18/02/2010 - Saggi
IL BACIO DELLA PANTERA
Dal racconto The eyes of the panther (Ambrose Bierce, 1891), una libera rivisitazione del mito della licantropia...
Era il 1942 quando la RKO assunse Val Lewton come responsabile del reparto B-Movies. L’obiettivo era quello di risollevare economicamente la più piccola delle major, uscita per miracolo dagli insuccessi commerciali di Quarto Potere (Orson Welles, 1941) e L’orgoglio degli Amberson (Orson Welles, 1942). Il compito di Lewton era quello di realizzare film a basso costo che non superassero i 150.000 dollari di budget. Il bacio della pantera (Jacques Tourneur, 1942), Ho camminato con uno zombie (Jacques Tourneur, 1943) e L’uomo leopardo (Jacques Tourneur, 1943) furono i tre fortunati horror che nacquero dal sodalizio Tourneur/Lewton e che ancora oggi colpiscono e affascinano per la loro straordinaria efficacia, nonostante la scarsità di mezzi con cui furono realizzati. Per rientrare nel budget ridotto, fu importante giocare d’astuzia fin dal principio. Lo scenografo Walter Keller infatti, piuttosto che costruire nuove e costose scenografie cercò di riutilizzare, per quanto possibile, quelle realizzate in passato per i film più costosi della RKO. Fu così che la strada di New York che vediamo ne Il bacio della pantera, altri non è che quella già vista in King Kong (Ernest B. Schoedsack, Merian C. Cooper, 1933) appena dieci anni prima e la sfarzosa scalinata che vediamo più volte nel corso del film, non poteva essere che quella de L’orgoglio degli Amberson. Allo stesso modo, anche lo zoo di Central Park proveniva dal musical Voglio danzare con te (Mark Sandrich, 1937) e persino un semplice muro di pietra fu recuperato da un vecchio set – quello di Notre Dame (William Dieterle, 1939) – piuttosto che costruito ex novo.
Grazie a questi e ad altri accorgimenti – la durata delle riprese durò soli 24 giorni – Il bacio della pantera costò appena 134.959 dollari e all’uscita in sala ne incassò ben quattro milioni alla sola prima distribuzione. L’inaspettato successo che investì la pellicola, oltre a consolidare il ruolo di Val Lewton alla RKO, innalzò Jacques Tourneur a maestro indiscusso del cinema horror. Ma da dove proviene il successo di questo film? Il bacio della pantera, in parte ispirato al racconto The eyes of the panther (Ambrose Bierce, 1891), è una libera rivisitazione del mito della licantropia che optava però per una precisa scelta stilistica: lasciare che la trasformazione della donna in pantera avvenisse al di fuori dell’inquadratura e che l’orrore fosso solo suggerito, mai mostrato. Dettata probabilmente anche dal budget ridotto, questa scelta si rivelò l’elemento vincente della pellicola, ancora oggi estremamente affascinante e maledettamente ambigua. Chi fra il pubblico non si è mai domandato almeno una volta se Irina sia davvero una donna-pantera (oppure solo una schizofrenica omicida le cui gesta sono metaforicamente tradotte nel temibile attacco di un nero felino)? Nelle parole dello stesso Val Lewton è possibile trovare una risposta: «Il pubblico saprà sempre popolare un angolo buio, di terrori ben più impressionanti di quelli che potrebbe inventare il più bravo degli sceneggiatori». Non vi è affermazione più vera! Tourneur seppe intuire prima di altri, che ciò che spaventa maggiormente non è tanto la figura del male quanto la percezione che il pubblico ha di esso. La grandezza di un’opera come Il bacio della pantera risiede proprio in questa consapevole scelta: sangue, morti e violenze lasciano spazio a rumori, ombre, e apparenze. Tutto ciò che di più mostruoso accade, avviene fuori dall’inquadratura, in una dimensione che altri non è che quella immaginaria dello spettatore.
Le sequenze degne di nota sono almeno tre: nella prima, una donna pantera (Elizabeth Russell) si rivolge a Irina (Simone Simon) chiamandola “sorella” in serbo (inquietante la versione originale in cui la Russell ha la voce della Simon); nella seconda, la co-protagonista Alice (Jane Rundolph) percepisce di essere pedinata da un’oscura presenza e, nel momento in cui la suspense raggiunge il culmine, un autobus entra in campo all’improvviso rubando un sussulto allo spettatore. Questa tecnica, divenuta poi un cliché del genere thriller e horror, prese il nome di bus effect proprio in omaggio al film di Tourneur; la terza scena infine, ha ancora come protagonista Alice, costretta a tuffarsi in piscina poiché nuovamente minacciata da un’oscura presenza a quattro zampe di cui percepiamo la sola ombra. Il bacio della pantera è indubbiamente uno dei più grandi capolavori, non solo del cinema a basso costo, ma della storia del cinema in generale. Ha ispirato scrittori come Manuel Puig – Il bacio della donna ragno (1976), di cui esiste anche una versione cinematografica omonima diretta da Hector Babenco – e registi come Pen Densham: Il bacio del terrore (Pen Densham, 1988); ha offerto l’esordio alla regia a Robert Wise – che ha diretto il sequel Il giardino delle streghe (Gunther von Fritsch, Robert Wise, 1944) – e dato a Paul Schrader l’idea per un remake: Il bacio della pantera, (Paul Schrader, 1982). Ma i riferimenti alla pellicola non finiscono qui: il personaggio interpretato da Kirk Douglas in Il bruto e la bella (Vincente Minnelli, 1952) non è altri che un produttore incaricato di realizzare un film a basso costo su alcuni esseri umani che si trasformano in pantere e delle quali si percepiranno le sole ombre... Vi dice qualcosa?
Mattia Ravaioli