31/08/2009 - Cinezone
IL GENERE SEXY-GIUNGLESCO
Tarzane sessi selvaggi, Luane vergini della foresta, Gungale pantere nude: il junglexploitation...
Non so quanto legittimamente si possa affermare che le Tarzane (o Tarzazzoni, come le definì con un felice neologismo Gianni Bono) siano state le vere corifee del libero amore e del libero sesso sugli schermi italiani. Pare che l’incipit di tutto debba essere fatto risalire a un film tedesco, Liane, das Madchen aus dem Urwald (Liana, la figlia della foresta) diretto nel 1956 da Eduard von Borsody e interpretato da una quindicenne mozzafiato di Konigsberg, Marion Michaela Delonge, che sullo schermo aveva assunto come pseudo nientemeno che il vero nome di John Wayne, Marion Michael.
Il film - la storia di una spedizione che scopre nel cuore dell’Africa nera Marion, cioé Liana, un’adolescente bionda venerata dagli indigeni alla stregua di una dea, e la riporta nel mondo civile - provocò sturbi e malesseri ai precordi del pubblico di mezza Europa, tanto la visione, anche se appena suggerita, delle fresche grazie della protagonista, che qualcuno salutava come una nuova Bardot, risultava erotica e conturbante.
La censura infierì, anche nel nostro Paese, dove tuttavia i produttori si misero subito all’erta e già l’anno successivo riuscirono a incastrare una combinazione con la Germania per dare un seguito alle avventure di Liana: Liana die weisse Sklavin, italicamente, Liana la schiava bianca, diretto da Herman Leitner e in cui, accanto a Marion e al coprotagonista Adrian Hoven, la quota nostrana comprendeva Rik Battaglia, Saro Urzì e Marisa Merlini.
Nonostante il successo e nonostante l’iconografia della Delonge: cache sex vegetale a celarle le parti di sotto e lunga chioma fluente come precario schermo del seno, fosse già quella delle future Tarzanesse mediterranee, il genere del junglexploitation dovette ancora attendere dieci anni prima di manifestarsi in tutta la sua virulenza - mentre in Germania, il ciclo di Liana si concludeva nel 1961 con un’operazione di rimontaggio dei due precedenti film sì da ricavarne un terzo, Liane die Tochter des Dschungels, l’indomani di un terribile incidente d’auto in cui Marion rimase semi-sfigurata.
L’uomo nella cui mente originò il tutto, fu quel produttore dagli infiniti meriti che rispondeva al nome di Fortunato Misiano, votato fino alla morte alla causa del cinema d’avventura e che poteva andare ben fiero di non avere mai - come amava ripetere - sbagliato un film. Affidandone la regia a Romano Ferrara (Mike Williams), Misiano produce con la propria, gloriosa, Romana Film Gungala la vergine della giungla, che esce nelle sale italiane all’inizio di ottobre del 1967.
La trama è quantomai lineare, vertendo su un perfido avventuriero, Wolff (Poldo Bendandi), che intende recuperare un grosso diamante rubato a un idolo della tribù dei Basoko, ma che ora si trova al tenero collo di Gungala (Kitty Swan), una ragazza bianca cresciuta allo stato brado nella giungla, che altri non si rivelerà essere se non la figlia del vecchio complice di Wolff, perito in un incidente aereo.
Morale: il malvagio fa la fine che merita tra gli artigli della pantera nera ancella di Gungala, che a sua volta tornerà alla sua vita naturale nel cuore della foresta. Per spiegare l’ottimo exploit economico del film (265.000.000 all’epoca erano bei soldi), alcuni articolisti invocarono, da un lato il clima propizio che si era venuto a creare sulla scorta dei numerosi fumetti sexy-giungleschi (Tigre bianca, Pantera bionda, Jungla) che costellavano le edicole, e dall’altro un certo, sensibile allargamento delle maglie della censura cinematografica, che prendeva evidentemente atto del mutare dei tempi e dei costumi.
