19/05/2009 - Cinesex

TEETH

Storia di Dawn. Una che non si concede facilmente. Per fortuna. Signore e signori: ecco la teen comedy sulla vagina dentata...

Sebbene possa sembrare strano, visto il tema quantomai bizzarro toccato da Teeth, ciò che più incuriosisce di questa commedia grottesca è il cognome del regista. Mitchell Lichtenstein, un passato non fortunatissimo da attore e un presente da regista controverso (o, almeno, così vuol farci credere), è figlio di quel Roy Lichtenstein al quale dobbiamo alcune delle opere più rilevanti dell’arte contemporanea. E ci sembra significativo il fatto che il figlio di cotanto padre, giunto alla prima regia di un lungometraggio, abbia deciso di dedicarsi a raccontare una storia la cui protagonista è un’icona pop universale e al contempo quasi invisibile al di fuori del talamo: la vagina.

Dawn è una bella ragazza a cui non mancano i corteggiatori. La giovane è, però, una convinta sostenitrice della castità prematrimoniale e una fervente fautrice dell’ortodossia religiosa. Il fratello di Dawn, Brad, è invece un libertino impenitente e un po’ redneck che passa le giornate ad ascoltare heavy metal intrattenendosi in performance sessuali piuttosto rumorose. La pudica Dawn scopre un giorno di soffrire di una malformazione che si credeva leggendaria: la vagina dentata, perifrasi latina indicante una condizione che, a orecchie italiane, non necessita di ulteriori spiegazioni. Da verginella ingenua, Dawn decide quindi di trasformarsi in una temibile macchina di morte freudiana, evirando chi ritiene meriti tale punizione.

Lichtenstein, responsabile anche della sceneggiatura, adotta una prospettiva interessante rispetto a un racconto la cui declinazione più prevedibile pare trovarsi nell’ambito del grottesco. La prima metà di Teeth è infatti una sorta di teen comedy piuttosto sapida e acuta che fa leva sugli aspetti surreali della condizione di Dawn, tratteggiando una serie di personaggi e situazioni efficaci. Certo, il potenziale splatter della vicenda, per certi versi vicina a quella narrata dall’interessantissimo Killer Condom di Martin Walz, è pienamente sfruttato nei quarantacinque minuti finali, ma a dispetto di una discreta vivacità visiva, il secondo tempo del film appare paradossalmente meno riuscito.

Manca un po’ di coraggio a Teeth, che accenna senza approfondire alcune tematiche complesse (la posizione delle scuole rispetto al creazionismo, il rapporto tra genitori e figli) e finisce spesso per preferire una certa solida prevedibilità. Il film di Lichtenstein non è comunque da buttare, se non altro perché si tratta della messa a terra per nulla prevedibile di una premessa che avrebbe fatto pensare a risultati ben più idioti.
 


Riccardo Fassone
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