16/11/2009 - Cineasia
THE SHONEN MERIKENSACK
Tra demenzialità e satira, il regista Kankurô Kudô omaggia il punk old school con un musicale dai toni deliranti.
Nel panorama giapponese, Kankurô Kudô è probabilmente più celebre come sceneggiatore che come regista; suoi sono infatti gli script di opere nipponiche tra le più riuscite dell’ultimo decennio, a cominciare da
Go, una delle massime vette del Cinema di Isao Yukisada, arrivando fino allo
Zebraman (vedi dossier n°38) di Takashi Miike, uno dei suoi maggiori successi commerciali.
Sorprende dunque vedere come egli parrebbe addirittura stare più comodo dietro la macchina da presa, e The Shonen Merikensack è qui prova concreta e tangibile delle sue capacità registiche. A cominciare dall’incipit, Kankurô Kudô dimostra di avere totale controllo dello spazio cinematografico, e nell'introdurre la punk-band a cui si riferisce il titolo, capisce che l’unico modo per girare un concerto rock è di affogarsi in esso: la macchina da presa è esattamente in mezzo al pogo, traballante e pestata, mentre con calcolati stacchi la visione passa oltre e dietro il palco, portando agli occhi dello spettatore le angolature più dinamiche per assorbire a pieno il live.
Dopo questo incipit sporco, veloce e indolore, la narrazione può finalmente aprirsi e dipanarsi, con la protagonista Kanna (nientedimeno che Aoi Miyazaki) alle prese con questa punk band fatta di grezzi scorreggioni. Ora, fare un film incentrato su un gruppo punk della durata di 125 minuti senza far crollare mai l’attenzione non è cosa facile, eppure, Kankurô Kudô riesce nell’intento: il film è un susseguirsi di gag demenziali sempre funzionanti e di esibizioni rock n’ roll sempre nel loro pieno potenziale visivo; certo, la fluidità non è totale per tutta la narrazione (certi flash-back possono apparire di troppo, a volte persino inutili), ma il film ha dalla sua un ritmo infallibile, complice il montaggio di Shuichi Kakesu, guardacaso, personalità già dietro il Crows Zero miikeiano, che in fatto di editing (uno su tutti: il jump cut durante i combattimenti) è pura erezione di magnificenza.
Un po’ satira del mondo discografico (con tanto di inserti mockumentary e personaggi/caricature geniali come il darkettone Telya), un po’ omaggio al punk old school (la canzone che continuano a suonare i nostri altro non è che una versione grezza di God save the queen dei Pistols, band a cui il regista si rifà anche nel modo d’inquadrare i membri dei Shonen, con il vocalist piazzato come Johnny Rotten e il bassista decisamente cucito su modello Sid Vicious). Kankurô Kudô ci evita ogni taglio psicologico o pedagogico: al contrario di altri film del genere, lo stare e il mandare avanti una band non è necessariamente occasione di maturità, ma, semplicemente, espediente per girare con la propria musica e fare casino (rivelatrice, in questo caso, la scena finale).
In The Shonen Merikensack i personaggi non crescono mai, non ci sono legami amorosi da sciogliere (come invece capita per esempio in Nana di Kentaro Otani), né tantomeno famigliari (la figura del figlio di Akio è irrilevante) o umani (come in Rockers di Takanori Jinnai), e la linearità del film sta esattamente nel suo rimanere sempre in uno stato quasi cartoonesco, una commedia in cui l’importante è il livello di distorsione degli amplificatori e la cresta sempre alzata orgogliosamente. Semplicemente, il punk più primordiale e scanzonato.
(a cura di Asianfeast.org)
Pierre Hombrebueno