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31/01/2010

Ken Foree

Ken Foree "il flagello degli zombie" ci parla del film di Romero per il quale è universalmente conosciuto ...

 

Parliamo del tuo coinvolgimento in Zombi di George Romero, il film per il quale sei universalmente conosciuto. Eravate consapevoli che quello che stavate facendo sarebbe diventato un classico del cinema?
Quando lessi il copione, nonostante mi fosse molto piaciuto, mi dissi che non avrei potuto fare quel film. Perché un conto era La notte dei morti viventi, che pur essendo scioccante all’epoca, era comunque in bianco e nero e questo aspetto garantiva una forma di autocensura. Ma Zombi era davvero pazzesco. Con tutto quel sangue e quella violenza mi ero convinto che sarebbe stato un’impresa impossibile anche solo farlo circolare. Quello che proprio non mi aspettavo è che, una volta distribuito, sarebbe uscito in tutti i più importanti cinema degli Stati Uniti. Allora stavo a New York e pensavo che al massimo lo si sarebbe visto in qualche cinema di mezzanotte. E invece uscì al Winter Garden, a Broadway, nei cinema dell’East Side. Un evento inimmaginabile, avevamo tutti i media rivolti su di noi. E sì che non eravamo dei volti noti, eppure tutti parlavano di noi e del nostro film sugli zombi. E Zombi è stato l’occasione per svoltare, perché fino a questo film non avevo fatto granché, qualche spettacolino a Broadway, guadagnando una miseria, e il bartender per arrotondare. Così, quando sono tornato in California ho iniziato a ricevere proposte di lavoro.
 
Il film era co-prodotto da Dario Argento. Hai avuto modo di incontrarlo?
Sì, sul set. Era una persona molto affabile. Mi ricordo di averlo incontrato nei giorni in cui abbiamo girato nel centro commerciale. Faceva un freddo boia perché era inverno. Eravamo tutti lì a parlare, ma poi ci hanno chiamato per girare una scena. Quando abbiamo finito di lavorare e siamo tornati in hotel Dario era probabilmente da qualche altra parte a parlare con George e non ci siamo più incrociati. Per cui non posso dire di averlo conosciuto bene, ma da quel poco che ho potuto constatare mi è sembrata una persona alla mano. Poi lui ha voluto modificare il montato e per l’Italia ha fatto uscire una versione un po’ diversa del film. Ma il cut senza dubbio migliore è quello che abbiamo visto in occasione di una delle primissime proiezioni. Era una cosa folle, durava qualcosa come tre ore e mezza. Sono passati trent’anni e non ricordo in cosa differisse dalle versioni che poi sono circolate. Ma ricordo perfettamente la durata spropositata del film in quell’occasione. Non so se dopo che è stato rimontato, sono state buttate via proprio delle scene o se si trattava semplicemente di scene più estese che poi sono state accorciate. Mi piacerebbe mettere di nuovo mano a tutto quel materiale.
 
Pensi che Romero volesse fare anche una versione di tre ore e mezza?
No, credo piuttosto che volesse molto più semplicemente mostrarci tutto quello che era stato girato e che sapeva avrebbe dovuto, in parte, sacrificare. Proprio come Rob Zombie. Per La casa del diavolo aveva girato molto, ma molto di più di quello che poi è rimasto. La scena dell’ospedale, sequenze con altri personaggi, tutto tagliato. Compresa una scena che avevo con Deborah Van Valkenburgh dei Guerrieri della notte. Poverina, aveva pochissime pose e gliele hanno tagliate. Non l’ha presa molto bene. Poi, a distanza di anni, escono i famosi director’s cut, le cosiddette ultimate edition che però non sono riscoperte di materiale andato perduto come vengono spacciate. Era già tutto pianificato per fare più soldi.
 
Perché la gente ha amato e continua ad amare Zombi?
Per il messaggio sociale, per la violenza, per quello che ha rappresentato allora. Abbiamo trovato un posto dove una persona che non sa più dove andare, ci si barrica dentro e trova di tutto, abbastanza per vivere fino alla fine dei suoi giorni. Un centro commerciale è un mondo a misura d’uomo. C’è tutto quello che serve a un essere umano per vivere. Ci si può nascere, crescere, sposare. Può succedere di tutto in un centro commerciale. E George, trant’anni fa, ha avuto l’acume di immaginarsi quello che poi sarebbe successo. La cosa buffa è che oggi siamo diventati dei punti di riferimento per i Paesi comunisti. Il film di Zack Znyder, L’alba dei morti viventi, invece, non ha l’urgenza che aveva Zombi. Ed è per questo che non lo considero un vero remake, piuttosto un tributo. E se in quello di George il centro commerciale aveva un perché, in quello di Znyder poteva anche essere sostituito da qualsiasi altro luogo. Per questo è solo un film dell’orrore, mentre Zombi è qualcosa di più…
 
