28/09/2009 - Cinesci-fi

DISTRICT 9

Neil Blomkamp racconta il razzismo e l'apartheid in chiave sci-fi: gli extraterrestri emarginati in un ghetto come extracomunitari...

Sono arrivati. Anzi, erano arrivati, da vent'anni anni. Oggi li hanno messi a vivere dentro un ghetto, insieme ai negri che li sorvegliano e gli ammanniscono quarti di bue crudo per sfamarsi. Un’esistenza da baraccati, da reietti, tra la sporcizia, le macerie, i topi, abitando stamberghe che fan sembrare quelle di Brutti, sporchi e cattivi il Ritz. Intorno, sopra, dappertutto, a sorvegliarli ci sono soldati armati. Le telecamere li spiano 24 ore su 24, in un Grande Fratello continuo commentato da psicologi, medici, sociologi.

 

In District 9 di Neil Blomkamp gli extracomunitari sono gli extraterrestri: bipedi alti due metri con facce da calamaro e voci gorgoglianti, che hanno avuto la disgrazia di fermarsi con la loro nave spaziale sopra Johannesburg, da dove gli umani li hanno prelevati e poi rinchiusi in una baraccopoli, per studiarli e studiare, soprattutto, i loro armamenti. L’astronave è rimasta là, un blocco ferroso fermo nell’aria sopra la metropoli, dominio dei rapaci e delle sterpaglie. Immagine potentissima…

La prima ora del film non ti fa sentire bene e quindi ti fa sentire bene. Non ti dà l’impressione che questo Blomkamp ti prenda per uno stronzo di studente di seconda media. Visto dopo l’ultimo Romero c’è caso che faccia anche amaramente concludere, District 9, che il regista di Pittsbourgh avrebbe sempre puntato a tratteggiare qualcosa del genere, con una simile compiutezza e coesione, ma per una ragione o per l’altra non c'è mai riuscito come voleva. La razza dominante si trova improvvisamente a fare i conti con una nuova razza, tenta di reprimerla, nei gulag, con le pallottole, con i collaborazionisti, ma ne viene inesorabilmente fagocitata. Il giorno o la terra dei morti viventi che sono state scritte ma non sono mai state fatte...
 
Lo stile cronachistico, cinema verità, mock-umentary è quanto serve al linguaggio della prima parte del film, in cui si entra nel ghetto alieno a guardarlo negli angoli più bui, più fetidi, dietro le porte delle baracche. Tutto è molto selvaggio, crudo, diretto, in quel mondo. Pasoliniano, se me lo si passa. Un agente governativo interpretato da Sharlto Copley va lì con altra gente, in mezzo a quegli esseri che sembrano un po’ mostri e un po’ bambini, e si ritrova infettato da qualcosa che andrà poi trasformando il suo dna in quello di un alieno e lo metamorfosa, a cominciare da una mano. La Mosca, insomma, ma ciò che più importa, quella disperazione di sapere, con lucida e fredda certezza, che non si sarà più se stessi, che si diventerà altro.
 
 
Per un’ora Blomkamp, sviluppando un suo precedente corto, Alive in Joburg, tesse la tela di un’opera maestra, qualcosa che deve restare, che non la scarichi ma la vai a vedere in sala e acquisti il dvd quando esce. Poi però, negli ulteriori 44 minuti, quel bell’ordito va a ramengo, lo spettatore con la seconda media torna a essere il referente tipo, e fiocca a larghe falde l’immaginario da cinecomix, con i robottoni che saltano e sparano e tutte le prevedibili cazzate correlate…
Peccato, porca eva...

 


Davide Pulici
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