L’Esorcista III – i due cuts a confronto

Blatty vs Blatty

Le prime inquadrature del film L’Esorcista III mostrano con una serie di stacchi i particolari dell’interno di una chiesa (uno dei posti più lugubri che ci siano) e in sottofondo c’è una specie di mantra gutturale che cresce fino a divenire un ruggito. Sembra che ce l’abbia a morte con un certo “Richard” ma in realtà dice “Preacher!” Proprio in quel momento la voce sale di intensità, come se esplodesse di rabbia e in quel momento ecco che si spalanca il portone e una “folatona” di vento riempie la navata di fogli di carta, robacce della strada, un’invasione che sa di affronto e di profanazione. Il volto del Gesù crocefisso sembra sferzato da nuove frustate e guadagna un senso di spavento nel volto di gesso. Non c’è pacifica rassegnazione al destino in quella statua ma orrore. L’orrore!
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Questo film è consigliato da: Jeffrey Dahmer!

Non si può accusare William Peter Blatty di scarsa coerenza tra Legion aka L’Esorcista III e il primo capitolo della saga. D’accordo, i due plot non si accordano alla grande ma badate: non sono film suoi. Il primo è diretto da William Friedkin, ovviamente e cosa dicesse lo sceneggiatore su come fare il film al regista importava punto. Il terzo è firmato da Blatty… ma è uscito non esattamente nella versione che voleva Blatty. La pellicola, arrivata in Italia all’inizio degli anni ’90 direttamente in home-video, è quella imposta dai produttori, che forse sono la cosa più sulfurea di tutte, i produttori…
Nella versione “integrale” del primo Esorcista, uscita in occasione del trentennale, al netto delle numerose sequenze ripristinate senza un motivo plausibile che non fosse il sensazionalismo di poter urlare in faccia al pubblico: «versione senza tagli, venite a vedere di corsa e portatevi il catino!», c’è un finale più dolce voluto da Blatty e non da Friedkin. Non è questa la sede per fare confronti tra le due versioni (ci torneremo) ma possiamo riconoscere, anche basandoci sul romanzo originale, una visione indipendente dello scrittore rispetto a quella del regista di Cruising. E nel terzo film, che per Blatty è il vero e unico seguito del primo, alla faccia del secondo capitolo di Boorman, c’è solo una parte della storia che il romanziere avrebbe voluto raccontare al pubblico.
Abbiamo il romanzo Legion, uscito dieci anni prima del film (in Italia col titolo Gemini Killer via Mystbooks Mondadori) a dirci che ne L’Esorcista 3 non ci doveva essere nessun esorcista! E basta non avere la sensibilità di un bue per rendersi conto di come l’inserimento di Padre Morning (Nicol Williamson) sia armonioso con il resto della vicenda quanto potrebbe esserlo il pene di gesso incollato sulla madonnina nell’Esorcista del 1973. Una similitudine tra statue e carne non è casuale, infatti nel film di Blatty c’è questa continua trasfigurazione delle statue di gesso, che inquadrate una seconda volta rivelano forme ed espressioni ben diverse, con un effetto talvolta piuttosto comico. Viene in mente il ritratto del dottor Frankenstein nel film di Brooks, subito dopo la battuta «Si può fare!». Al San Francesco nella parrocchia succede più o meno la stessa cosa. Un attimo prima è il solito fraticello dolente in stile partenopeo e dopo una folata di zolfo si trasforma in una versione canonica di Joker con tanto di coltellaccio. Le lacrime uscite dagli occhi del Gesù crocefisso invece si agganciano al neopaganesimo mediatico inaugurato da Fellini e consacrato dai sacerdoti della TV anni 90.

