11/09/2009 - Cinefest
VENEZIA 2009: SOUL KITCHEN
L'autore di La sposa turca a Venezia con una regia dal retrogusto autobiografico, vince il premio speciale della Giuria...
Il cibo e l’anima. La buona cucina e la soul music. Sono questi gli ingredienti non propriamente speciali che danno vita alla prima vera commedia del regista turco-tedesco Faith Akin. Meno sentimentalismi rispetto al popolare La sposa turca (2004), con il quale aveva vinto l’Orso d’oro al Festival di Berlino, ma passo svelto nella narrazione e nell’orchestrazione di una regia che punta a condensare cinematograficamente uno stile di vita dal sapore autobiografico molto caro all’autore.
Soul Kitchen è il nome del locale nei pressi del porto di Amburgo di cui si narra la veloce trasformazione da taverna votata all’economia grigio-fast-food del pesce fritto, cotolette e patatine, a colorato bistrot dove degustare prelibatezze da gourmet, e dove all’occorrenza poter ballare funk o ascoltare concerti rock-blues. Un luogo dove, soprattutto, si respira un’aria familiare e intensa, densa di affetti, intese, scambi. Akin conosce bene la sua città, e il film è forse il suo personale omaggio ad Amburgo, di cui ci fa scoprire la vita notturna e i quartieri popolari semi-dimenticati, ma anche la vista mozzafiato che si gode dagli attici-loft affacciati sul fiume.
Mascherato da commedia brillante sull’amicizia e la lealtà dei rapporti umani, il film è certamente qualcosa di molto vicino all’estetica contemporanea di un’Europa già multiculturale. Lo sguardo privilegia i movimenti dei personaggi, gli oggetti, con i loro spessori e i loro cromatismi, e un design d’interni non proprio comprato in saldo all’Ikea. Gli attori non sono mai convenzionali e funzionano perfettamente nella loro fisicità.
Mentre crediamo di essere al centro di un cinema classico in cui tutto carbura alla perfezione, dall’escalation di sfighe che si abbattono sul povero protagonista Zinos, il proprietario del locale, ai colpi di scena originali che ribaltano fiabescamente le previsioni più nere, Akin sposa il post-moderno tanto nell’effluvio musicale che si abbatte tra le sequenze amplificando l’empatia con gli ambienti e i personaggi (fatto di non solo funk, ma anche di electro e di musica tradizionale greca), quanto nelle invenzioni visionarie e politically uncorrect che deviano dalla trama accettata facendoci gustare sapori inediti che non ci aspettavamo.
Il tono, effervescente libero e social-comunitario fa pensare al recente I Love Radio Rock, ma l’ambientazione e la storia sono quanto di più lontano dal titolo citato si possa immaginare.
Dichiara Akin che la sua canzone soul preferita, al momento, è “Beat It” di Micheal Jackson.
Pierpaolo De Sanctis