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Orbiter 9

2017
Titolo Originale:
Òrbita 9
REGIA:
Hatem Khraiche
CAST:
Clara Lago (Helena)
Àlex Gonzàlez (Àlex)
Andrès Parra (Hugo)

Il nostro giudizio

Orbiter 9 è un film del 2017, diretto da Hatem Khraiche

Nonostante la presenza di un festival d’eccezione alquanto visionario come il Sitges, contrariamente ai cugini messicani e argentini, la Spagna non è mai stata particolarmente legata a una specifica tradizione di cinema fantascientifico, eccezion fatta che per alcuni sporadici e isolati casi come Abre los ojos (1997) di Amenábar, Los Cronotimes (2007) di Vigalondo e Los Últimos Dìas (2013) dei fratelli Pastor. Nonostante ciò, cavalcando a pieno regime l’innovativa sci-fi renaissance iberica – specchio di una più ampia tendenza internazionale del nuovo decennio, inaugurata dal Gravity del messicano Cuaròn –, di cui Eva (2011) e Automata (2014) possono essere considerati a pieno titolo gli iniziatori ufficiali, il giovane e promettente Hatem Khraiche sceglie, con Orbiter 9, di esordire al lungometraggio attraverso una piccola opera capace di amalgamare con straordinaria coerenza dramma, azione e tanta, tanta fascinazione per l’ignoto spazio profondo. Concepito e modellato come una love-space odyssey necessariamente più contenuta (a livello di budget e di mezzi) rispetto al roboante e patinato Passengers, Orbiter 9 narra la straordinaria vicenda di Helena (Clara Lago), nata e cresciuta in completa solitudine all’interno di una capsula spaziale diretta verso il pianeta-colonia Celeste, ultimo baluardo di salvezza per un’umanità ormai sull’orlo del baratro.

dentro 1

L’incontro improvviso con il tecnico ingegnere Àlex (Àlex Gonzàlez), il primo e unico essere umano con cui abbia mai avuto un qualche contatto diretto, sconvolgerà totalmente l’esistenza della giovane, aprendole inoltre gli occhi su di un’inaspettata realtà legata alla vera natura della propria intera esistenza. Difficile (se non impossibile) imbastire un’analisi esauriente attorno a Orbiter 9 senza inevitabilmente rovinare allo spettatore il piacere della sorpresa, anche se, in verità, il fantomatico twist sul quale s’incardina l’intera narrazione appare in effetti abbastanza intuitivo, senza tuttavia con ciò togliere nulla al fascino di una piccola opera visionaria capace d’intrigare pur nell’evidente ristrettezza di risorse a disposizione. Attraverso una recitazione particolarmente minimale e contenuta – a tratti persino straniante – che ben si sposa con la fredda e asettica fotografia desaturata di Pau Esteve Birba, Orbiter 9 procede convinto e spedito per la propria strada, mettendo in scena un intimo racconto di sentimenti a gravità 0 che prendono forma all’interno di un’ambiente hi-tech straordinariamente “umanizzato”, nel quale tuttavia nulla è veramente quello che sembra e il colpo di scena è sempre in agguato dietro l’angolo.

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Senza nascondere la propria natura evidentemente derivativa – che amalgama suggestioni provenienti soprattutto dal recente filone di fantascienza spaziale con sorpresa “a scoppio ritardato”, da 400 Days a Cycle –, Orbiter 9 rivela tutta la padronanza registica di un autore come Khraiche, capace di plasmare un universo esteticamente molto accattivante e, al contempo, catturare l’interesse di un ampio target di spettatori attraverso una solida e onesta sceneggiatura, nella quale forma e contenuto riescono a coesistere senza troppi problemi. Rimanendo prudentemente alla larga dalle frastagliate e rovinose vette della produzione indie – preferendogli una più che sana struttura da piccolo blockbuster d’autore –, Orbiter 9 ha il grande merito di condurre il brulicante cinema di genere spagnolo verso un livello di maturità decisamente più elevato e qualitativamente competitivo.