Sia come sia, di lì a qualche mese innumere produzioni italiane si buttano sul tema, in una corsa dove la costante è il canovaccio di trama codificata da Gungala e la variabile un’attrice protagonista sempre più bella e munifica di sé. E scoppia anche la prima lite, tra Misiano e Ferrara, sui diritti di proprietà del personaggio di Gungala, che si risolve a favore del regista, il quale mette subito mano a un seguito, sempre con la Swan protagonista, prodotto dalla Summa Cinematografica: Gungala la pantera nuda. Ferrara non riuscirà tuttavia a portarlo a termine - pare per imperizia tecnica - e a chiudere il film (firmandolo col proprio nome) sarà chiamato Ruggero Deodato. Misiano, dal canto suo, porge - cristianamente - un altro film, Samoa, la regina della giungla, con il quale è nei cinema già a febbraio del 1968, mentre il secondo Gungala esce a maggio.
Tanto il lavoro di Deodato (che è perfettamente consequenziale al capostipite, narrando stavolta di come il diamante indossato da Gungala susciti le brame di un perfido arabo che intende impadronirsene per finanziare la guerriglia in Africa) si distingue per l’ottima confezione tecnica, quanto il Samoa di Misiano, diretto non più che correttamente da Guido Malatesta - con abbondante uso di stock shot da documentari tipo Continente perduto - cala l’asso di una Edwige Fenech all’apice della venustà giovanile nel ruolo della Tarzanessa del titolo, che in un isola della Malesia guida una spedizione di geologi alla ricerca di un giacimento diamantifero, mettendosi quindi dalla parte (e nel letto) dell’unico buono, Roger Browne, contro i compagni cattivi e avidi.
Se la Fenech passa alla storia del junglexploitation come la più bella e al contempo la più casta tra le figlie della foresta, Esmeralda Barros, protagonista di Eva, la venere selvaggia, non teme rivali quanto a sex appeal e carica erotico morbosa, che l’attrice brasiliana anche nel prosieguo della sua pur breve carriera nel nostro bis non mancherà di evidenziare, dal Plenilunio delle vergini a Finalmente le Mille e una notte. E infatti la censura gli appioppa un divieto ai minori di 18 anni.
Peraltro, questo film di Roberto Mauri, prodotto dalla coppia Ralph Zucker e Walter Brandi, si basa su un plot ad alto tasso di delirio - dunque interessantissimo - che prevede che il cattivo di turno, Marc Lawrence, abbia messo a punto un marchingegno da innestare nel cranio degli animali, assicurandosi il predominio sulla giungla tramite un esercito di fiere. Alla Barros la sceneggiatura leva stavolta, oltre che i vestiti, anche l’uso della parola, facendone una selvaggia che aiuta Brad Harris a sventare i folli piani del mad scientist.
Intanto, nell’agone entra anche Roberto Infascelli, che produce per la Primex e dirige Luana, la figlia della foresta vergine, puntando sul fascino esotico della diciannovenne Mei Chen, nata ad Hanoi e già passata attraverso il cinema francese di Jacques Tati e di Jean Claude Roy. C’è da aggiungere che abbiamo sin qui rilevato e sottolineato la pregnanza delle sole protagoniste, ma ogni Tarzana che si rispettasse presupponeva la presenza di un contraltare alla sua bellezza, amica o più spesso antagonista: la Linda Veras che scopriva il seno, in una sequenza mozzafiato del primo Gungala, o la principessa Michaela Cendali nel seguito diretto da Deodato - dove Ivy Holzer prendeva un bagno come mamma l’aveva fatta ed era vittima di uno stupro - piuttosto che la Ursula Davis e la Adriana Alben di Eva la venere selvaggia o, nel film di Infascelli, la Evi Marandi, sorella buona e nudissima di Luana.
Si è ormai valicato il crinale del 1969, quando arriva sugli schermi Tarzana sesso selvaggio, nel cui titolo si sintetizzano perfettamente l’essenza e la filosofia del microfilone e al quale spetta di chiudere in gloria il medesimo. Così come l’aveva inaugurato è ancora Fortunato Misiano a sigillarne l’explicit, con una produzione affidata alla regia del fido Malatesta, in cui la cosa più rilevante è la messa in luce della protagonista Femi Benussi (ma il dovuto fu reso anche a Franca Polesello e alla nera Beryl Cunningham): che in un’immagine emblematica del film, quando, sdraiata su un letto di foglie, il florido seno al vento, accarezzava un cucciolo di leopardo, dovette far raggiungere la beatitudine a più di uno spettatore.
Davide Pulici