21/01/2010 - Cinezone
Claang – The Game
Un film fantasy incentrato su una sfida ad un gioco rituale di un mondo medioevaleggiante, per il cinema indipendente italiano....
Sembrava davvero azzardato, per il cinema indipendente italiano, provare a mettere in piedi una produzione che osasse fare i conti con l’immaginario mitico ed eroico di un genere come l’epico-avventuroso: un universo narrativo che esige, da parte sua, ambientazioni appropriate, ampie vedute paesaggistiche, costumi e scenografie attendibili… tutte cose apparentemente impossibili da ricostruire senza un budget adeguato.
Ecco perché quella di Stefano Milla suona come una vera e propria sfida: se già di suo, infatti, l’idea di provare a rinverdire i fasti del fantasy all’italiana merita rispetto e attenzione, a giudicare dai risultati ottenuti l’opera gira a dovere, riuscendo a restituire il sapore di un mondo arcaico e medioevaleggiante governato da leggi e valori profondi, dove amore e onore si equivalgono, e dove eroi di segno opposto combattono per l’ottenimento del potere attraverso il rituale di un gioco chiamato Claang: nient’altro che una partita allestita in una sorta di arena dove due squadre di guerrieri si fronteggiano spietatamente.
Il vasto impiego di membri appartenenti a gruppi di ricostruzione storica, compresi alcuni protagonisti specializzati nell’arte della scherma e del combattimento antico, danno all’operazione una qualche credibilità in più, anche se alcuni difetti restano ancora evidenti: in particolare, un doppiaggio un po’ troppo “distaccato”, che taglia eccessivamente le voci dei personaggi dal corpo degli attori e dal contesto naturale delle riprese.
Al tempo stesso, si sente che il film e la storia raccontata altro non sono che un pretesto per sviscerare tutto l’amore del regista nei confronti del genere, di cui vengono rispettate tutte le coordinate: l’amore contrastato tra l’eroico Tyr e la bella Elanor (una Suzi Lorraine che siamo certi di rivedere presto in molte altre produzioni indipendenti di genere), il tiranno da abbattere, i colpi di scena, i tradimenti e le imprese valorose. A mancare, semmai, è uno scarto in più, un approccio più libero e personale nella reinterpretazione delle convenzioni narrative, che invece restano solo – ma anche questo non è poco – sapientemente assimilate.
Pierpaolo De Sanctis