01/02/2010 - Saggi

L'ULTIMO DOMINATORE DELL'AVATAR

La qualità intellettuale di Avatar si pone al di sopra della produzione artistica mondiale...

"Con gli occhi penzolanti e inabyssati: così ci riduce Avatar, il continent des hommes-poisson di James Cameron, dopo 2 ore e 46 di visioni. Uno stupro della palpebra, una sevizia del filmabile: Avatar è violento (con lo spettatore) come l'immagine del cuore strappato dal petto e mangiato crudo in Nudo e selvaggio" Brunamonti" Gli Altri – L’espresso online 

 
"…un baraccone... un film stancante, sembra che non debba finire mai…”  Uno spettatore 

"La cinematica è quel ramo della fisica che si occupa di descrivere quantitativamente il moto dei corpi, senza porsi il problema di prevedere il moto futuro a partire da grandezze note. In ciò differisce dalla dinamica che studia le forze che provocano il movimento. È significativa la definizione di cinematica come geometria del movimento: in effetti la cinematica del punto si può pensare come geometria dello spazio quadridimensionale delle tre coordinate spaziali e della coordinata temporale. "  Wikipedia

"Lui capisce quanto sia breve la nostra vita sulla Terra, e decide di godersela tutta fino alla fine. È una persona che cerca di svelare i segreti dell’Universo con la forza di dieci uomini e il cervello di venti. Sì, non fa compromessi e può essere duro. Mi ha fustigato un po’ di volte. Ma tutti hanno bisogno di un Jim Cameron nella loro vita. Tutti!"  Bill Paxton
“Quando arriva un’immagine si diventa un medium non si deve cercare di interpretarla... cerco sempre di rompere la linea di separazione tra i personaggi e lo spettatore, mi sforzo di far infrangere lo schermo agli spettatori…”   James Cameron, 1997


Anche questa volta il pianeta (terrestre s’intende) si è dimostrato troppo piccolo di fronte (e dentro) le immagini pensate dal più grande filosofo vivente che è James Cameron. Nato, ovviamente, più grande del cinema, Cameron dopo Kubrick è l'unico artista del pianeta che non ha nessun timore di fronte all'immagine che il pianeta è e che il pianeta impone. Dopo l’Inland Empire di Lynch (altro territorio matrioska, dentro e fuori cosa?) Cameron continua a sfidare l’umanità che ancora si crede allo specchio o nella caverna a contemplare ombre. Quelle dei nuovi conservatori della storia del cinema che rifiutano il cinema come scienza cinetica e amano la stasi della vignetta tarantiniana, questo cinema crede nel pensiero (s)corrente, fiume del dramma che non può (che) ripetersi all’infinito. James Cameron che da sempre duetta con il 3D come rifiuto del cinema come esperienza accomodante e consolatoria per l’occhio, riempie di nuovo lo scheletro di metallo di carne e sangue e poi gli dà fuoco. A colpi di melò. Trafitto da una cultura cinetica che non ha pari. Capace di ripensarla senza accorgersene o farsi accorgere. Cinema anti punitivo che scorre veloce come il fantasma della pellicola stessa. Ritorna all’affondamento della tecnologia del capolavoro Titanic dopo la lezione di Strange Days (il miglior saggio sulla condizione occidentale che l’occidente abbia prodotto). La tecnologia risponde al subconscio ed è lì destinata a tornare.
 
La sua opera è la prima che, garantendosi il primato sotto ogni aspetto: da quello economico (il film più costoso e con le tecnologie più moderne mai usate prima per un’opera cinematografica, il più alto dispendio di energie umane, tecnologie inventate e brevettate appositamente da Cameron ecc. ecc…) a quello teorico culturale (nessun film funziona così perfettamente su vari livelli come i Terminator o Titanic; quello psicanalitico, politico-sociologico, dentro c’è tutto Barthes, i conflitti Freud-Lacan, il futurismo, Jung e Kubrick ovviamente, con cui condivide alcuni collaboratori, e il grande cinema classico americano, l’impegno insomma è totale e totalizzante) chiede allo spettatore di essere quella cosa lì, che non è il guardare o peggio il guardarsi guardare, (tutto il cinemino circostante più o meno necessita di questo tristo patto) ma di essere il conflitto culturale esposto nell’azione incessante dei suoi piani sequenza dentro e fuori la mente subacquea. Chiede come nessuno prima (tranne le avanguardie del cineocchio Vertoviano) un impegno intellettuale e fisico ben al di sopra delle possibilità dello spettatore medio che si abbandona mediamente a due ore di mediocrità a settimana. Basterebbero le sue figure femminili per garantirgli un posto unico nella storia dell’arte. E poi c'è qualche regista al mondo che abbia inserito figure femminili così importanti nel cinema di largo consumo, che non sia un rincoglionito moralista in piena andropausa? (rivedere Aliens,True Lies, e Titanic per rendersi conto dello spessore del suo lavoro, non dimenticando mai neanche il conflitto biologico femminile messo in crisi dalla tecnologia (aliena) di per sé autoriproduttiva...)
 
