01/02/2012 - Outside

David Fincher, regista del Millennium

Nel panorama sempre pił asfittico del cinema americano, il regista di Seven, Fight Club e The Social Network mantiene una cifra personale sorprendente, come dimostra nella splendida trasposizione del romanzo di Stieg Larsson...

Il cinema di David Fincher ha spesso cambiato pelle nel corso degli anni, spaziando nei generi e nelle soluzioni stilistiche, reinventandosi ed evolvendosi ma rimanendo sempre fedele a se stesso, alla propria identità. E quella dell’ identità è una delle tematiche centrali non solo del suo cinema ma anche del suo essere cineasta: Fincher si appropria completamente di ogni testo che porta sullo schermo, lo rende suo, infondendovi il proprio essere. Il regista statunitense ha sempre lavorato su sceneggiature firmate da altri, che ha reso proprie effettuandone una sorta di seconda scrittura tramite la sua visione. La scelta dei testi non è mai stata casuale, ha sempre seguito la sua personale poetica: piuttosto che adattarsi agli script, ha sempre fatto in modo che essi si adattassero a lui e ai discorsi fondamentali della sua cinematografia.


Troviamo così tematiche ricorrenti in film, in apparenza, molto diversi tra loro: a cominciare dagli universi a maggioranza maschile, nei quali il rapporto uomo/uomo è in molti casi conflittuale (per poi evolversi, come per Mills/Somerset in Seven), vedendo spesso un dominante e un dominato scambiarsi vicendevolmente i propri ruoli nel corso del racconto (The Social Network, Zodiac, nella correlazione Graysmith/Avery, e ovviamente, in modo più complesso, Fight Club) ; la già citata identità, uno dei perni del suo discorso cinematografico: dal film d’ esordio Alien 3,  soffermandosi su Seven, con un killer dal nome John Doe in una città anonima, nella quale l’apatia e l’indifferenza (altre tematiche basilari) tentano di soffocare ogni traccia d’ umanità. Fight Club ne è il manifesto, con la ricerca del proprio io che diventa ossessione: dalle molteplici, finte identità assunte nei gruppi di auto-aiuto fino all’incarnazione di ciò che si vorrebbe essere in un doppio dalla personalità debordante, e un’identità collettiva, il Progetto Mayhem, che è prigionia travestita da libertà.


Lo scavare verso le proprie profondità passa attraverso un’ ossessionarsi  (Zodiac), che è consunzione di sè e del proprio corpo, autodistruzione come metodo costruttivo che porta allo stravolgimento di una vita ordinaria: in apparenza rovina, in realtà rinascita.
La paura, in Fincher: di se stessi, e soprattutto degli altri. I suoi personaggi sono soli, isolati. La Lisbeth di Millennium aggredisce perché teme di essere ferita, allontana il prossimo ma si avvicina ad esso attraverso il suo lavoro: indagare sugli altri è il suo modo di conoscerli, più a fondo di chiunque altro, senza che lei debba lasciarsi conoscere da loro.
Gli elementi visivi sono fondamentali: la fotografia (negli ultimi due film ritroviamo Jeff Cronenweth, già mago dell’ immagine in Fight Club), fortemente connotata, che passa da toni seppiati e intimisti a colori gelidi, vero termometro degli umori narrativi;  le trovate registiche innovative, come il particolare uso della soggettiva, abilissime, talvolta geniali. Le musiche: per anni affidate al grande Howard Shore, nelle ultime due pellicole godono del felice sodalizio con Trent Reznor e Atticus Ross.


Fincher ha spesso lavorato su script tratti da testi letterari: Fight Club, Zodiac, Il Curioso caso di Benjamin Button, The Social Network e il recentissimo e splendido Millennium – Uomini che odiano le donne. Non semplici trasposizioni ma reinterpretazioni dello scritto in chiave Fincheriana, riuscendo, talvolta, nella difficile impresa di migliorarlo attraverso le immagini.
Il suo discorso sul romanzo di Stieg Larsson è uno scavare più a fondo, un’indagine su un testo che parla, esso stesso, dell’indagare alla ricerca della verità. Il film è l’ennesimo mutamento di pelle, ritroviamo uno stile più lineare a rappresentare una narrazione complessa, stratificata e dal meccanismo perfetto.
Nove film nell’arco di vent’anni esatti, nove capitoli di una poetica che è mutevole nella forma ma non nella propria e prepotentemente unica identità.
 


Chiara Pani
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