Lou Castel: A pugni chiusi

L'attore parla del documentario di Pierpaolo De Sanctis

Lou Castel, attore dalla fama maledetta, militante politico dell’estrema sinistra negli anni dei tumulti sessantotteschi, apolide di nascita e per natura, lui che, nato in Svezia, con un fratello gemello, visse dapprima a Bogotà, Colombia, per poi approdare in Italia, ritornarci da clandestino dopo l’espulsione per motivi di carattere rivoluzionario-terroristico, riparare in Francia e Germania, cercare una nuova identità negli Stati Uniti, fino a fermarsi definitivamente a Parigi dove ricominciare, se possibile, una nuova vita. Per tutti il protagonista schizofrenico dei Pugni in tasca di Marco Bellocchio, Castel ha all’attivo circa 150 film. Oggi, dopo anni, non di oblio, ma di nostalgica, evanescente trascuratezza, forse anche inconsapevolmente cercata dal diretto interessato, frutto di quel conflitto interiore che ha sempre convissuto in lui contrapponendogli l’anima di attore e quella di combattente politico, Lou Castel è tornato alla ribalta in modo dirompente, grazie al documentario che Pierpaolo De Sanctis (sì, il nostro Pierpaolo) gli ha dedicato: A pugni chiusi, da poco vincitore del premio che il Sngci
riserva al “protagonista dell’anno” nel documentario. Lo avevamo sfiorato a Torino, lo scorso novembre, dove il film era stato presentato in anteprima. Poi, il caso, ci ha fatto incontrare a Lamezia Terme durante i quattro giorni del festival organizzato dagli amici Gianlorenzo Franzì e Mario Vitale, che hanno voluto rendergli omaggio con la proiezione dei Pugni in tasca. Quello di Lamezia, per Castel, che oggi, a 72 anni, nuota ancora nel mare di gennaio come un ragazzino, è stato un ritorno alle origini. Quarant’anni fa, infatti, il militante Castel faceva perdere le sue tracce a Cinecittà per partecipare, con i suoi compagni, alla missione in Aspromonte, dove si recò per aprire coscrizioni del partito comunista. 

Quanto è stata difficile per te l’esperienza di A pugni chiusi? Quanto tempo c’è voluto? E dopo averlo fatto, ti senti cambiato?
La lavorazione è durata otto anni. Per ragioni diverse, né io né Pierpaolo De Sanctis eravamo convinti di volerlo fare. Per quanto mi riguarda, non ero convinto che lui avrebbe capito il modo in cui volevo esprimermi, ossia facendo questa intervista in modo recitato. Lui, saggiamente, ha capito che bisognava lasciar passare del tempo.

Chiacchierando, l’altro giorno, mi dicevi che per te è stato molto importante fare tutto un lavoro su di te, in modo da staccarti da chi eri e diventare un nuovo Lou Castel. Mi spieghi meglio?
Beh, nuovo per così dire, perché sono sempre Lou Castel. Il fatto è che non ero consapevole che ci sarebbe stato un nuovo Lou. Il processo è avvenuto nel qui e ora o, come dicono i francesi, nell’ici et maintenant. Io ero l’attore, ma allo stesso tempo una persona che deve ricordarsi, cioè che deve scegliere, qui e ora, cosa dire e cosa non dire. Ero come un copione che si scriveva da sé o che forse era già scritto, ma non ancora elaborato. Oppure non scritto e ancora da elaborare. Insomma, mano a mano, proprio camminando in avanti, il mio campo percettivo ed esperienziale si è allargato, approfondendosi e semplificandosi. Perché bisogna essere semplici nel raccontare periodi così contradditori, così difficili, della propria vita, soprattutto per come li ho vissuti io, con questa “contrapposizione” dell’attore che pensa di essere inchiodato a fare l’attore e il suo bisogno viscerale di essere militante. E non un militante qualsiasi, ma un militante della cultura, anche se allora non si diceva “cultura”, ma “posizioni politiche di estrema sinistra”. Oggi è tutto cambiato perché la cultura, in qualche modo, si è appropriata di una cultura che allora non esisteva. Pierpaolo ha capito che potevo combinare il gioco dell’invenzione espressiva, enunciando addirittura le teorie che avevo assimilato durante il periodo parigino negli anni ’90 e 2000. E, come un boomerang, la recitazione, che credevo dimenticata, sepolta, di scatto si è risvegliata in me.