 
 
 
La qualità intellettuale di Avatar si pone al di sopra della produzione artistica mondiale dando per scontato che gli spettatori si abbandonino facilmente allo stop e go perpetuo tra un mondo di metallo e vetro e Pandora. Pandora, è un luogo in cui si giunge dormendo (dal buio volontario) e dove la sua luce perpetua non è quella occidentale simbolo di contrasti culturali e tecnologici, delirio di onnipotenza di chi vuole vedere tutto o accecarsi dall’apparizione di un dio, ma come una ridefinizione di un mondo circoscritto nella mente. Non l’occhio digitale disgregante invasivo, come vorrebbero i detrattori del cine-occhio, ma una riformulazione di un mondo reale dove lo spettatore può entrare e creare il suo spazio vitale al suo interno. L’inedita regia tende, come il Di Caprio che scruta il cielo sdraiato su una panchina in Titanic, a dare il tempo all’occhio dello spettatore di prenderne parte. Quello stesso cielo titanico tornerà in un controcampo sconfortante e siderale ad osservarci affondare piccolini. Avatar è più vicino al lavoro di Stan Brakhage e alle sue serie From Yggdrasill Whose Roots are Stars in the Human, Moonlight e Mind from Vision in Meditation che al cinema americano classico. Avatar si trasforma e concede molto alle documentazioni-spettacolo del cinema delle origini (che cercavano le origini stesse) di Nanook l’esquimese (1921) o il lavoro di documentazione etnografica dell'antropologo Jean Rouch. La sapienza drammaturgica di Cameron, che ha creato personaggi memorabili e inventato nuove mitologie contemporanee, nella terza dimensione priva dello spessore alcuni personaggi e lascia cadere sul set parecchie pagine di sceneggiatura. Per la prima volta duetta inaspettatamente con i suoi film. Restaurando in 3D i robot montacarichi da lui progettati per Aliens, per trasformarli in goffe macchine da guerra. Rispolvera tutta l’estetica hi-tech rivista e familiare da lui inventata e la contrappone ad una Shangri-La mortale e allucinogena al contempo. Luminosa e viva come gli amati abissi filmati per il documentario 3D Aliens of the Deep (2005) ma ultrasensibile e retroattiva, dove ogni foglia sembra essere un touchscreen che rimanda a infinite funzioni. Nel frattempo non si capisce se è la meraviglia di fronte a questo mondo digitale a fare male, o i ritorni violenti alla base di ferro e vetro. La sessantottina Sigourney Weaver si accende mille sigarette per non fumarsi una canna e muore in preda a una visone lisergica; un Terminator rovesciato (carne dentro ferro fuori) ariano e invasato truccato da Achab è un padre violento che crede nella sua ciccia cicatrizzata e ne offre altrettanta (“riavrai le tue gambe!”), questo rappresentante del vecchio ordine e del vecchio cinema vedrà in 3D la freccia che lo trafiggerà come un S. Sebastiano per mano di esseri color Krishna...
 
