Kynodontas

Il sesso esplicito che non veicola passioni e non è fonte di piacere...
Featured Image

Un padre paranoico, una madre sottomessa, tre figli (un maschio e due femmine) segregati in una splendida villa, isolati dalla società ed educati all’idea che il mondo esterno sia un luogo orribile e pieno di insidie. La casa diventa così un microcosmo, con regole precise – inderogabili – e un dizionario inventato per limitare ciò che potrebbe indurre un desiderio di fuga. I frammenti del mondo che riescono a filtrare vengono presto neutralizzati: «Mamma, che significa “fica”?», «La “fica” è una lampada».

Adulti nel fisico ma bambini nello spirito, i tre son cresciuti col desiderio di compiacere i genitori: nessuno di loro osa varcare il cancello, come se oltre la soglia il suolo li divorasse: soltanto il Padre può uscire a bordo della sua automobile. Per decreto paterno un figlio è maturo e può allontanarsi da casa solo quando tornano a cadergli i canini (kinodontas, appunto). Profonda e pungente allegoria del Fascismo, del Nazionalismo, dell’atteggiamento paternalistico di ogni dittatura e della paura da cui nasce e si sviluppa. Lanthimos drammatizza con grande intelligenza e sottile ironia i meccanismi del Potere: la simulazione di una minaccia per rinsaldare la coesione del gruppo (l’assalto del “feroce” gatto); l’esempio negativo da stigmatizzare (il fantomatico fratello fuori dal recinto che muore per essersi allontanato); l’autarchia (i filmini di famiglia visti fino a mandarne a memoria le battute); i ridicoli premi (gli adesivi) e le severe punizioni, anche corporali; l’ipocrisia della classe dominante (i genitori chiusi in camera che ascoltano la musica straniera messa al bando).

In Kinodontas il sesso (ruvido quanto richiede una messa in scena priva di orpelli) non veicola mai passioni od ossessioni, non è fonte di piacere (impossibile percepire sul volto dei personaggi una minima espressione di godimento): è un atto meccanico, il puro espletarsi di una necessità. Il padre tiene sotto controllo le intemperanze ormonali del figlio portando a casa, a scadenze fisse, una prostituta. Ma il rapporto sessuale tra il figlio e l’esterna Cristina è eccitante tanto quanto una visita medica. La ritualizzazione dell’atto è la chiave, perché niente inquieta di più il Potere dell’anarchia veicolata dal sesso. In questo contesto l’incesto appare quasi scontato: Cristina diventa pericolosa e inaffidabile, per cui sarà la figlia maggiore ad occuparsi delle esigenze corporali del fratello. Metafora di una società che per paura si ripiega su se stessa, spegnendo il desiderio, arrestando qualsiasi impulso creativo e vivificante.

Kinodontas mostra diverse analogie col Salò di Pier Paolo Pasolini. Ma ciò che differenzia Lanthimos da Pasolini – umorismo a parte – è che quest’ultimo disprezza il nemico che stigmatizza: i Fascisti sono lerci e perversi, crudeli e disumani; Lanthimos, al contrario, ha capito la natura dell’uomo e ci descrive un nemico che potrebbe essere nostro padre, la cui giustificazione suprema per la propria violenza è “non permetterei a nessuno di farti del male”. Non un discorso politico, ma un discorso profondamente umano. Siamo su un altro livello di coscienza.