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07/12/2009

NELLA SUA PELLE: MARINA DE VAN

A colloquio con la bella regista di Dans ma peau e Ne te returne pas: il corpo, le sue mutazioni, lo stile...

 

 
Marina De Van, francese, classe 1971, laureata in filosofia e diplomata alla prestigiosa Femis, la scuola di cinema di Parigi. 
 Dal 1997 (Regarde la mer) comincia a collaborare come sceneggiatrice e attrice con François Ozon: Les amants criminels (1999), Sous la sable (2000), 8 Femmes (2002). Contemporaneamente dirige, dopo una lunga serie di corti, il suo primo lungometraggio, Dans ma peau, del quale è anche protagonista. Torna a far parlare di sè quest'anno a Cannes con il controverso Ne te returne pas, il film nel quale Sophie Marceau si trasforma in Monica Bellucci...
 
 
Il corpo è l'elemento principale delle sue due pellicole, Dans ma peau e Ne te retourne pas. Come mai è interessata alle mutazioni corporee?
In questi due film il corpo non è utilizzato nella stessa maniera. Dans ma peau tratta del bisogno del personagio di sentirsi reale attraverso le reazioni della propria pelle. In Ne te retourne pas il corpo funge come una sorta di metafora. Il concetto fondamentale non è tanto il cambiamento fisico del personaggio di Sophie Marceau ma quello che avviene all'interno, che ha a che fare con la sua identità. Per quanto mi riguarda il corpo è un tramite attraverso il quale posso trattare un tema interiore. Molti mi dicono che il film tratta di Sophie Marceau che diventa Monica Bellucci ma è anche il contesto di ciò che avviene che cambia. Ci sono diversi elementi a riprova di questo.
 
Ne te retourne pas inizia con atmosfere che sono nettamente horror ma si sviluppa come un thriller psicologico...
Sono una spettatrice appassionata di cinema di genere, specialmente quello fantastico. Nei miei film però cerco di trasporre le mie ossessioni personali, quindi non sono mai legate al genere puro. Così come non amo usare troppo il realismo, allo stesso modo utilizzo il genere per mostrare qualcosa di intimo e psicologico.
 
Rispetto a Dans ma peau, in cui utilizzava una struttura semplice e diretta, in Ne te retourne pas ha voluto usare uno sfondo e una materia più complessa.
Mi è difficile parlarne in questi termini. Dans ma peau parlava di una donna sola che cercava disperatamente la sua presenza nel mondo. In Ne te retourne pas lei cerca se stessa negli altri, ci sono effetti speciali e la struttura è più complessa. Non si tratta di una evoluzione da una cosa verso un'altra ma di strutture diverse che rispondono alle necessità differenti di ciascuna pellicola. Può anche darsi che nel prossimo film tornerò a una formula più semplice.
 
In entrambe le pellicole sono molto curati i movimenti di camera. Come lavora in questo senso?
Faccio tutto da sola. Non mi piace scrivere. Preferisco narrare per immagini e raccontare la storia attraverso le inquadrature. Scrivo e in seguito faccio uno storyboard. La fase della realizzazione vera e propria è la cosa che mi interessa di più. Maggiormente rispetto alla direzione degli attori. Per esempio nel film c'è un piano sequenza in cui la camera si capovolge intorno a Sophie Marceu sul balcone di un palazzo. Mi piace molto quel movimento di camera perché fa sentire quello che sente la protagonista: la vertigine. Poter far sentire allo spettatore le stesse sensazioni dei personaggi è la vera forza del cinema.
 
 
 
 

 


Gianluigi Perrone
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