18/07/2008 - Cineasia
THE CHASER
Un noir livido e violento ma anche assai derivativo. Il cinema d'azione coreano conferma i propri pregi ed i propri limiti.
Ogni tanto, a intervalli regolari, fa capolino dalla Corea del Sud un film che - vuoi per il passaggio a qualche festival di rilevanza più o meno internazionale, vuoi per il semplice passaparola tra i soliti pochi illuminati - riesce a far parlare di sé e a superare i confini che separano la cinematografia popolare locale dal mondo del cinema che conta. Quest’anno è il turno di The Chaser: proiettato a Cannes e subito venduto a mezzo mondo - tranne che agli States, che provvederanno puntualmente a girarne un remake con attori americani (non sia mai che i bambini si spaventino ritrovandosi davanti a degli occhi a mandorla sul grande schermo) - si tratta di un noir duro e puro, senza peli sulla lingua.
Che quest’opera prima di Na Hong-jin sia effettivamente all’altezza dell’entusiamo che ha generato, però, è questione ampiamente opinabile. La storia è quella di Joong-ho (interpretato da Kim Yun-seok), ex-poliziotto ridottosi a gestire un piccolo circolo di prostituzione. La svolta avviene nel momento in cui l’uomo si accorge dell’esistenza di un misterioso cliente che pare rubargli le ragazze, facendole sparire dalla circolazione, forse passandole a un altro giro più redditizio, e lasciandolo senza la sua parte dell’incasso. In realtà, si tratta di uno spietato serial killer. Joong-ho non immagina nemmeno lontanamente di essere finito in una questione ben più grande di lui…
The Chaser parte a mille all’ora e durante tutta la prima parte lascia davvero poche volte il tempo di tirare il fiato. L’atmosfera è quella cupa e pessimista dei migliori polizieschi degli anni settanta: poche volte si è vista una Seoul così livida e opprimente, popolata quasi unicamente da falliti, puttane e poliziotti corrotti. Senza considerare che le scene che vedono protagonista l’assassino, rivelato tra l’altro allo spettatore sin dalle prime battute, sono girate con piglio quasi horror e colpiscono allo stomaco per la loro crudezza. Le carte in regola, insomma, ci sono tutte.
Eppure c’è qualcosa che non funziona nello script, come se a lungo andare la struttura cominciasse inesorabilmente a mostrare il fianco, mettendo in evidenza tutti i suoi punti deboli. Si tratta dei soliti piccoli difetti che fin troppo spesso vanno ad inficiare la qualità dei film coreani, figli di una cinematografia che evidentemente non vuole saperne di maturare pienamente: lo stampino del perfetto poliziesco “made in Seoul” è stato anche in questo caso rispolverato alla bell’e meglio ed accorrono numerosi gli spettri dei vari Public Enemy (che nonostante sia uscito oramai più di otto anni or sono, funge ancora da ideale matrice per i suoi epigoni attuali), del meno riuscito Wild Card, del recente Our Town e così via.
Anche la struttura del film in sé, basata fondamentalmente sui fili del caso e sul loro inesorabile intreccio, sembra presa di forza da una qualsiasi produzione similare della Milkyway di Johnnie To. E come ciliegina sulla torta, fa quasi tenerezza il palese rimando ad Old Boy, buttato nella mischia alla rinfusa.
The Chaser resta un buon prodotto, rude, inflessibile e senza compromessi, ma ci troviamo anche di fronte ad un’opera fin troppo derivativa, finanche ricalcata su quella che rimane la vera creme de la creme del noir in salsa coreana. Un film del genere servirà di certo a scuotere un po’ le acque, ma nonostante la sua bontà complessiva siamo ben lontani da un prodotto rivoluzionario o anche più semplicemente originale. Na hong-jin resta comunque atteso al varco di una seconda prova, sperando che sappia rinnovarsi e che riesca a portare quella ventata d’aria fresca della quale il cinema del suo paese ha un grandissimo bisogno.
Martin De Martin
La Redazione