08/03/2010
Kathryn Bigelow, la regina degli Oscar
Nocturno propone in anteprima, un estratto dell'intervista alla regista di The Hurt Locker che troverete su Nocturno di marzo...
L'82ma edizione degli Academy Awards, come in molti avevano pronosticato, è stata soprattutto la festa e il giusto riconoscimento del sempre mai abbastanza premiato talento femminile. Non solo gli Oscar a Sandra Bullock come miglior attrice protagonista per The Blind Side, a Mo'Nique per il suo ruolo di supporto in Precious e alla costumista inglese Sandy Powell per il lavoro svolto sul set di The Young Victoria di Jean-Marc Vallée, ma anche e soprattutto le sei statuette a The Hurt Locker di Kathryn Bigelow che ha sbaragliato il suo più acerrimo contendente, Avatar, dell'ex-marito James Cameron. In concomitanza con la vittoria della Bigelow, Nocturno ci ha visto lungo e sul numero di marzo, in uscita in questi giorni nelle edicole, propone una lunga intervista alla carriera fatta alla grande regista di Point Break e Il buio si avvicina, di cui quello che segue è solo un estratto.
La sceneggiatura di Boal trae spunto da un articolo del “New York Times” che risponde con la teoria dell’“assuefazione alla guerra” alla domanda su cosa possa spingere un uomo a fare il volontario sulla linea del fronte. Di che tipo di persone stiamo parlando?
Di uomini e donne eccezionali. Non è un giudizio di merito, ma di fatto: per motivazioni che possono certo variare, ma nelle quali l’assuefazione ha una influenza precisa, questi individui decidono di sfidare la morte a viso aperto. I membri della EOD, infatti, sono tutti volontari, ovvero militari di carriera, di solito marines, che però dopo il regolare periodo di ferma decidono di continuare in un altro modo, appunto arruolandosi tra gli artificieri, invece di tornare a casa. Le emozioni che provano sono fortissime e a un certo punto non possono più farne a meno. Entrano in una sorta di loop, una coazione a ripetere che li fa sentire disorientati senza l’adrenalina della guerra. Questo è il nucleo centrale di The Hurt Locker perché è esattamente quello che accade al protagonista, Jeremy Renner. Noi non lo giudichiamo, perché non c’è nulla da giudicare. è la guerra come esperienza tragica, ma purtroppo molto umana, a essere esecrabile, ma il film non è di questo che parla. Parla, appunto, dell’esperienza umana, e si sofferma su uno dei suoi aspetti più estremi. Se poi mi chiedi se vi sia qualcosa di folle in questo processo di assuefazione all’adrenalina di guerra, rispondo che no, non è folle. è umano.
The Hurt Locker è in assoluto il suo film più realistico...
Concordo. L’ho realizzato con questo preciso intento. Abbiamo girato quasi sempre in esterni in Giordania, a pochi chilometri dal confine con l’Iraq, una delle zone più calde del paese. Ho lavorato con una troupe praticamente embedded, nel senso che abbiamo condiviso le medesime esperienze dei soldati, parlo naturalmente di difficoltà ambientali, nessuno ci sparava addosso. Ma abbiamo vissuto giorno e notte nel deserto, nulla è stato risparmiato, gli attori hanno spesso lavorato senza stunt, gli operatori hanno sopportato la fatica di un set con molti problemi logistici. Soprattutto, la ricostruzione del contesto e le operazioni della EOD sono stati studiati fin nei minimi dettagli affinché fossero il più possibile autentici. The Hurt Locker non è un documentario, se lo fosse stato non avrebbe incontrato il mio interesse. è un film di finzione che ha come primo obbiettivo quello di essere autentico. Vorrei che si notasse anche il meticoloso lavoro che è stato fatto sul sonoro. Gli autori del soundtrack, Marco Beltrami e Buck Sanders, hanno lavorato in postproduzione insieme al sound designer Ray Beckett per rendere l’impasto musica-suoni-rumori una specie di contrappunto alle azioni. Anche in questo caso, rispettando il più possibile il realismo delle scene.
Ne film ci sono scene molto crude. Come pensate possa essere accolto negli Stati Uniti? è vero che nel suo Paese c’è poca voglia di parlare della guerra?
Avevamo ben presente l’atteggiamento della maggioranza degli americani rispetto alla guerra in Iraq quando abbiamo cominciato a lavorare al progetto. So che altri film di questo genere sono stati accolti molto male dal pubblico. Ma non ci siamo domandati se The Hurt Locker poteva essere commercialmente vantaggioso, ma se avevamo voglia di realizzarlo ed era giusto farlo. Durante le ricerche preliminari ci siamo resi conto che sulla EOD e le sue operazioni in zone di guerra irachene erano disponibili solo sei fotografie in tutto. L’opinione pubblica americana è stata tenuta all’oscuro su quel che veramente accadeva a Baghdad, ma Mark laggiù c’è stato sul serio, ha toccato con mano la tragedia, ha visto con i propri occhi i soldati saltare in aria, o perdere un arto durante operazioni di disinnesco. Era ora di raccontare tutto questo, e noi lo abbiamo fatto.
Guardando The Hurt Locker, e parlandone con lei adesso, si torna a riflettere su alcuni aspetti fondanti del suo cinema: l’adrenalina, l’esperienza fisica, le metafore virili... Sembra di essere tornati ai tempi di Point Break...
Le storie dei due film non sono ovviamente paragonabili. Però sì, ammetto che da un punto di vista cinematografico il mio metodo non è cambiato molto. Se uso la macchina da presa a mano, o chiedo all’operatore di seguire in un certo modo le azioni dei protagonisti, è perché mi interessa comunicare allo spettatore qualcosa di forte, renderlo partecipe dell’azione. Nel caso di Point Break, in particolare, volevo che lo spettatore sperimentasse in prima persona le emozioni di Johnny Utah, il personaggio interpretato da Keanu Reeves. Le scelte di regia che sono state fatte erano funzionali a questa scelta. Per The Hurt Locker il procedimento è stato simile: la regia si è adeguata ai nostri obiettivi, che erano di rendere il più autentico possibile un racconto di guerra. Da questo punto di vista ci sono delle analogie, sì...
(Continua su Nocturno N.91 - marzo 2010)
La Redazione