08/02/2010 - Cineasia

L’ITALIA E LA MORTE DISTRIBUTIVA DEL CINEMA ASIATICO

I distributori italiani, a differenza di altri paesi, iniziano a snobbare il cinema asiatico...

 

Forse ci siamo lasciati prendere dall’orgogliosa foga cinefila nel nostro precedente articolo “Bilanci e slanci”, in cui parlavamo vittoriosamente del meglio che il Cinema orientale ci ha dati nel corso dello scorso anno, tra Festival et import. Completiamo il tiro, affrontando invece il nero e il cancro, l’altra faccia complementare della medaglia di ciò che significa oggi in Italia Cinema Asiatico: la distribuzione dei film. Ora, nel bel paese non abbiamo mai certamente avuto riscontri particolarmente entusiasmanti per quanto riguarda la distribuzione di pellicole asiatiche (se per entusiasmante s’intende per esempio, la Francia) eppure, per gran parte dello scorso decennio, abbiamo avuto, forse per moda “tarantiniana” (ma non solo: vedisi film come Memorie di una geisha), uno scoppio di film pan-asiatici come non s’era mai visto nelle nostre sale: Johnny To in un Cinema italiano sa di miracoloso (Breaking news), Stephen Chow ancor di più (soprattutto con 2 tra i suoi film più belli: Shaolin soccer e Kung fu hustle, seppur rovinati dal doppiaggio italico). Le certezze distributive consolidatosi dagl’anni 90 (Zhang Yimou, Takeshi Kitano, Wong Kar-Wai, Tsai Ming Liang), sono state affiancate dalla nuova guardia koreana (Kim Ki-duk e Park Chan-wook). E ancora: l’horror new wave, che certo, ha portato tanta merda (i vari Phone et affini), ma anche film del calibro di Two sisters (Kim Jee-woon), senza contare i The eye dei fratelli Pang. Come in un sogno che sta tra meraviglioso ed onirico, abbiamo avuto la gioiosa opportunità di vedere su grande schermo A bittersweet life, Seven swords di Tsui Hark, Still life di Jia Zhang-ke, addirittura Tropical malady di Apichatpong Weerasethakul. Nel campo dell’animazione giapponese: non solo Miyazaki (da La città incantata in su) ma anche Steamboy di Katsuhiro Otomo e Tokyo Godfathers di Satoshi Kon.
 
Insomma, per un po’, con tutte le dovute mancanze, anche l’Italia ha conosciuto una pseuda distribuzione di titoli asiatici da aficionados, una specie di timido tentativo di spingere il Cinema orientale fra le vene dei cinefili (e non) italiani. Era già qualcosa, seppur il solito estremista possa lamentare della mancanza totale di autori come Hirokazu Kore-eda o Yoji Yamada, regolarmente distribuiti nelle sale francesi. Dall’ultimo paio d’anni però, alle soglie del nuovo decennio, il mood sembra essere passato, e qui tocchiamo il punto dolente di qualsivoglia festeggiamento: i film orientali hanno smesso di essere distribuiti in Italia. Totalmente. Cancellata ogni certezza, anche quella poca che abbiamo avuto. Il nuovo Stephen Chow, Cj7, è finito direttamente nel mercato dvd. Della trilogia auto-distruttiva di Kitano (Takeshis’, Kantoku Banzai, e Achilles & the tortoise, tutti e tre passati a Venezia), nessuna traccia. Così come è assente da qualsiasi palinsesto I don’t want to sleep alone di Tsai Ming Liang. Kim Ki-duk è stato cancellato da qualsiasi lista dopo Time. La stessa identica cosa per Park Chan-wook dopo Lady vendetta. Takashi Shimizu va bene solo se gira negli states con Sarah Michelle Gellar. Weerasethakul è ormai ricordo lontano, e con lui Johnny To e Kim Jee-woon.
 
Resistono vagamente solo Miyazaki e Zhang Yimou, sicuramente troppo poco per dare alla luce qualche speranza in questo paese bigotto, che ha letteralmente boicottato i film asiatici accantonandoli nel settore dell’home video, come se fossero prodotti indegni di uscire in sala, virus da cui stare attenti, pena una maligna infezione. Non basta più vincere a Cannes per essere distribuiti, e chissà dov’è finito il meraviglioso Kinatay di Brillante Mendoza. Non basta nemmeno più l’Oscar, perché a tutt’oggi non c’è traccia del Departures di Yojiro Takita fra le nostre sale, dopo averlo annunciato già 2 o 3 volte, per poi disdire prontamente. Ora, è palese che in un paese dove persino Kitano ha smesso di essere distribuito, dove persino un film premiato dall’Oscar fatica ad uscire, non ci sia più speranza per il Cinema orientale. John Woo riceverà pure il premio alla carriera alla prossima Mostra di Venezia, ma ormai nessuno ci garantisce più che i suoi futuri film usciranno qui da noi. Tutto ciò è gelidamente paradossale: più film asiatici circolano nei Festival internazionali (Cannes+Venezia+Berlino), e meno vengono distribuiti nei nostri cinema. Più autori asiatici vengono celebrati all’estero, e meno abbiamo film orientali fra le nostre sale. Allora, forse, ancora una volta, abbiamo perso. Perché siamo solamente dei reietti costretti a masturbarsi con l’import. Fino alla cecità.
 
(a cura di Asianfeast.org)

 


Pierre Hombrebueno
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