Però, in tutti questi anni, hai continuato a essere, o fare, l’attore. Che cosa c’è di diverso da tutti i ruoli che hai interpretato nell’approccio adottato in A pugni chiusi?
Mi fa pensare a una chiave che metti nella serratura di una porta. Quando l’apri, l’apertura è in tutti i lati, si spande qualcosa, si scioglie, e c’è più libertà anche di muoversi e di esprimersi. Penso che ci sia qualcosa di liberatorio. Per esempio, a posteriori, il sonoro è stato molto importante. Potevo parlare e Pierpaolo mi sentiva in cuffia. Per cui, anche se stava lontanissimo da me, mi sentiva, anche quando parlavo a me stesso. Era una specie di regia dal di dietro, come coi quadri quando li si guarda da dietro, solo che qui è a ritroso. C’è un avanzamento che è un indietreggiare, perché credo sia legato alla memoria, al far vivere il passato nel presente. I luoghi, per esempio, stimolavano l’improvvisazione. E se ci sono dei momenti vuoti, o apparentemente vuoti, cioè dei silenzi, è perché agendo, anche se stavo immobile, agendo col corpo, cercavo le parole che potessero dare l’idea di un attore che ha fatto tanti film, ma che non è mai contento dei film che ha fatto o che sta facendo.

A un certo punto, quando ricordi la tua esperienza dei Pugni in tasca con Bellocchio, fai un discorso abbastanza simile sull’importanza della relazione tra regista e attore. Dici che non eri solo un attore, ma anche un regista dall’interno. È un po’ lo stesso concetto o c’è qualche differenza rispetto al tuo lavoro con Pierpaolo?
C’è una grande differenza, perché dopo otto anni è stata come un’esplosione liberatoria. Ero finalmente in azione. Se devo fare un confronto, è vero, con Bellocchio c’è stata una regia interna, ma da un punto di vista tecnico, in relazione alle posizioni della macchina da presa. Mi dovevo muovere anche se facevo gli stessi movimenti naturali, però dovevo sempre pensare a come farli. C’è una certa carica energetica nel dare espressione a quel momento e non a un altro, e di essere preciso, quasi scientifico in questo modo di agire. Nel documentario, invece, tutta l’improvvisazione “gratuita” era concentrata in un percorso che mi costringeva a parlare senza essere ripetitivo. Dovevo orientare gli altri e fargli capire il processo dell’avanzare lentamente per lasciare esprimere un campo esperienziale in luoghi che non vivevo da 25 anni, e che di botto sono tornati violentemente anche in altri angoli. Sono sorpreso da questo. E poi non bisogna dimenticare che la cinepresa è un terzo attore che stimola tutto questo. Le pause implicavano delle riflessioni, e nel mentre c’era solo il sonoro che continuava a essere registrato. Anch’io continuo ad agire ma non sono più condizionato dall’immagine. Si crea una sorta di libertà tra parole dette senza immagine e il condizionamento della cinepresa che mi segue dappertutto.

Considerata l’importanza che la componente della militanza politica ha avuto nella tua vita, il documentario ti ha fatto riflettere anche sulla tua natura militante?
Moltissimo. Ho avuto l’occasione di poter vivere un’esperienza liberatoria sia sul piano artistico che politico. E ben venga, perché non tutti ce l’hanno. Ho potuto capire che non c’è scissione tra cultura e pensiero politico, vanno di pari passo, per cui, a seconda di chi è a esprimersi, si esprimerà sempre sui due lati della questione. Poi, se si vuole dire cos’è l’organizzazione politica rivoluzionaria, cos’è l’avanguardia, cos’è la classe operaia, cos’è la lotta di classe, cos’è il marxismo eccetera, ce n’est pas le problème, non è il problema.

