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Cabin Fever

2016
Titolo Originale:
Cabin Fever
REGIA:
Travis Zariwny
CAST:
Gage Golightly (Karen)
Matthew Daddario (Jeff)
Samuel Davis (Paul)

Il nostro giudizio

Cabin Fever è un film del 2016 diretto da Travis Zariwny

Sono passati 14 anni dall’originale del 2002, che ha segnato l’esordio di Eli Roth alla regia, e Cabin Fever è diventato un classico dell’horror contemporaneo, che prende l’archetipo “ragazzi nel bosco” e lo trasforma in qualcosa d’altro: un morbo che corrode carne e mente (per questo viene in mente il primo Cronenberg) e fa deflagrare i rapporti interni al gruppo in una lotta homo omini lupus all’interno di un ambiente ostile e da incubo (non a caso c’è anche Lynch dietro l’idea). Negli anni successivi il film è diventato un cult, tanto da generare il sequel Cabin fever 2 di Ti West e il prequel Cabin fever: Patient Zero di Kaare Andrews, due divertissement gore/splatter di puro intrattenimento. È legittimo chiedersi se un film così perfetto avesse bisogno di un remake: secondo Eli Roth, la risposta è evidentemente “sì”, visto che lui stesso è produttore esecutivo di questa fedele rivisitazione del regista Travis Zariwny (Travis Z nei crediti), che se non è strettamente shot-for-shot è quasi in toto “scene-for-scene”. Il nuovo Cabin Fever è tra i remake più fedeli che si ricordino (gran parte delle scene sono replicate, e persino alcuni dialoghi riprendono quelli originali), infatti la sceneggiatura è scritta da Randy Pearlstein co-sceneggiatore nel 2002. La trama è identica: due coppie e il loro amico single si recano in uno chalet nel bosco per una vacanza all’insegna della baldoria, tra sesso e alcool. Dopo la sosta in una stazione di servizio dove vengono accolti in maniera bizzarra e ostile, la gita prosegue in modo divertente fino a quando bussa alla loro porta un uomo deturpato da una misteriosa malattia e in cerca di aiuto. Spaventati, i ragazzi finiscono col dargli fuoco e cercano invano aiuto: isolati in mezzo al bosco, con l’auto guasta, vengono a loro volta contagiati dal terribile morbo che si propaga attraverso l’acqua e fa decomporre la carne.

Diciamo subito che il nuovo Cabin Fever non è affatto male, anzi: l’atmosfera è tesissima e disturbante, la regia di Travis Z (Scavengers, Intruder) riesce a ricrearla in modo efficace, il sangue e il gore sono presenti in misura anche maggiore, e pure l’aspetto più croneberghiano del disfacimento corporeo e mentale viene mantenuto. Certo, il fatto che non ci sia Roth alla regia in certi momenti si fa sentire: alcune lungaggini e verbosità inutili, la mancanza del clima più onirico e allucinato di stampo lynchiano (ricordiamo che il primo Cabin fever aveva le musiche di Badalamenti e conteneva incubi visionari), l’assenza di quei colpi di genio che fanno la differenza tra un buon film e un grande film – uno su tutti, scompare la battuta impagabile sul fucile “per i negri” che solo alla fine scoprivamo intesa come “da dare ai” e non “da usare contro”. In compenso, Travis Z mantiene quel coté niente affatto secondario della comunità montanara ostile agli estranei, che si mescola all’elemento orrorifico rendendolo ancora più inquietante: i bizzarri personaggi della stazione di servizio, la vecchia che macella il maiale, l’ambiguo sceriffo (che qui è una donna), gli assassini armati di fucile restituiscono un’atmosfera malsana che ricorda pellicole seventies come Non aprite quella porta, Un tranquillo weekend di paura e l’immaginario visivo del primo Rob Zombie. La regia inserisce alcune ottime variazioni che non modificano la sostanza della storia ma sono decisamente riuscite: il bambino che morsica indossa qui un’inquietante maschera antropomorfa a forma di coniglio; l’uomo bruciato vivo non muore subito e torna come una sorta di zombi uscito dall’acqua; il cane contagiato, che nel film di Roth non presentava un aspetto particolare, diviene qui un vero e proprio mostro sanguinante; l’uccisione della prima ragazza contagiata, abbattuta come una bestia per non farla soffrire, è un vero pugno nello stomaco – se Roth la faceva a pezzi fuori campo, la nuova regia crea una scena crudelissima, ai limiti del sopportabile, in cui il ragazzo prima tenta di decapitarla, poi non riuscendoci la brucia viva.

Quest’ultima scena è un po’ rappresentativa del nuovo Cabin Fever: se Roth costruiva una vicenda immergendo lo spettatore nell’atmosfera da incubo e poi dando sfogo alla mattanza, Zariwny punta subito sull’aspetto sanguinario e orrorifico, ma senza eccessivo compiacimento e rispettando le linee-guida del modello. Quindi, maggiori dettagli di make-up ed FX sui corpi in fase di necrosi, tra volti orribilmente butterati, sputi di sangue, piaghe purulente, carne che si stacca, emoglobina in abbondanza e corpi fatti a pezzi. Come il capostipite, anche questo Cabin fever lascia spazio a possibili sequel, con un’innovazione tecnologica figlia dei nostri tempi: se nel 2002 i ragazzi si scattavano foto con la macchina fotografica, oggi ci sono i cellulari, e la prima ragazza contagiata spedisce le orribili immagini a un’amica tramite un social network – quasi che il mondo fosse destinato a conoscere quanto successo in quel luogo sperduto. Come nel film di Roth, il cast è composto da attori giovani e poco conosciuti che svolgono però con efficacia i vari ruoli: Gage Golightly e Nadine Crocker sono le splendide ragazze (protagoniste di due scene erotiche), mentre la componente maschile è affidata a Matthew Daddario, Dustin Ingram (presente nella contemporanea serie TV Vinyl nei panni di Alice Cooper) e Samuel Davis.