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Zombie Undead

2010
Titolo Originale:
Zombie Undead
REGIA:
Rhys Davis
CAST:
Ruth King
Kris Tearse
Barry Thomas

Il nostro giudizio

Cadaveri ambulanti made in UK per l’esordiente Rhys Davies: Zombie Undead ha volti troppo ebeti per essere un horror credibile, battute surreali e scene di inquietante balordaggine, e alla fine è la commedia a prevalere con qualche saltuario momento di demenziale poeticità.

La giovane Sarah (Ruth King) è sopravvissuta a una tremenda esplosione nella quale il padre ha subito delle gravi lesioni. Durante il tragitto all’ospedale, la ragazza scopre che la situazione è molto più grave di quanto originariamente supposto: il nosocomio è nel caos più totale, morti e feriti occupano le corsie e le sale d’attesa. Quando il genitore muore per le ferite, la figlia perde i sensi ma, una volta rinvenuta, scopre che la struttura è completamente deserta e che lei pare essere stata dimenticata nei suoi labirintici corridoi. Pare, appunto. Il personale medico e i pazienti si sono in realtà trasformati in pericolosissimi zombie assetati di sangue che, ben nascosti, danno la caccia a tutto ciò che è ancora umano. Comincerà una tremenda lotta per la sopravvivenza, anche se il misterioso virus ha ormai abbandonato l’ospedale, diffondendosi a macchia d’olio per l’intera nazione.

Inizio in medias res con zombie in salsa inglese e contorno ospedaliero. I morti sono un po’ rabberciati con marmellata fatta in casa, passata di pomodoro, lattice per ferite purulente rubato al set del piccolo prestigiatore, ma non ci si fa nemmeno caso, anche considerando che il luogo d’azione è perennemente immerso in una sorta di cupa semioscurità. Occhio non vede, cuor non duole. Poi una ragazza piuttosto graziosa, l’esordiente Ruth King, si sveglia in corsia e quando viene attaccata dai morti se ne sta lì con la faccina da pesce lesso. Meno male che arrivano i nostri a salvare la verginella in difficoltà, ed ecco il paffuto Kris Tearse (sceneggiatore, attore e compositore) che apre in due la testa all’aggressore con una bella falcettata. Purtroppo la pulzella così preservata da un triste destino (ça va sans dire, l’infezione si propaga a morsi), anziché tirar su l’anima sconvolta alla vista di cervella e budella, continua a barcollare per le corsie ripetendo “Hello? Hello?”, quasi che spaccare la testa agli zombie fosse pratica d’ufficio negli ospedali.

Si va avanti così per un cinque o dieci minuti, poi un tizio vomita addosso a un altro, e allora capisci che ci deve essere una strategia. La cosa è divertentissima, perché ha dei dialoghi talmente surreali che se non fosse un film dell’orrore li applaudiresti come un’opera di Beckett. Tanto per gradire, Caio chiede a Sempronio: “con cosa li fronteggiamo?” E Sempronio risponde. “Con le armi”. E con cosa sennò? Peccato che di armi ne compaiano poche, nel senso che appena uno dei sopravvissuti ne afferra una, subito dopo averla usata la getta via, vuoi in un momento di panico o in un attacco di arrabbiata frustrazione. E quando l’ascensore si blocca senza motivo: “Perché s’è fermato?” “Forse si è inceppato”. Geniale. Ma questo è solo l’antipasto, perché la poesia la si raggiunge a due terzi della pellicola, quando questi eroi per caso, ammattendo per trovare l’uscita in un ospedale degno di un moderno Dedalo, finiscono in un cortile interno. Siamo al piano terra, l’uscita deve essere dietro l’angolo, ma in realtà è un vicolo cieco, niente porte e portelloni, cancelli e inferriate verso l’esterno. Tutti si disperano, si mordono le mani, si strappano i capelli. Gli zombie stanno per arrivare. Non c’è via di fuga. È la morte, è la fine. Eh sì, chissà però chi ha parcheggiato le numerose biciclette proprio lì in quel cul de sac, in bella mostra sotto il gigantesco cartello con su scritto: “Divieto di parcheggio”.

Eppure Zombie Undead è un bel film, ti piace, ti ammalia; forse non ti prende ai coglioni, ma alla gola sì, e qualche risata la strappa anche al più monolitico cultore dello zombesco duro e puro. Ha quel qualcosa di spensierato, di ilare, che proprio per la sua involontarietà insaporisce senza strafare, accarezza gli aromi senza guastarne l’essenza. Quando ci sei dentro non riesci più a uscirne, è contagioso come il morso dei suoi zombie famelici; a un certo punto puoi persino angosciarti per quei quattro scalognati che, inscatolati in un nosocomio fantascientifico, escheriano a tratti, fanno lentamente, uno per uno, la fine del topo, chi sbranato, chi contaminato, chi preso a schioppettate.

Zombie Undead ha volti troppo ebeti per essere un horror credibile, battute surreali e scene di inquietante balordaggine, e alla fine è la commedia a prevalere con qualche saltuario momento di demenziale bellezza. Il demiurgo di un simile delirio è un tale Rhys Davies, un esordiente già al lavoro sul secondo lungometraggio, tale 43 Pounds. Da tenere d’occhio che promette bene.