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Bajo la Rosa

2017
Titolo Originale:
Bajo la Rosa
REGIA:
Josué Ramos
CAST:
Ramiro Blas (lo sconosciuto)
Pedro Casablanc (Oliver Castro)
Elisabet Gelabert (Julia Castro)

Il nostro giudizio

Bajo la Rosa è un film del 2017, diretto da Josué Ramos.

Che i nostri cuginetti cinematografici spagnoli fossero particolarmente avvezzi alla deflagrazione (con annessa distruzione) dei vari circoli affettivi era cosa ben nota già dai tempi del buon Almodòvar e delle sue colorate donnacce sull’orlo di una crisi di nervi. Senza tuttavia scomodare l’eclettica e sessualissima filmografia del vecchio gaucho di Calzada de Calatrava, nell’ambito di un cinema di genere a budget modestissimo, Roger Gual di 7 años (2016) era perfettamente riuscito – grazie soprattutto all’estrema libertà creativa concessagli dall’egida di Netflix – a creare un tesissimo e asfissiante kammerspiel capace di tenere letteralmente incollati al piccolo schermo, assistendo impotenti, minuto dopo minuto, alla spietata demolizione di (apparentemente) solidi legami amicali. Spostandosi integralmente all’interno dell’alcova familiare e facendo ampio uso di una strumentalità minimalista da produzione semi-indipendente – decisamente più funzionale sul versante narrativo che non su quello estetico, eccezion fatta che per l’ottimo uso insistito di grandangoli visivamente (e psicologicamente) deformati –, Bajo la Rosa (ovvero “Sotto la Rosa”, che sarebbe come dire “zitto e mosca”) rappresenta un’eccellente e graditissimo esempio di thriller da camera nel quale, come nel surreale Teorema (1968) pasoliniano, l’incursione di un misterioso quarto incomodo finisce per corrodere dall’interno una non certo perfetta famigliola medioborghese, sbugiardandone i lati più oscuri e scioccanti.

Diretto con estrema competenza e matematica freddezza da quel tal Josué Ramos che nel 2013 aveva dimostrato, con l’ottimo esordio thrilling Involucrado, di possedere due solidi attributi filmici, Bajo la Rosa narra la terribile disavventura dei coniugi Oliver e Julia Castro (Pedro Casablanc e Elisabet Gelabert), i quali, assieme al primogenito Alex (Zack Gómez), si trovano a ricevere la visita di un ombroso e minaccioso sconosciuto (un immenso Ramiro Blas, a tutti gli effetti il Toni Servillo iberico), direttamente responsabile del rapimento della di loro figlioletta Sara (Patricia Olmedo). In un crescendo di tensione, che preme contro le fragili pareti dell’abitazione come in una pentola a pressione, il misterioso visitatore pone un’unica condizione affinché la bimba sequestrata possa fare ritorno a casa: un membro della famiglia dovrà confessare agli altri un proprio terribile segreto, l’unica chiave in grado di sbloccare il pericoloso gioco imbastito per l’occasione. Chi sarà disposto a svelare le proprie colpe? Evidentemente debitore della spietata crudeltà latente del cinema glaciale di Michael Haneke – con la morbosità sadico-ludica di Funny Games (2007) a fare da terreno di coltura –, Bajo la Rosa non brilla certo per piacevolezza della confezione, ma piuttosto si fa forte di un solidissimo impianto drammaturgico che distilla, in piccole ma spietate dosi, tensione e crudeltà senza esclusione di colpi.

Il valore aggiunto in tutto ciò – prodotto indiscusso della scrittura e della regia dello stesso Ramos – sta nel fatto che, a parte un’obiettivamente insipida sequenza di tortura, il vero dolore viene inferto quasi esclusivamente a suon di parole e sguardi, evitando inutili barocchismi di sorta e sprofondando le radici in una realtà dolente e inevitabile al tempo stesso. Se il prologo e l’epilogo appaiono decisamente carichi di valore e forza espressiva – riuscendo a tratti a sfiorare, seppur di striscio e con tutte le pinze del caso, l’efferatezza esistenzialista del celeberrimo Miss Violence (2013) –, è il corpo centrale di Bajo la Rosa a destabilizzare un po’ il tutto, cadendo in imperdonabili ingenuità di messa in scena e cercando disperatamente di mascherare una fisiologica penuria tecnica che, alla lunga, non puo’ che farsi sentire. Per tutti coloro che avranno l’ardire di assistere impassibili  a una fellatio di recupero ai danni (si fa per dire) di un imbambolato tecnico informatico, ricchi premi e cotillon all’orizzonte! Imperfetto, pericolosamente ambizioso ma fieramente coraggioso, il secondo lungometraggio di Ramos ha tutte le carte in regola per entrare, quale tassello fondamentale, all’interno della filmografia di un cineasta che ha sicuramente molto da dire (e da filmare), oltre che dimostrare l’indubbia salute e vitalità di un piccolo ma necessario cinema all’ombra della Sagrada Família. Si prega di prendere nota, grazie!