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Blade Runner 2049

2017
Titolo Originale:
Blade Runner 2049
REGIA:
Denis Villeneuve
CAST:
Ryan Gosling (Agente K)
Harrison Ford (Rick Deckard)
Dave Bautista (Sapper Morton)

Il nostro giudizio

Blade Runner 2049 è un film del 2017, diretto da Denis Villeneuve

Blade Runner è sempre più la saga dei primati: da sempre citato come esempio di cinecapolavoro ottenuto pur tradendo ampiamente il romanzo d’origine (come documentato dal servizio sul film nel numero di ottobre di Nocturno), ora, con Blade Runner 2049, incassa anche quello di unica opera (o quasi, ché anche i seguiti di Alien e Terminator erano prodotti di qualità con valide griffe) in cui il sequel si piazza a un’altezza tale da guardare fieramente negli occhi il capostipite. Denis Villeneuve è riuscito in un miracolo: il suo opus magnum (163’!) danza elegantemente sulla lama sottile della fedeltà a un immaginario e a un’ambientazione che hanno fatto storia (dopo l’82, metropoli buie e piovose imperverseranno al cinema da Black Rain fino al Corvo), senza restarne schiacciato; anzi, portando avanti con decisione la vicenda dei replicanti e dei loro implacabili cacciatori umani, introducendo nuovi, potenti snodi drammatici, forieri degli angosciosi quesiti filosofici su vita “reale” e “artificiale” che han reso il film di Ridley Scott (qui produttore) quel che sappiamo. Il regista ci chiede di non svelare troppi dettagli della trama per lasciarveli scoprire in sala e noi lo accontentiamo volentieri perché ne vale la pena. Blade Runner 2049 non è un clone aggiornato negli effetti e riempito di scene d’azione roboanti per coprire le idee riciclate, ma si prende tutti i tempi necessari per ricreare l’atmosfera noir malinconica che è uno dei principali portati di Scott alla s/f mondiale (e al mood del cyberpunk allora nascente e forse neppure noto al cineasta inglese). E quando ci rifila un colpo di scena picchia ancor più duro.

DENTRO 1

Vi basti sapere che l’agente Ryan Gosling (l’unico attore dopo Clint a tenere espressivamente la stessa faccia per più di due ore!) è egli stesso un replicante (elemento che avvicina la nuova trama all’opera di P.K. Dick, in cui si temeva che lo stesso Deckard potesse esserlo), che il “lavoro in pelle” cui deve dar la caccia parrebbe partorito da una replicante e che tutti gli indizi gli lasciano pensare che quel figlio potrebbe essere… proprio lui stesso! Basta così per capire che la sceneggiatura di Hampton Fancher (già autore della prima stesura del film dell’82) mette molta “nuova carne” al fuoco, pur avendo abbandonato l’idea di basarla sul sequel romanzesco Blade Runner 2 (The Edge of Human) di K.W. Jeter (di cui parliamo su Nocturno n. 178), ormai cronologicamente impraticabile. Sceneggiatura che alterna lo spleen meditativo alle necessarie scene d’azione con calibrata maestria, mentre la superlativa fotografia di Roger Deakins ci regala visioni potenti e memorabili: una metropoli ancor più cupa e nebbiosa protetta da enormi dighe, le solitarie statue femminili troneggianti in un deserto rosso (un Hardware antonioniano, si può dire?), scheletri urbani che sembrano i Palazzi Celesti di Kiefer, la verdeggiante foresta virtuale della creatrice d’innesti mnemonici, in cui si apre una porta ed entra Ryan rivelando che era un ologramma proiettato su una stanza bianca e vuota.

DENTRO 2

E poi la scena in cui l’A.I. Joi (Ana de Armas) si sovrappone visivamente alla prostituta Mariette (Mackenzie Davis) per amare il suo Ryan/K con un corpo reale (toccante omaggio a Her di Spike Jonze); ma c’è anche un’apocalittica wasteland dei rifiuti (detriti e umani), l’albergo abbandonato dove vive il vecchio Harrison Ford/Deckard (penso girato ancora al Bradbury Building, con memorie di Overlook Hotel), in cui due generazioni di blade runner si confrontano mentre un ologramma di Elvis canta Suspicious Mind come un futuribile/vecchio giradischi. Solo il tempo (e non gli snob che vedrete storcere il naso dicendo “lento e pretenzioso”, come di Interstellar) potrà dire se creerà pari mitologia intorno a sé, ma intanto Blade Runner 2049 è già IL capolavoro in cui – a fronte di cotanto benchmark – non osavamo neanche sperare. Una sfida titanica vinta la quale, subito dopo il più intimista e autoriale Arrival, Villeneuve si guadagna uno scranno alla tavola rotonda dei Kubrick, Tarkovskij, Scott, Cameron, Gilliam, Watchowsky, Nolan. Visione obbligatoria e forte candidato a film del 2017.