20/10/2009 - Cineasia
GROTESQUE
Kôji Shiraishi ha un occhio al simil-snuff e un occhio al modello americano dei torture-porn, ma manca di mordente e di originalità...
La premessa è semplice e nel contempo banale: il torture-porn non è un’invenzione americana. Benché Hostel di Eli Roth e Saw di James Wan siano stati il seme di un filone prolifico, tuttora in voga, all’interno della cinematografia horror contemporanea, gli archetipi di questa forma di spettacolo vanno ricercati in Italia e in Giappone.
Per non andare troppo lontano e per non scomodare nomi come Pasolini dentro la recensione di un filmetto da trascurare, puntiamo direttamente sulle saghe di Guinea Pig e di Red Room, gli epigoni più estremi della propensione della cinematografia giapponese all’aspetto voyeuristico nei confronti dello splatter, contaminato immancabilmente da venature sessuali.
Grotesque di Kôji Shiraishi si innesta proprio in questo filone: niente storia, niente psicologia dei personaggi, niente cinema in definitiva. Volendo riprendere la terminologia di David Edelstein, potremmo definirlo un torture-gonzo. La messinscena è incentrata, in modo asciutto ed essenziale, soltanto sul carnefice, un medico squilibrato e puzzolente che prova piacere nell’infliggere torture, e sulle vittime, una coppia di giovani appena innamorati.
Senza perder tempo si passa ad amputazioni di dita, braccia, capezzoli, organi genitali. La trama non esiste e si assiste a 73 minuti di torture e dialoghi deliranti in unrated version. Anche gli amanti, se così si possono definire, degli splatter movie tout court perdono man mano la pazienza.
Il tour de force visivo è troppo curato esteticamente, con una fotografia e un montaggio insolitamente curati per gli pseudo-snuff giapponesi. Addirittura, il raffinato passaggio dalla dimensione infernale del garage all’ambiente accogliente della stanza d’ospedale richiama alla memoria, senza però minimamente porla in paragone, Audition di Takashi Miike.
Dall’altra parte manca l’impatto emozionale, proprio dei film di tortura statunitensi, che solo un minimo di elaborazione della trama e dei personaggi avrebbe potuto produrre.
Probabilmente l’autore puntava molto sulla confusione di ruoli dello spettatore, tra l’immedesimazione con la vittima, un ragazzo che sopporta dolori atroci per amore di una ragazza che neanche si sa se gliela darà, e la sovrapposizione con il carnefice, motore attivo delle efferatezze ma anche alter ego dello spettatore nel suo ruolo voyeuristico.
Ma un misero flashback di pochi minuti sulla nascita della presunta storia d’amore tra le due vittime poco prima di incappare in un sadico torturatore è una scelta da drammaturgia imparata per corrispondenza.
L’ibrido che ne viene fuori non riesce neanche a scatenare i brividi grotteschi promessi nel titolo e il finale ridicolo, oltre a richiamare Macabro di Lamberto Bava, conferma, se ce ne fosse stato bisogno, quanto i 73 minuti di unrated version siano minuti persi. Malamente.
Marcello Aguidara