So che hai scritto un libro in cui riprendi le teorie della fisica quantistica, e che ti sei messo anche a dipingere. Parlami un po’ di quest’altro tuo lato poco conosciuto.
Questo ha più a che fare con quello che faccio a Parigi, dopo che ho iniziato a vivere la quotidianità di Parigi. Non mi interessava più cercare di fare un film d’autore, di scrivere un libro o di dipingere quadri che fossero visti in una mostra d’arte. Lo spazio è diventato per me un laboratorio di pensiero e di scoperta. Può sembrare strano, perché di solito, quando stai in una casa, lo spazio lo conosci già. Non nel mio caso, e questo non sapere cosa volesse dire vivere una casa, è andato a mio vantaggio, perché ho dovuto appropriarmi e accettare a modo mio uno spazio abitato o che mi abita. Ho fatto vari tentativi. Ho cominciato con le plastiche trasparenti e le stanze vuote. Le distendevo per terra come un tappeto e le cospargevo di colori, dovevo sentirle coi piedi nudi e quindi dipingevo su due angoli, al buio. Un po’ una regressione. Si può pensare che sia avanguardia, ma non lo è. Sono io che cerco di capire come abitare questo spazio che chiamiamo casa. Ho cominciato così.

Nel documentario raccogli due bulloni che poi, alla fine, assembli in un unico oggetto, dopodiché inizi a parlare dell’importanza di essere sciolti, e dei gesti. Perché per te il gesto è così importante?
Il gesto può essere visto in tanti modi. È un fatto culturale. Quello di cui parlo, però, non è il gesto teatrale, né il gesto dell’attore o quello antropologico. È il gesto nello spazio, cioè un gesto che allarga uno spazio non previsto. Quel tipo di gesto, che non è ripetibile, mi interessa moltissimo, perché è come se si stesse indagando su altri spazi non ancora vissuti. Proprio per questo è difficile da teorizzare, perché non esiste, non si può toccare. È pensato, però, e, paradossalmente, vissuto attraverso i gesti. È un po’ come quando parlo dell’enorme cisterna di gasolio, gigantesca, che non avevo mai percepito prima di allora. C’è questa vibrazione nel vedere spontaneamente il balcone di mia madre che sta dall’altra parte, mai visto da quel punto, perché dalla terrazza vedevo la cisterna da lontano. Invece, adesso, si sono invertiti gli angoli, e questo, secondo me, è legato allo spazio cosmico. E in quel momento, mentre sto recitando, capire che mia madre potrebbe essere ancora lì, sulla terrazza, come se, con un solo passo, fosse possibile entrare in un’altra dimensione, in un altro tempo… però presente. Ero molto emozionato di fronte a questa gigantesca struttura. È l’esperienza presente e passata in un solo momento cinematografico. Pierpaolo e il cameraman, lì per lì, non hanno capito questa mia emozione. Cercavano ancora di perfezionare l’inquadratura. Allora ho dovuto gridare, quasi in modo isterico: «Lasciatemi recitare!» [ride] Solo allora hanno capito che si stava facendo sul serio.

Ma quindi, ripensando un po’ anche a tutta la tua carriera cinematografica e a questo interessante concetto della casualità e dell’imprevisto, come rivedi tutti i film che hai fatto? Senti che sei tu ad aver scelto i film che hai fatto, o non è che sei tu che da apolide, spostandoti di continuo, facevi sì che fossero i film a scegliere te?
Sì, sono d’accordo. Spesso mi chiedono: «Ma sei tu che scegli?» Qualche attrice, o qualche persona molto seria, dicono: «Ma come non sei tu a scegliere?.» Perché io dico sempre di no, che non sono io a scegliere, ma vengo scelto. È proprio così…

(la versione integrale dell’intervista a Lou Castel è pubblicata sul numero 171 di Nocturno)