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Le statue sono anche usate dall’assassino per dare nuovo senso artistico alla carne, così da aggiungere un tassello alla poetica macrocitemica del Cronenberg fin de siècle. La costante tra i due film (quello nella testa di Blatty che chiameremo Legion e l’altro forzato dai produttori che denomineremo L’Esorcista III) è appunto il bricolage degli omicidi, non mostrati ma raccontati a posteriori in una scelta che per qualcuno fu giudicata censoria e peggiorativa di una pellicola già fin troppo “verbosa”. In realtà nella descrizione dei pittoreschi assassini a base di rosari, madonne e cesoie da chirurgo, la fantasia dello spettatore può inscenare nella propria testa visioni che farebbero invidia a Clive Barker.
E lo scrittore-regista inglese non è citato nemmeno a sproposito. In una scena del film, in entrambe le versioni, Dourif/Gemini presenta il demone che lo possiede in termini vicini ai cenobiti. («E poi venne il mio amico, uno di loro, sai quelli crudeli, il maestro»). Rispetto alle parole usate da Regan («Io sono il diavolo, buongiorno!») al tempo di Friedkin, molto più vicine allo stile cristianolettico, qui siamo davvero dalle parti di inferni più ambigui, «uno di loro, quelli crudeli».
Legion aka L’Esorcista III è, si può dire, un film siamese. E quando il prete esorcista entra nel manicomio si capisce quale dei due busti gemellari sia quello posticcio. Eccolo, Padre Morning, già armato di croce, libro e acqua santa, ridicolo e inverosimile quasi quanto le lenti a contatto verdi indossate da Karras/Miller. In un certo senso fa tornare in mente le vicissitudini sdoppianti di Lisa e il diavolo e La casa dell’esorcismo, con il producer Leone che in questo caso girò di suo pugno la scena dell’indemoniata proprio allo scopo di cavalcare l’onda commerciale del film di Friedkin. E la sensazione è questa qui: i geni della Warner devono aver pensato che senza le urla gutturali, il vomito verde e un prete che ripete frasi in latino, il pubblico non avrebbe trovato per nulla interessante lo psychothriller paranormale che aveva in mente Blatty, poco valeva il successo commerciale dell’ottimo romanzo. Per tutti gli amanti dei lieto fine però, ecco che dopo tanti anni, nel 2016, è stato possibile recuperare la versione dello scrittore-regista e conoscere la verità su come il suo horror audace e terrorizzante sia stato manipolato e trasformato in un prodotto contraddittorio.
Per cominciare Brad Dourif interpreta fisicamente padre Karras e non solo Gemini Killer. Nell’Esorcista III sembra poterlo vedere solo il pubblico e non Kinderman. L’ispettore a quanto pare è troppo cieco per accorgersi che le reali sembianze del paziente X (chiamato nel romanzo Sunlight e al cinema solo Pazuzu) non sono quelle del defunto padre Karras, reinterpretato ancora da Jason Miller. Blatty aveva invece dato a Dourif il ruolo del prete, facendolo parlare a nome di Pazuzu/Gemini. In pratica era un’interpretazione “legionaria”, perché l’attore avrebbe dovuto essere il corpo di Karras, lo spirito del killer James Venamun alias Gemini Killer e il demone Pazuzu che c’era dietro a tutto il pasticciaccio brutto. I produttori hanno pensato di rendere un po’ meno criptica questa bambolina russa dando effettivamente le fattezze di Gemini a Miller/Karras e cambiandole in quelle di Brad Dourif nei momenti in cui il prete era messo a tacere dai demoni che aveva dentro. A questo punto avrebbe potuto fare tutto Miller, che con la sua partecipazione era assai più allettante dal punto di vista commerciale, ma forse è stato imposto a Blatty dopo che ha filmato tutte le scene utilizzando Dourif e onestamente non era nelle corde di Miller risultare così seduttivo e detestabile come invece riesce a Vermilinguo.