Ogni frase di Avatar film è una boutade filosofica, persino le imprecazioni sono ricche di quel senso che spinge “oltre” ogni sceneggiatura di Cameron. Non a caso le parole più usate sono “Svegliati!” e “Vedere”. Cameron sa che tutto il mondo materialista che combatte e distrugge, ormai ostentatamente, la dimensone onirica, è il frutto stesso del sogno (pensiero). Pandora oltre a essere un cervello pieno di connessioni, Sigourney Weaver dà una spiegazione scientifica di cosa è il cinema e lo shining di Kubrick da lasciare a bocca aperta, è il cinema delle origini che non può diventare vecchio perché è l’origine stessa delle immagini. I rimandi all’immenso Mago di Oz sono innumerevoli. In questo mondo si può entrare solo se si presta attenzione a come è forgiata la chiave di accesso a Pandora. L’ex miltare Jake Sully avanza verso il suo avatar immerso nella vasca. Il blu invade il suo sguardo e la regia millimetrica mima un riconoscimento totale l’avatar-feto. A Jake viene ricordata più volte la somiglianza con il fratello morto e il suo esserne un surrogato. Poco prima della sua “partenza”, l’inizialmente dura Dr. Grace che poi si rivelerà lievemente materna, lo taccia di essere una testa vuota. Più avanti lui stesso davanti ai Na 'vi dirà di essere vuoto (Eckhart: vuoto di me-pieno di Dio). A questo punto lo spettatore colloca Jake in una dimensione inusitata e rappresentativa di tutta la ricerca filosofico-filmica di Cameron. Jake è da una parte il fratello morto ritornato pronto in una bara a percorrere un viaggio pre-morte verso l’aldilà (in uno dei ritorni Jake viene schiaffeggiato per ritornare in sé, sogna a occhi aperti) dall’altra un bambino appena nato che dovrà alzarsi, camminare e aspirare al sempre più alto per giungere al più profondo con più forza. Viene persino riciclata la sequenza dello straordinario Rambo II, altro film sogno in un mondo-cervello scritto da Cameron, del tuffo dalla cascata alle profondità dell’acqua. Film-format poi replicato nella sua “teoria” nel bellissimo Predator. Nel più raffinato uso del linguaggio cinematografico forse mai visto fino a oggi, notevoli le scelte di montaggio millimetriche (l’improvviso uso della dissolvenza a indicare che ora Jake porta questo mondo ormai nel sé onirico), lasciano spazio a contaminazioni più consuete. Irruzione della commedia stile Ti presento i miei nella sequenza di presentazioni dei genitori di Neytiri a Jake. Non dimentichiamo che James Cameron è l’autore di True Lies una delle migliori commedie “classiche” del dopo Hawks. Se è vero che i tre principi del cinema narrativo sono leggibilità, gerarchizzazione e drammatizzazione, Cameron né è il maestro assoluto dedicandosi oltretutto a essere “oltre”. Oltre l’immagine statica della fotografia da Cameron per nulla amata.
 
 
 
 
E forse per questo Avatar è il suo film più ipertestuale digitale (di fatto, il suo Avatar tra di noi), mostrandoci con prepotenza il mondo che solo lui vedeva in camera filmando a mano, e cosa c'era dietro l’ultimatum alla terra dell'angelo-alieno di The Abyss... Le foto di Sarah Connor in Terminator, quella della figlia di Ripley in Aliens e soprattutto (o sottotutto) il ritratto in Titanic, rappresentano un paradosso temporale. In Avatar compaiono alcune arcaiche foto ricordo ma misteriosamente esse sono tridimensionali… Avatar riscrive e aggiorna i rapporti tra cinema e scienza, tra la percezione dello spettatore e il mondo, funzionando e d evolvendosi a vista come mai prima, sotto tutti gli aspetti. Racconta la storia dell’America nel mondo e del “sogno” americano nel mondo, arriva a spiegare dove nasce la morte dell’uomo e dove essa crea nuova vita ristabilendo territorialità immaginifiche che ricordando più il Nosferatu di Murnau che Il Signore degli Anelli. Obbliga concretamente, dopo anni di oblio, lo spettatore a chiedersi qual è il suo ruolo e il suo spazio all’interno dei mondi inventati da lui stesso. Ovvero: la tridimensionalità non è l’affermazione artificiosa e puerile di un banale traguardo tecnico spianato a suon di dollari ma una domanda in sospeso rivolta allo spettatore sospeso e ossessivamente volante nel film. Il cinema di Cameron smette definitivamente di aver rapporti con l’antica arte mortale della fotografia e tutto il cinema abbandona la caverna-tomba dell’illusione cinematografica, una foto dietro l’altra, per creare non una finzione ma un avatar, appunto, di cui presto si perderà la sua origine. Ovvio il disinteresse annoiato e dormiente dell’italietta che preferisce(?) lasciare spazio al fascismo dei cinepanettoni posticipando l’uscita di Avatar. Ovvie le bavette di un sempre più paralizzato Gian Luigi Rondi che stronca il film nonostante non sia mai stato in grado di vedere nulla. Ovvie le banalità degli abbandonati e noiosissimi registi italiani (Verdone,Virzì, Faenza…) che accecati parlano dei sentimenti dei loro veri attori in carne ed ossa e altre stupidate. Loro sono la vecchia fotografia ingiallita di una vita che il Cinema di Cameron spazza via a suon di un pensiero concreto che si fa azione. Loro sono il cimitero dal quale il paraplegico Jake fugge definitivamente per aprire i suoi nuovi occhi oltre lo schermo. 

