16/11/2009 - Cinefear

LA MORTE DELLA VERGINE

Caravaggio insegna che l'omicidio può diventare una delle belle arti: buone idee nel thriller di Joseph Tito, ma...

Joseph Tito, giovane regista italo-canadese già autore di diversi riusciti cortometraggi, ha prodotto e diretto Death of the Virgin, presentato nell’ultima serata del recente Ravenna Nightmare Film Festival 2009. Il titolo deriva da uno dei più famosi dipinti dell’artista Michelangelo Merisi detto il Caravaggio: La morte della vergine appunto, conservato al Louvre di Parigi.

Fin da subito è chiara l’impronta: utilizzare come espediente narrativo un ambito artistico in un horror è una buona, anzi ottima idea. Servirebbe, però, anche del talento per coinvolgere lo spettatore e intrigarlo con una storia misteriosa e affascinante.
La trama è incentrata su May, una giovane canadese che decide di recarsi in pellegrinaggio proprio nel paesino di Caravaggio, nella provincia bergamasca. Affiancata da due ragazze da poco conosciute, May affronta questo viaggio per sfuggire a un passato oscuro e misterioso. Fin dal loro arrivo, nella villa adibita a ostello che ospita le ragazze, strani fenomeni si manifestano ed efferati delitti cominciano a colpire le persone che ruotano attorno a May; delitti che somigliano in maniera inquietante ai capolavori del Caravaggio…
 
Se la vicenda potrebbe risultare intrigante, il film di Tito intrigante non lo è affatto. Gli omicidi richiamano i quadri del Caravaggio molto lontanamente (trovare un cadavere in una pozzanghera non ricorda di certo il Narciso dell’artista milanese), le relazioni tra i personaggi sono completamente sfilacciate, i caratteri stessi non hanno spessore e non si prova un minimo di empatia nemmeno per la protagonista. Per non parlare del finale, totalmente fuori luogo, risolto in cinque minuti d’orologio e insufficiente a giustificare quel poco di oscura vicenda, sia dei delitti che del passato di May, in qualche modo collegati.
 
La regia dell’italo-canadese è, poi, troppo forzata: il regista vuole strafare ed esagerare. E il troppo stroppia. Non sono presenti strumenti di regia “personalizzati”: il lavoro dietro la mdp sembra più che altro un mix mal riuscito di stili appartenenti ad altri registi affermati nel moderno horror italiano come Bianchini e Infascelli (Death of the Virgin ricorda molto Custodes Bestiae).
Altro punto a sfavore è la scelta di un cast di attori non-professionisti (Maria Grazia Cucinotta esclusa, che però, probabilmente, pensa di recitare in una soap opera del pomeriggio).
 
Si salvano solo le magnifiche ambientazioni di un paesaggio da riscoprire, immortalate dalla fotografia di Michele De Angelis che esprime piuttosto bene le atmosfere magiche e inquietanti di luoghi che sono il fulcro di un’arte stupefacente.
Peccato.

 


Niccolò Passolunghi
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