12/11/2009 - Freestyle

Malesseri italiani

Tra Di me cosa ne sai e Videocracy, nessuna speranza per la cultura italiana (cinematografica e non)...

 

Che tristezza! Che tristezza vedere e sentire - nel docu-film (ma sarebbe meglio definirlo docu-drama) Di me cosa ne sai - le quindicenni in fregola (e in coda) per entrare a Cinecittà, al teatro 5, per conquistarsi, fra gomitate e lacrime, un posto fra il pubblico di Amici della De Filippi, proprio laddove un tempo si giravano i film di Fellini che le suddette adolescenti, intervistate, non sanno chi sia. Che tristezza sentir ripetere crudelmente – voice over afflitta stile Videocracy - al regista del docu-film, Valerio Jalongo (che ha esordito in una regia collettiva con Juke Box, 1985), nipote del produttore Silvio Clementelli, come è morto il cinema italiano.
 
Che tristezza sentire le ancora vividissime dichiarazioni del vecchio De Seta, seguire la Cavani in disperata ricerca, ad Oppido Lucano, da un collezionista, di una pizza residua di Al di là del bene e del male; che tristezza osservare il regista Felice Farina (quello di Condominio, 1991) aggirarsi con l’aria sfigata fra le nebbie di Paderno Dugnano, solo luogo dove si accetta di proiettare un suo film; che tristezza vedere riunito in un appartamento romano un gruppone di registi traboccanti di idee ma disoccupati o quasi per mancanza di quattrini, spazzolati dai cosiddetti produttori “fondaroli”; che tristezza le multisale color periferia dove la gente chiede ai venditori di popcorn: «Che film ci consiglia?».
 
Ma che tristezza – anche – seguire l’anziano proiezionista calabrese Giuseppe Imeneo che racconta di quando i suoi paesani, dopo la guerra, si portavano da casa la sedia in sala; o risentire Fellini che si batte contro le interruzioni pubblicitarie nei film in tv. Un documento, questo Di me cosa ne sai, cronologicamente un po’ sbriciolato (episodi antichi e nuovi vengono mixati con troppa disinvoltura), e foriero, contemporaneamente, di luoghi comuni (i film americani sono tutti brutti), falsità oggettive (quelli italiani nessuno li va a vedere: e i cinepanettoni?) e grandi verità (i giovani registi non possono esprimersi; il sistema-cinema fatto di idee nuove è al tracollo). Ma comunque, un film da vedere. Se ce la fate a contenere l’angoscia, naturalmente.

 


Michele Giordano
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