”Come la riscoperta rinascimentale della prospettiva concentra lo spazio in un punto centrale, nei film di Cameron l’immagine fotografica fa convergere il tempo in una rappresentazione finita. Una dimensione che quando è guardata non esiste già più...l’immagine coltivata nel cuore non aderisce alla rappresentazione dell'occhio e l’illusione di verosimiglianza della fotografia si traduce in un’agnizione necrofila...”
Tina Pecorelli


Tutto vero. Questo spiega il disprezzo tecnico per la stasi e la creazione di situazioni manifesto come il cimitero di uova in Aliens e l’epilogo del Titanic ambientato nella mente cimiteriale di Rose, forse morta anch'essa, in mezzo a fantasmi di un altra epoca (cinematografica). Forse il più radicale finale (e fine) della storia del cinema insieme (e contemporaneamente) a C’era una volta l’America e La cosa di Carpenter. La Pandora di Avatar è quindi l'invenzione più radicale e complessa di Cameron, non un corpo che si scontra con l’era digitale (Terminator 2), ma un mondo intero che da una parte ospita il sogno di un corpo digitale (bluescreen) e dall’altra un mondo digitale ospite di un cervello “artigianale”. Ed è ovvio che il punto di partenza è l’atrofia degli arti dello spettatore, seduto a bocca aperta di fronte a l’era dello schermo, ed è ovvio che Cameron da sempre esige molto di più. Il suo culto per lo spettatore attivo è noto. Cameron esige una partecipazione “emozionale, intellettuale, sensoriale”. Cameron sogna un pubblico che arrivi allo straordinario finalissimo con una leggerezza che non è di questo mondo o almeno non di queste sale (nessuna possibilità di vedere Avatar nel suo reale standard tecnico). Dopo il dilatatissimo sprofondamento del sub Ed Harris in The Abyss, dopo il distaccamento del cordone ombelicale e della perdita di capacità intellettive (grandissima regressione kubrickiana) dovremmo azzerarci e stupirci di nuovo come nelle sequenze iniziali del film. Dovremmo morire con la stessa propulsione della nascita. Solo un completo abbandono permetterà di capire appieno quello che tra qualche anno (cinematografico o umano), quando le bocche si chiuderanno dallo stupore, o si apriranno completamente per far entrare di tutto, e sarà ovvio vedere opere al passo con i nostri tempi infiniti, sarà considerata una scena finale emblematica dell’addio al conflitto digitale dalle basi classiche. T-1000 vs Terminator, Jack vs Titanic: tutti e due ripetono il congelamento di Jack Torrance... per adesso l’unico scontro sembra essere ancora con l’immaginario dello spettatore eccessivamente colonizzato dal meraviglioso(?) di Harry Potter e imminenti epigoni (Percy Jackson e gli dei dell'Olimpo) o dalle antichità fashion di Blade Runner. L'insistenza sugli occhi è tutto in un film che vuole raccontarci la fine parziale di un viaggio cinematografico partito dal vero (lattice e chiodi) e arrivato ad aprire i veri occhi su un mondo puramente filmico più vero del vero. Uno Shining dove il guardare e il guardarsi la fanno da padrone riprendendo le redini e superando gli ultimi anni, a tratti mediocri, di Lucas, Spielberg, Scorsese, Coppola, De Palma, Jackson e l'amato Kubrick ovviamente: il fantasma di Kubrick, appunto, che chiude meravigliosamente il film in un Eyes Wide Shut definitivamente incarnato in un Pianeta selvaggio, riscritto da Fritz Lang e digerito dallo Jodo dell’Yncal... luccicanza che non può avere fine e che lascia increduli tormentati e straniti davanti al computer, agli schermi dei cellulari dell’intrattenimento di massa. 
Guardiamo ora malinconicamente verso un orizzonte cupo, (desertico sud del mondo, superamento e fine delle frontiere delle classi dominanti) tra le gambe una pistola sormontata da un ventre in attesa di bimbo. In una jeep attendiamo il pieno. Un bambino sfruttato e affamato ci scatta una foto per poche lire mentre registriamo la nostra malinconica voce per i posteri. Rinasce il cinema. Ci sentiamo insieme a Sarah Connor un pochino frammentati, discontinui, scollati. Guardiamo la foto ingraniamo la marcia e solo ed esclusivamente in quel movimento, in quell’atto-traiettoria possiamo riunirci. Sentirci unitari e spiegarci. Chiamatela cinetica o semplicemente Terminator.
 

 


E.A.
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Eros Accolla

E.A. gliuominidimota@hotmail.it

Giovanni Nasti

Gran bel pezzo, molto interessante.
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