09/11/2009 - Cineasia

KUNGFU CYBORG: METALLIC ATTRACTION

Jeff Lau racconta di un cyborg combattente antropomorfo che si innamora. Ma si innamora la parte cibernetica o quella umana?

 

 
Lungo tutta la sua carriera - che incomincia come produttore e continua come compagno di merende di un certo Wong Kar Wai per poi arrivare a sfiorare, spesso incompreso, la palma dell’autorialità - Jeff Lau ha centrifugato generi e tematiche in decine di film. Niente di nuovo, si dirà, in quella patria del cinema eterogeneo per eccellenza che è (stata?) Hong Kong; eppure le storie di Jeff Lau hanno sì della commedia verbale e mimica (il moleitau che ha reso famoso Stephen Chow, protagonista di tanti film orchestrati da Lau stesso), delle storie di fantasmi e vampiri, del poliziesco, del sentimentale, del fantastico, del wuxia, ma quel che stupisce è come in mezzo al marasma controllato faccia sempre capolino un filo rosso che ci porta a vedere nei finali dei suoi film un sincero ribaltamento di prospettive. Un ribaltamento che mette improvvisamente in una luce tutta diversa quanto lo schermo ci ha raccontato fino a quel momento.
Così, quando lo stesso Lau annunciò di voler girare la risposta cinese ai Transformers di Michael Bay, allo sgomento per il cosa (un proposito così assurdo) non poteva che accompagnarsi la curiosità per il come il nostro avrebbe parlato di robottoni micidiali e di trasformazioni meccaniche.
 
La storia del film è quella di un Cyborg antropomorfo, K-1 (Alex Fong in tenuta da A.I.), dotato di grandi poteri e altrettanta sensibilità, affidato alla custodia dell’irreprensibile agente Xu Dachun (Hu Jun) in quel di una cittadella sperduta nel sud della Cina del futuro. K-1 fa presto a conquistare il cuore di Sumei (Sun Li), collega e vicina di casa di Dachun. Una strana rivalità asimmetrica tra uomo e cyborg per la conquista del cuore di Sumei si scatena e si evolve pian piano, quando a sparigliare le carte giunge la notizia che un altro Cyborg, K-88 (Wu Jing), in preda a una sorta di crisi filosofico-anarchica, è fuggito dai laboratori governativi. Dachun e K-1 vengono incaricati di rintracciarlo e neutralizzarlo, ma l’incontro con K-88 (tra clangori metallici tra robottoni e citazioni shakespeariane) avrà esiti tutt’altro che prevedibili…
 
Va bene, tutto bello e romatico, direte voi… ma i Transformers qua in mezzo che ci stanno a fare? Ed eccolo qua, il centro del film: un Jeff Lau che, come pulcinella, “scherzando, scherzando, dice la verità”. E allora, nel mezzo di una trama che è un continuo infiammarsi e rallentare, passando sopra ai ciliegi spogli d’autunno e zigzagando tra scenette comiche surreali, combattimenti a base di kungfu e robot trasformabili, indagini di polizia e problemi informatico-percettivi, con più di un pizzico di smielato romaticismo melò e in mezzo alle solite (per Lau) strizzate d’occhio al cinema altrui (da Wong Kar Wai, a Matrix, ad A.I., a Terminator, fino a se stesso), proprio al centro di tutta la storia ci sono ancora i temi – carissimi al regista - dei sentimenti e della libertà di scegliere, che fanno ogni essere umano ciò che è veramente. Così K-1 combatte contro il proprio software, che non gli permette di amare Sumei, Dachun è diviso tra l’invidia per le capacità del cyborg suo rivale in amore e la consapevolezza dei propri sentimenti non corrisposti per Sumei, e K-88 si ribella ai suoi creatori e afferma la propria individualità (scelta coraggiosa nel contesto di questo cinema cinese recentemente così ingessato dalla censura governativa, anche se si va a postporre il tema al 2046. numero che dice qualcosa, eh?), fino a diventare un modello e una guida per lo stesso smarrito K-1, una guida che lo porterà a quel finale meraviglioso dove Jeff Lau rigira con due battute (una sussurrata all’orecchio, l’altra fuori campo) la storia da capo a fondo e tira ancora una volta in mezzo la forza di quell’amore che – consapevole o meno - va oltre il tempo e lo spazio (come in quel capolavoro da storia del cinema che è il dittico di Chinese Odissey) e pare essere divenuto una specie di ossessione per lui.
 
La magia di Kungfu Cyborg: Metallic Attraction sta allora tutta nella seconda parte del titolo inglese (il titolo cinese significa semplicemente Robot Hero), e nella capacità del suo regista di tenerci celate le frecce al suo arco sino alla resa dei conti finale coi sentimenti dei protagonisti: magia della leggerezza di un film che, pur nei suoi difetti, ci da un’assaggio della poetica di Jeff Lau, unica e ormai divenuta (quasi) inconfondibile. Altro che Transformers, e scusate se è poco…
(a cura di Asianfeast.org)

 

 


Paolo Villa
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