19/11/2009 - Cinefear

Quando il remake supera l'originale

James Blanks si confronta con il capolavoro di Colin Eggleston e riesce sorprendente...

 

 
 
Cosa aveva di particolare il vecchio Long Weekend? Il silenzio, la sospensione, un fibrillante senso di attesa. I due protagonisti attendevano la Morte, senza esserne consapevoli, nella cornice di una selvaggia baia australiana, persa in mezzo al nulla, eletta a sede di un week-end lungo. Talmente lungo che non finirà mai, né per lei, Briony Behets, né per lui, John Hargreaves. La bellezza dei luoghi è la bellezza di un abisso silenzioso, che annienta l’altro da sé. Si è detto che Madre Natura elimina due intrusi che la violano comportandosi da stronzi, introducendo una nota dissona nell’armonia mundi. Questa è la lettura moralistica legittima se pensiamo che questi film siano stati fatti per uno spettatore tipo con la seconda media. Ma nel film di Colin Eggleston scritto da Everett La Roche, la Natura è piuttosto evidentemente la maschera che indossa la Morte, la quale non appare né giustiziera a buon diritto, né spietata per necessità, né qualunque altra cosa che possa darle altro status dal suo puro essere e basta. Lui e lei sono arrivati lì perché dovevano arrivarci e dovevano morire lì. Punto. Come lì doveva morire l’altra famigliola di turisti della quale non sappiamo nulla se non che sono, appunto, morti in quella baia. La Morte quale unica forza che governa e determina il Cosmo sprigiona dal film con una potenza panica, primordiale, accecante nel suo assoluto silenzio e ordine, che nessun eco-vendetta - o pochissimi - possiede.
 
Cos’ha di particolare il nuovo Long Weekend? La forma pare la stessa identica del film di 20 anni prima. Ci sono Jim Caviezel e Claudia Karvan che son lì lì sul ciglio dello sfascio di coppia, che si portano appresso il fardello di un figlio abortito, che decidono di trascorrere un week-end lungo in una zona remota sul mare, che da lì non ne usciranno mai vivi. Qualcuno scrive che il nuovo regista, James Blanks fa un’operazione alla Van Sant e rigira pari pari l’opera di Eggleston – al quale il film è dichiaratamente dedicato nei titoli di coda. Niente di più vero, niente di più falso. Il Long Weekend di Eggleston era un film terribilmente angoscioso, vedendo il quale avevi l’impressione di assistere a qualcosa di simile alla fine del mondo. C’era questa assoluta estraneità, fredda, neutra, asettica della Natura che agghiacciava. Il Long Weekend di Blanks è un film terribilmente disperato, che se possibile fa un passo ancora più in là nella consapevolezza che la Natura è il regno della Morte; che il Cosmo, il Creato si autogiustificano benissimo senza l’Uomo; che il Pensiero, i Sentimenti, le Emozioni sono poco più di uno sbaglio nell’architettura del mondo, equanime soltanto in quanto estraneo a ogni cosa. Senza Dio senza Satana. Possibile che il regista di Urban Legend si incontri col Leopardi?
 
 
 
Il fatto è che tutto stava già nella sceneggiatura di La Roche, che qui è ripresa ma non è affatto vero venga poi girata semplicemente copiando il dettato di Eggleston. A cercare le varianti, se ne trovano di interessantissime: l’accumulazione delle sincronicità che rimandano al bambino perso dalla Karvan (l’uovo che piove dal cielo, il piccolo morto spiaggiato del leone marino); l’enfasi messa sulla morte del canguro investito e l’immagine, del tutto originale, deilla truppa di canguri che verso la fine osservano in piedi, in attesa; la scoperta dei turisti morti che è insistita, fatta a beneficio di un pubblico che necessita di vedere cose chiare e insistite per capire, ma che disambigua quel che nell’originale lasciava con la voglia di sapere di più. Il primo Long Weekend talvolta peccava per difetto, questo nuovo ha il pregio di ciò che normalmente è sbagliato, ovvero sovrabbondare. E poi il film di Blanks ha due interpreti che oscurano il ricordo della Behets e di Hargreaves e questo ha il suo peso. Caviezel è ottimo ma ancora meglio di lui funziona la Karvan, che è giustamente considerata una delle migliori attrici australiane. Chi ne scrive è uscito dalla visione con in testa il cupo bagliore dell’ipotesi di un vero e proprio capolavoro.
 

 


Davide Pulici
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