12/09/2009 - Cinefest

GLI ULTIMI FUOCHI DI VENEZIA

La doppia ora, Mr Nobody, A Single Man e The Hole: niente che lasci un gran segno, a parte Tom Ford


Guido fa il custode di una grande villa con giardino, Sonia la cameriera in un albergo. Si incontrano durante uno speed date (gli appuntamenti di massa, organizzati in modo da mischiare le coppie ogni tre minuti), si piacciono, escono assieme. Fino al giorno in cui Guido porta Sonia in giro per il parco della villa, disattivando il primo livello di allarme, e consentendo l'irruzione di una banda di rapinatori. Legati e bloccati sul pavimento i due tentano di ribellarsi, con il solo risultato di beccarsi un proiettile. Di qui le carte in tavola cambiano tutte e non è il caso di aggiungere altro.
Il problema di La doppia ora di Giuseppe Capotondi è che la traccia thriller, che occupa solo il terzo centrale del film, oltre a essere riciclata su numerosissimi antenati cinematografici, si esaurisce quando ancora mancano 30 minuti, testimoniando l'intenzione di Capotondi di usarla come veicolo per arrivare altrove. E quell'altrove è più o meno il tipo di cinema da cui si sperava che La doppia ora si emancipasse.
 

 

Diverso, ma non molto più confortante, il discorso riguardante Mr.Nobody di Jaco Van Dormael, velocemente ribattezzato il "The Fountain" di Venezia 66. Nei primi 2 minuti di film vediamo il protagonista sfrecciare ibernato su una nave spaziale, freddato da un proiettile in una vasca da bagno, ultracentenario confuso in un futuro remoto di macchine volanti e palazzi piramidali, e altro ancora. Da lì in poi si passano due ore e venti sperando che gli infiniti micro-organismi narrativi si compongano in una creatura autonoma e vitale, attraverso una spina dorsale narrativa. Speranza vana.

Van Dormael accumula suggestioni estetiche senza mai trovare (cercare?) il bandolo di una matassa e induce solo un gran mal di testa. Un po' Big Fish (la memoria come agglomerato di storie), un po' Il favoloso mondo di Amelie (la ricostruzione logica delle casualità), un po'  Harold e Maude (i finti suicidi), un po' Matrix (Wake up... Nemo), un po' Forrest Gump (il vettore dell'esistenza nel percorso di una foglia invece che di una piuma), un po' mille altre cose, Mr.Nobody, come il buon vecchio Cyrano, è tutto e non è nulla.

 

Chiusura del concorso affidata invece all'esordio nel lungometraggio dello stilista Tom Ford, A Single Man: come accadde l'anno scorso con il tardivo The wrestler, è una chiusura col botto.
Ford racconta l'ultima giornata di George Falconer (un Colin Firth raramente così bravo), professore di letteratura inglese che attende il crepuscolo per piantarsi una pallottola in gola.

Mr. Falconer, il cuore irreversibilmente spezzato dalla scomparsa del compagno di una vita in un incidente d'auto, lo trascorre secondo le ovvie consuetudini private e pubbliche, compresi gli orari di lezione e una cena con un'amica di lunga data (Julianne Moore).

Il racconto, che ai toni intransigenti del melò preferisce un'edulcorazione delle forme altrettanto letteraria, è un manifesto di raro decadentismo, recitato con una tale compostezza da lasciare impietriti. E stempera ogni inflessioni romantica (il primo incontro tra gli amanti, le apparizioni fantasmatiche) con parentesi di humor britannico uguali e contrarie (la scena in cui Falconer non trova una posizione abbastanza comoda per suicidarsi, i molti dialoghi brillanti), traslando il dramma queer lontano dalle secche del cinema militante.

 

Le ultime righe di questi giorni veneziani le dedichiamo a The Hole, di Joe Dante, presentato in 3D e insignito pure del premio Persol come miglior film tridimensionale dell'anno.?

Due ragazzini si trasferiscono con la madre da Brooklyn in uno scorcio di provincia tutto villette a schiera, pub cigolanti e vecchi luna park. E nella cantina della loro nuova casa trovano una botola sigillata. Che una volta scoperchiata comincia a rovesciare in superficie l'incarnazione delle loro paure.
Pur accolto da un fiume di applausi in apertura e in chiusura, tributo dei fan all'autore, The Hole dimostra una volta di più che l'horror per famiglie è come il porno per famiglie: ontologicamente improbabile. Il confronto con operazioni anaoghe è impietoso su tutti i fronti: The Hole non ha la profondità politica di Drag Me to Hell, ma non ha nemmeno la densità metaforica di Coraline (unico piano su cui un paragone è possibile, visto che il film è in definitiva una variazione sulla solita parabola edipica).

E, cosa ancor più strana, è carente persino nello sfruttamento del 3D.
Piano su cui invece sembra puntare tutto, e con buoni risultati, il nuovo lavoro di Shimizu Takashi, che a margine della proiezione ha presentato 4 efficacissimi minuti del suo Shock Labyrinth.
 


Giorgio Viaro
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