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American Satan

2017
Titolo Originale:
American Satan
REGIA:
Ash Avildsen
CAST:
Andy Biersack (Johnny Faust)
Booboo Stewart (Vic Lakota)
Ben Bruce (Leo Donovan)

Il nostro giudizio

Mah, l’America è piena di ragazzotti che non sanno che diamine fare della propria vita, e si mettono a fare i registi. E se non fanno i registi, si improvvisano sceneggiatori, montatori o addirittura produttori. Qui ci sono due baldi giovani, che se fossero stati italiani sarebbero ancora a dare gli esami al Dams, ma che là, nell’ubertosa terra di zio Sam, fanno i praticoni. Uno è Ash Avildsen, opossum da sottobosco home video che ha diretto recentemente una specie di commedia intitolata What Now (2015). L’altro è Matty Beckerman, sceneggiatore già rodato nel mondo del giornalismo e salito alla ribalta per opere come S.L.U.T.: A Brutal Feel-Up Session with Today’s Sex-Crazed Adolescent Populace. Roba seria. A fare da ingombrante cupido tra i due c’è pure quel buontempone di Andy Gould, produttore di molti dei principali film di Rob Zombie. L’idea alla base di American Satan è girare un frullato di musica rock dalle venature metallare, condire con qualche adolescente sessualmente appetitoso (maschio o femmina, oggigiorno non capisci più la differenza), un filo di sesso come l’olio sulla bistecca e naturalmente qualche fugace apparizione di Monsieur Bafometto (qui un Malcolm McDowell meno rincoglionito del solito).
Gould fa le cose per bene, e seleziona come protagonista la versione super-fichetta di Marilyn Manson appena giunto a Los Angeles, ovvero il tatuato Andy Biersack, cantante dei Black Veil Brides. Non ne avete mai sentito parlare? Eppure sembrano famosi, almeno a giudicare dal numero di visualizzazioni ottenute dai loro video. Certo, stanno al metal come Orietta Berti al rock, ma insomma in tempo di guerra ogni buco è una trincea e quindi ci si accontenta di quel che passa il convento.

Il nostro Biersack, dicevamo cantante nella vita e pure in questo film, è il leader della misconosciuta banda dei Relentless: hippy fuori sincrono che vivacchiano in un furgone, prendono droghe leggere e giusto qualche birra (o anime pie) e sperano di sfondare nella decadente città degli angeli. Non ci riescono, non se li incula nessuno, almeno fino a quando non decidono di stringere un patto con Satana. Segue una scena abbastanza surreale con tanto di vittima sacrificale arsa più o meno viva, ed ecco che una stagione ricca di successi professionali apre le porte alla sagace boy-band. Avildsen ci promette il viagra, che come sappiamo necessita di tempistiche tecniche molto precise prima di entrare in funzione: infatti la prima mezzora di American Satan, che per inciso è il titolo dell’album di esordio della band, è tutta un’accozzaglia di cose già viste. Buoni sentimenti, un po’ di pathos da televisione, qualche scaramuccia interna al gruppo e molti sogni per il futuro. Poi ha una mezza impennata, e allora la carne comincia a croccare. I motivi sono essenzialmente due: l’esordiente Jesse Sullivan, che è tanto mascolina quanto Biersack è effeminato, una tipa magra in minigonna, biancheria sexy e capelli corti da maschiaccio. Ha qualcosa di androgino che ti fa salire il pisello a ore dodici. In più è anche bisessuale, e infatti la vediamo impegnata alternativamente a leccare fiche o a dominare il bel maschione di turno.

Quindi le numerose scene di sesso che quello spompato dello sceneggiatore insuffla nel suo film per far quadrare il bilancio. Sì, perché la tensione al degrado morale dei Relentless è direttamente proporzionale al loro successo. Per ogni tappa del tour si introduce un vizio nuovo e barocco: la cocaina, le orge con le groupies, i club di puttane e scambisti che distribuiscono eroina fino a quando ci scappa il morto. La vita di questi musicisti è scandalosa, eccessiva, perversa e totalmente priva di freni inibitori come si addice a ogni rock star. E Mefisto? Non c’entra nulla, appare giusto come comparsa a ricordarci che il metal è la musica del diavolo e che proprio attraverso le sue sonorità violente, i riff di chitarra, i testi intrisi di un romanticismo adolescenziale e maledetto, il diavolo ti accarezza l’anima. Il problema di American Satan è che tutto è all’acqua di rose: per approntare una sceneggiatura intelligente sarebbe bastato studiare un po’ le agghiaccianti vicende europee dei Mayhem, il delitto di Euronymous e le idee malate di Burzum, i roghi delle chiese norvegesi e l’epidemia di paganesimo neonazista che aleggiava per tutta la Scandinava nei primi anni Novanta. Invece niente, gli americani non hanno molte idee e non riescono neppure a copiare quelle degli altri.