Passando ad Halloween di Rob Zombie: quali sono, secondo te, le maggiori differenze rispetto al film di John Carpenter?
Quando Carpenter diresse il suo Halloween non aveva certo idea del successo che avrebbe avuto. Era un horror senza pretese, nel senso che non era stato concepito come gli horror di successo che vengono prodotti adesso e che coinvolgono molti Paesi e le grandi major. Era un film dal budget ridottissimo, ma Carpenter riuscì a inventarsi un capolavoro. E la gente se ne rese conto e rimase giustamente sbalordita. Sono passati trent’anni dall’originale e Carpenter ha fatto in pratica da mentore a Rob Zombie. Per cui le differenze sostanziali tra i due film sono le stesse che si possono trovare confrontando l’opera di un maestro e quella del discepolo che l’ha ripetuta. Rob Zombie ha girato il suo Halloween avendo studiato - e lo si vede fin dai tempi di La casa dei 1000 corpi - Halloween di John Carpenter e i film di Romero. Ci tengo a dire che guardare un film di Rob Zombie equivale a una vera e propria esperienza. Rob ha uno straordinario talento naturale e un modo di concepire il cinema che oggi non si trova tanto facilmente a Hollywood. Prendiamo La casa del diavolo: è un horror ma non solo, c’è il road movie, il western… Ed è incredibile come a un certo punto ti accorgi che ti ha fatto entrare empaticamente in sintonia con i protagonisti che sono uno più malvagio dell’altro. Fai parte della famiglia e quando alla fine muoiono crivellati dalle pallottole nella macchina è un momento tragico. Stessa cosa vale per Halloween dove Rob riesce a immedesimare lo spettatore con il punto di vista del maniaco. Perché, al contrario del film di Carpenter, qui Michael Myers non è un mostro, ma un individuo dalla personalità ben costruita. Lì non si capisce bene chi sia, perché sia lì e perché faccia quelle cose; qui sì, c’è una storia psicologica alle spalle fatta di emarginazioni, torture e insulti. Perché, in fondo, il Michael di Rob è un bambino che agisce e uccide in quanto tale, senza preoccuparsi delle conseguenze, e che viene rinchiuso in un istituto da quella stessa società che lo ha sempre deriso. Anche la maschera che indossa, per Rob, ha una valenza quasi carnevalesca, giocosa. Insomma, guardare un film di Rob Zombie è davvero come vivere un’esperienza unica circoscritta da un inizio, la morte di William Forsythe, e una conclusione, il massacro finale. In mezzo, una grandissima colonna sonora derivativa di un background musicale straordinario…
 
Pensi che Rob fosse intimorito dal confronto con un capolavoro come Halloween?
Beh, non posso dire di conoscere la genesi del film alla perfezione, anche perché, quando mi è stato chiesto di prendere parte alla lavorazione, è stato solo in un secondo tempo. Mi hanno mandato una mail a preproduzione completata. Quello che so è che molti fan dell’originale erano contrari che si facesse un remake e hanno bombardato Rob Zombie di lettere minatorie. Su Internet si parlava dell’operazione come di un sacrilegio. So anche che, preso dallo sconforto, Rob ha alzato la cornetta e ha chiamato Carpenter più volte per avere un suo parere. E lui gli ha sempre detto di non fermarsi e di portare a termine il film.
Anche perché bisogna iniziare ad accettare il fatto che un remake, ormai, è sempre e comunque un altro film rispetto all’originale…
 
Assolutamente, come L’alba dei morti viventi, pur essendo il remake di Zombi, era al contempo un altro film…
Quando abbiamo fatto Zombi, non avevamo un soldo. L’alba dei morti viventi aveva invece un grandissimo budget. Ma ci sono molti spettatori che per tutta una serie di motivi assumono un atteggiamento diffidente quando qualcuno osa mettere mano a un film che per loro rappresenta il massimo. Non importa se si tratta di una regista dalla mirabile carriera. Queste persone sono come segregate nella cantina dei genitori e da lì non escono per nessuna ragione al mondo. Voglio dire: a ben guardare il problema non dovrebbe neanche sussistere visto che comunque John Carpenter aveva fatto il suo Halloween mentre Rob Zombie il prequel di quello che si era già visto nel film del 1978. Per forza di cose c’è una diversità di fondo che non intacca l’originalità di entrambi. Nessuno si era mai chiesto chi fosse la madre di Michael. Rob l’ha fatto e l’ha raccontato. Così come la sua famiglia e il suo trascorso di adolescente prima della svolta omicida. Sono tutte componenti che John, nel suo Halloween, aveva omesso, e lo stesso avevano fatto tutta quella sfilza di sequel che sono venuti dopo. Nessuno si era mai preso la briga di portare la nostra attenzione su questi aspetti. Rob sì.
 
Che tipo di persona è Rob Zombie?
È molto intelligente e a modo. E ha questa capacità di concentrazione che è incredibile. Se c’è un progetto, che si tratti di cinema, musica, animazioni, fumetti, ci si butta a capofitto finché non l’ha terminato. È sempre in fermento, non si risposa mai. C’è da trovare il tempo, in mezzo a mille altre cose da fare, per qualcos’altro? Lui ci riesce.
 
Cosa dici del tuo personaggio in La casa del diavolo e di quello di Halloween?
Il Charlie Altamont di La casa del diavolo è una figura quasi romantica. È passato di feccia in feccia, di professione in professione. Qualcuna legale, qualcun’altra in bilico tra legalità e illegalità e altre, invece, contro la legge. Ne ha passate di tutti i colori ed è finito pure in galera. Ma proprio per questo suo vissuto, sa esattamente come muoversi. È un personaggio molto diverso da Big Joe in Halloween che invece si accontenta di trascorrere le giornate tra una birra e l’altra, tra un locale e la propria casa. Ma che, forse per questo, bada molto al suo aspetto esteriore. A Charlie, invece, non gliene frega un cazzo di come gli stanno i capelli e la barba. Vive un po’ alla giornata e tornando al discorso che si faceva prima, è vero, ad un certo punto tradisce i suoi amici, ma lo fa perché in fondo è un essere umano e deve proteggere i suoi interessi. Mors tua vita mea, il lavoro è lavoro.
(Sitges, 2007)

 


Manlio Gomarasca
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