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Brawl in Cell Block 99

2017
Titolo Originale:
Brawl in Cellblok 99
REGIA:
S. Craig Zahler
CAST:
Vince Vaughn (Bradley Thomas)
Jennifer Carpenter (Lauren Thomas)
Don Johnson (Warden Tuggs)

Il nostro giudizio

Brawl in Cellblok 99 è un film del 2017, diretto da S. Craig Zahler

Di “dramma della disoccupazione” si sente parlare spesso, soprattutto ultimamente. Ma la catena di sfortunati eventi che si innesca per Bradley Thomas dal momento in cui viene licenziato eccede un po’ questa definizione. Tanto per cominciare, lo stesso giorno in cui viene liquidato dall’officina in cui lavorava scopre che la moglie ha una tresca con un altro. Bradley, due metri di ex pugile dal cranio rasato e tatuato, con ammirevole aplomb (essendosi già sfogato sulla di lei autovettura, distrutta a mani nude) non la lascia e la invita anzi a riprovare ad avere un figlio dopo l’aborto spontaneo che li aveva allontanati. Questa la molla che lo spinge a iniziare a lavorare come corriere per un boss di sua conoscenza. Come da copione, per un po’ tutto sembra filare alla perfezione: l’unità di coppia è ristabilita, i soldi piovono, una bimba è in arrivo. Peccato che un colpo un po’ troppo grosso finisca male, la polizia faccia fuori i suoi complici e Bradley, incorruttibile e rigoroso, si schieri dalla parte dell’ordine costituito. Ma se il crimine non paga, nel mondo di S. Craig Zahler la rettitudine lo fa ancora meno: Bradley si becca ben sette anni di carcere, ed è qui che Brawl in Cellblok 99, finalmente (a ormai quasi un’ora di durata), decolla.

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In una meticolosa discesa agli inferi in un sistema carcerario che richiama alla mente l’esperimento di Milgram e i KZ nazisti, dal sapore prima kafkiano e poi esplicitamente asiatico nella descrizione delle torture psicologiche e fisiche inflittegli, Bradley passa da un carcere federale a uno di massima sicurezza per salvare moglie e koala (come affettuosamente chiama la bambina in arrivo). Il trafficante che gli aveva commissionato il colpo andato a rotoli l’ha sequestrata, in cambio del suo rilascio Bradley deve ammazzare un tale nel cell block 99, “un carcere nel carcere” dove vengono rinchiusi psicotici e serial killer e in cui naturalmente avvengono le cose più turpi. Se non acconsente, la sua mogliettina verrà data in mano a un “abortista coreano” capace di amputare gli arti del feto prima della nascita. È questa una delle trovate gustose e surreali che Zahler dissemina – con parsimonia, ma proprio per questo ancora più efficaci – in un film inquietantemente misurato. Di questi dettagli apertamente grotteschi fanno parte anche i ruoli che riserva a Udo Kier – tirapiedi insondabile -, e Don Johnson – carceriere sadico sempre dotato di cubano -, ma per il resto il film conserva una inaspettata severità: la colonna sonora è quasi assente – specie nelle sequenze d’azione -, la fotografia gelida, e Zahler è magistrale nel regalare continuamente dei totali stranianti che ricordano un po’ Seidl, giocando sul contrasto e la sottrazione.

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Questa sofisticazione non è fine a se stessa, riflette piuttosto il personaggio di Bradley, che, come il film, accumula rabbia e frustrazione per esplodere poi in un crescendo sempre più splatter. Il peso di tutta l’operazione è sul protagonista, un inedito e perfetto Vince Vaughn, inflessibile montagna di carne pronta a qualsiasi sacrificio pur di preservare la sua prole, che spezza gambe e grattugia volti senza tanti complimenti. La “rissa” del titolo in effetti è più una resa dei conti unilaterale, i pestaggi e i combattimenti a suon di arti marziali sono molto ben coreografati, ma il titolo di giustiziere non viene mai contestato a Bradley e lo spettatore può giustamente godersi un po’ di crani spappolati e occhi che schizzano in un B-movie che finalmente non brilla della luce riflessa dei suoi svariati numi tutelari, ma riesce a fare un discorso personale e davvero contemporaneo.