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Nel romanzo, l’indemoniato Gemini fa perfette imitazioni di animali (e anche Regan nel primo libro). Nella versione inizialmente girata da Blatty, Dourif si lascia andare a questi grotteschi numeri, con effetti credibili, data l’aria sorniona dell’attore. Miller davvero non ce lo saremmo immaginato in stile Corrida di Corrado. Bill Kinderman, (interpretato da George C. Scott) è un personaggio che nel primo Esorcista aveva un ruolo secondario ed emergeva molto di più nelle intenzioni di Blatty e non di Friedkin, qui invece è un assoluto mattatore, un istrione dell’indagine, capace di passare da divagazioni erudite sul Macbeth e i Fratelli Karamazov a pungolanti intuizioni in stile Tenente Colombo dark. E questo modus rapsodico ingolfa un po’ il libro ma alleggerisce anche la tensione. I duetti tra l’ispettore e Padre Dyer, la cui amicizia inizia alla fine del primo Esorcista nella Blatty’s Version (e finisce in Legion) hanno una forza comica che distrae lo spettatore e gli fa abbassare la guardia così da lasciare che poi le scene di tensione (e ce ne sono) lo travolgano. Il film infatti, in entrambe le versioni, spaventa sul serio. Pure il romanzo del primo film è più inquietante del film stesso, che ci crediate o no. Blatty è un regista-scrittore di rara intelligenza nella strategia della tensione. Basta vedere la lunga sequenza dell’omicidio dell’infermiera nella corsia, tutto svolto in un silenzio quasi assoluto fino all’assalto finale. Gemini trasforma delle paciose e innocue vecchiette in ragni antropomorfi che camminano sul soffitto e in killer agghiaccianti. La risatina gracchiante al culmine dell’assassinio nel confessionale è uno dei momenti più riusciti in questo senso. Non si vede la violenza ma ciò che avviene è una sorta di antologia in pillole all’intera poetica di Pete Walker: una vecchietta sinistra che uccide un prete nello scenario cupo e sbagliato di una chiesa. Il confessionale è un luogo perfetto per un omicidio, un posto che siamo abituati a considerare inviolabile. Anche i preti possiamo immaginarli come assassini grazie a Lado e Fulci, ma vittime di perfide vecchine proprio no. E non stiamo svelando nulla perché la soluzione di questo delitto, come di tutti gli altri è a migliaia di chilometri da ciò che sembra.

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Blatty inoltre ha questa volontà di rendere tenebrosi ed espressivi i luoghi vuoti, gli oggetti abbandonati. Sovente indugia con delle inquadrature fisse nelle stanze in cui le vittime ormai non esistono più e che ancora sono zeppe dei segni della loro vita. Le scene nella Chiesa vuota all’inizio del film e quella successiva nella parrocchia, sviluppano al massimo un senso di inquietudine latente che i luoghi di preghiera e liturgie sanno sprigionare.
I confronti tra Kinderman e Gemini, fatti di cazzotti e conversazioni ariose, al limite tra violenza e poesia, filosofia e cronaca nera, anticipano quelli ben più celebri del duo Hopkins/Foster nell’osannato Silenzio degli innocenti. L’aria densa e umida condita di violini e cori gregoriani invece aggiunge un’enfasi snervante che avvicina le atmosfere sonore a certe rarefazioni esoteriche del Parkeriano Angel Heart. Per certi versi, anche la rappresentazione dell’Inferno richiesta dai produttori, con il pozzo di serpenti e braccia nude che si agitano in preda a un desiderio eterno, rimandano alle visioni voodoo di Rourke durante la discesa agli ultimi piani del mondo.
La visione del director’s cut di Blatty e quella ufficiale della Warner offre poi una impagabile lezione su quanto le immagini possano essere usate a piacimento per raccontare tutto e il contrario di tutto. Appena Kinderman realizza che il paziente catatonico nella cella di sicurezza dell’ospedale è padre Karras, fa esumare il corpo del prete, scoprendo l’arcano. Nel montaggio si vedono alcuni gesuiti che osservano muti il cimitero e l’ispettore affiancato dal suo assistente. I due rivolgono uno sguardo pesante al fondo di una fossa che per anni è stata un inganno. Blatty usò inizialmente le immagini per raccontare la riesumazione del prete. La versione definitiva invece trasforma quelle due stesse sequenze nelle conclusive, con i gesuiti e i poliziotti che assistono non al dissotterramento ma alla sepoltura finale del povero Karras, le cui spoglie sono strappate al perfido Pazuzu e rese finalmente alla dolce terra.