pellicola su lombrichi inferociti intitolata I carnivori venuti dalla savana (Squirm), e Jean Rollin, precursore del filone dei film di vampiri noiosissimi. Ma accanto a loro autori geniali, sperimentatori interessanti, pazzoidi, intellettuali finissimi.
E i Manetti Brothers, che poi mi hanno procurato una parte in un episodio de L’ispettore Coliandro.
 
Impossibile trovare un festival divertente come quello di Ravenna. Vi si incontra nientemeno che l’assessore alla cultura del Comune, assiduo alle proiezioni meno raccomandabili (a Bologna, dove abito, non succederebbe mai), e il suo sinistro braccio destro, Alberto Achilli. Franco Calandrini e Alberto Bucci, gli organizzatori effettivi dell’evento, sono una coppia singolare: silenziosissimo il primo, esuberante e folle il secondo. Poi, se uno riesce a scrutare nella nebbia, scorge in agguato anche il nostro Manlio Gomarasca, chiamato Papi da migliaia di ragazzine. E c’è un perché.
Insomma, che ve ne fate di Venezia o di Cannes? A Ravenna è la vita. Anche nello psycomotel.

 


Valerio Evangelisti
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