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Day of the Dead – Bloodline

2018
Titolo Originale:
Day of the Dead. Bloodline
REGIA:
Hèctor Hernández Vicens
CAST:
Sophie Skelton (Zoe Parker)
Johnathon Schaech (Max)
Jeff Gum (Miguel Salazar)

Il nostro giudizio

Day of the Dead – Bloodline è un film del 2018, diretto da Hèctor Hernández Vicens

Day of the Dead – Bloodline è brutto. Irrimediabilmente brutto. È pensato male, scritto peggio, diretto con i piedi, recitato col culo (sto citando qualcuno o qualcosa ma giuro che non mi ricordo chi); è tale, insomma, che nemmeno quelli con i gusti più di merda del mondo potrebbero salvarlo. Nemmeno prendendolo per la collottola come si fa con un cucciolo bagnato. Day of the Dead – Bloodline fa veramente schifo e non ingenera nemmeno la pietà che, a volte, i brutti riescono ad attirarsi… Ecco, questo è il cappello dovuto a quanto ha fatto la Millenium, la famigerata Millenium che per qualche misteriosa cabala detiene i diritti di remake del classico di George Romero e che, di tanto in tanto, li ritira fuori, provando a vedere se… Qualcuno (pochi) si ricorderà del primo tentativo, quel film amatoriale girato da Ana Clavell e James Glenn Dudelson, nel 2005: Day of the Dead 2: Contagium, che, nonostante il titolo, era una specie di prequel della Notte dei morti viventi che finiva per rinchiudersi in un ospedale per malati di mente, auto-diagnosticandosi la follia. E molti si ricorderanno la seconda volta, il Day of the Dead di Steve Miner del 2008, quello con Mena Suvari, che ci misero una vita a ultimare, girato in Bulgaria. Sempre con di mezzo la Millenium e la Taurus Entertainment. Adesso arriva il tre, obbrobrioso, come ho premesso. Irredimibile sotto qualsiasi punto di vista. Davvero? Assolutamente! Eppure…

dentro 1

Sceneggiato da Mark Tonderai e da Lars Jacobson. Tonderai, che fu il regista di House at the end of the street, doveva dirigerlo ed eravamo nel 2013. Però si scornarono con la produzione e di Tonderai e dell’altro anonimo del 300 rimase solo lo script. Già, lo script. Il nocciolo della questione, a volerla riassumere che più non sarebbe possibile, è che un molestatore della protagonista, un tale che arriva al punto da incidersi il suo nome, Zoe, nella carne, una volta scoppiato l’outbreak e diventate la maggior parte delle persone degli zombi corridori (sì, qui corrono) e cannibali, si ripresenta alla porta di Zoe per… continuare a molestarla? Farsela? Leccarle la faccia riempiendogliela di marciume? Una cosa del tipo. E questo ritornante sarebbe, in siffatto re-imagining di Il giorno degli zombi, nientemeno che il nuovo Bub: il morto vivente pensante, dotato di raziocinio e di parola e custode, nelle proprie cellule, del segreto che potrebbe risolvere il problema della zombite con un vaccino. Il nuovo Bub, che si chiama Max, lo interpreta certo Johnathon Schaech. Lei, invece, la Lori Cardille del 2017, è Sophie Skelton, un’inglesina, alta più di un metro e settanta. Bella figa, onestamente, e anche dotata di espressività. Ma qui dentro sembra una comparsa bulgara, sullo stesso piano delle altre comparse bulgare. Perché pure questo arnese l’hanno girato da qualche parte appena fuori Budapest.

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C’è un prologo, incredibile, dove la Skelton cammina in mezzo a una strada, telefonando alla madre, mentre ovunque gli zombi spappolano e straziano corpi umani (gli effetti, va detto, per quanto tutti in digitale, fanno abbastanza senso). Lei è una studentessa di medicina e durante una festicciola in facoltà, mentre il molestatore cercava di strapparle le mutande nell’obitorio, i cadaveri hanno cominciato a risorgere. Salto in avanti, quattro anni dopo. C’è il bunker con i militari e i civili sopravvissuti. I cancelli di ferro con, appena fuori, quella trentina di comparse bulgare truccate da morti. E poi tutto quello che abbiamo già sunteggiato e che prende il via quando Zoe va con una spedizione in città per recuperare dei farmaci e si porta dietro, nascosto appeso al semiasse del mezzo militare, Max. Che così penetra nel bunker, oltre le linee nemiche. Tutto chiaro. Ma il significato dell’avversativa “eppure”? Il significato preciso non lo so, ma so che la mediocrità estrema di tutto quello che lo spagnolo Hèctor Hernández Vicens (che pare abbia fatto un film interessante, almeno così dicono, nel 2015, El cadáver de Anna Fritz) ha girato, praticamente senza dettagli e senza primi piani, finisce per sublimarsi in un’essenza che ti lascia dentro qualcosa di molto profondo. È paradossale, ma è così… PS Vi rendete conte che in questa roba avrebbe dovuto anche apparire Bruce Campbell nella parte di Ash Williams? PS 2: O gli dò 0 o gli dò 5. Tertium non datur...