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15/01/2010

JAUME BALAGUERO' E PACO PLAZA

I registi spagnoli ci spiegano come in Rec [2] si moltiplicano rispetto al primo film sangue, azione e humor nero...

Visti gli incassi stratosferici di [Rec] (ovunque tranne che in Italia), un Rec [2] c’era da aspettarselo. Come c’era da aspettarsi che i due registi, Balaguerò e Plaza, avrebbero fatto di tutto per trovare una storia e un linguaggio all’altezza del precedente. Non era facile, perché [Rec] riusciva nel difficile compito di creare il giusto equilibrio tra tecnica e contenuto. In Rec [2] il palazzo rimane lo stesso ma si moltiplicano i punti di vista dello spettatore attraverso le telecamere posizionate sugli elmetti dei soldati che entrano nell’edificio per scoprire cosa sia successo. Tra loro c’è un prete e qui la trama di Rec [2] comincia a prendere le distanze dal precedente seguendo il filone esorcistico. Scopriamo così che i mostri non sono zombi ma indemoniati contaminati dal sangue della niña imprigionata in soffitta. Demoni che vomitano, bestemmiano e diffondono il male sulla Terra. I due registi, nel costruire uno spettacolo che a tratti assomiglia più a un videogioco, si divertono a citare i classici del genere nel disperato tentativo di trovare una rivelazione finale che possa ancora sorprendere e lasciare col fiato sospeso. A metà film qualcosa cambia quando altri personaggi si intrufolano nel palazzo passando dalle fogne, ma non è ancora il momento per Rec [2] di svelare tutti i suoi assi. Il colpo di scena viene riservato giustamente al finalissimo. Forse manca la freschezza del primo capitolo dove attesa e rivelazione incollavano alla poltrona, ma sicuramente un film che sa fare il lavoro sporco. Rispetto a [Rec], il nuovo capitolo è più accondiscendente verso i fan dell’orrore elargendo sangue e violenza a piene mani e in primissimo piano (mentre nell’originale tutto accadeva sullo sfondo), ma il primo amore non si scorda mai…
Manlio Gomarasca
 
 
Al di là dell’aspettativa di un successo al botteghino, qual è il motivo che spinge un regista a girare il seguito di un film come [REC]?
P. Plaza: Un sacco di fan del primo film ci chiedevano se si sarebbe realizzato un seguito. In nessun momento, girando [REC], abbiamo pensato all’eventualità di una vera e propria serie. Però è certo che, dopo il primo film, molte persone chiedevano: «Come finirà la storia? Come sarà il seguito? Cosa succederà?». [REC] è costruito su una successione di enigmi che non si esauriscono con la parola fine. Questo – sommato all’entusiasmo che percepivamo tra gli appassionati del genere, nel pubblico che veniva da noi a commentare alcuni aspetti della pellicola e voleva saperne di più – ci ha spinti a pensare che un sequel sarebbe stata una buona idea. Praticamente, lo spirito che ci ha mosso nel momento di iniziare questo nuovo progetto è stato quello del ‘continuiamo la festa’. La pellicola ha lasciato un buon ricordo, la gente era molto contenta e la percepiva come qualcosa di proprio, e quasi in modo spontaneo abbiamo pensato: «Perchè no? Diamo un seguito a questo film, mantenendo lo stesso spirito».
J. Balaguerò: A dimostrazione della buona risposta degli spettatori di fronte a [REC], tutti, uscendo dalla sala, commentavano la pellicola come se la storia li attanagliasse ancora. Un giorno mi sono ritrovato a girovagare ripensando ad alcuni dettagli e a certi personaggi del film, anche in funzione dell’emozione “prolungata” degli spettatori. Sì, fu a partire da quel momento che decisi di realizzare il sequel.
 
E nel momento in cui vi siete riuniti per parlare di REC [2], era già chiaro cosa desideravate fare e cosa no? Personalmente, non mi sembra un sequel già pronto, un clone dell’originale, come siamo abituati nel cinema americano...
J. Balaguerò: Una delle principali premesse è che abbiamo sempre voluto mantenere una certa fedeltà con il prodotto originario, girare il sequel con un minimo di inquadrature in soggettiva, che era ciò che dava una caratteristica particolare a [REC]. E, dall’altra parte, abbiamo scelto di fare un passo in avanti e realizzare una pellicola molto più di genere. Un’intenzione già chiara in [REC], che però è molto realistico. REC [2] è in questo senso molto meno... “teorico”.
P. Plaza: REC [2] è una pellicola molto più spregiudicata; è facile intuire che ci sono due fan di cinema horror dietro al film; si capisce che ci siamo divertiti realizzandolo.... Comunque la cosa che più ci fece piacere dell’esprienza di [REC] fu la sensazione di festa che si formava nella sala cinematografica durante la proiezione: il pubblico viveva intensamente la pellicola, applaudiva, rideva, si spaventava... Questo aspetto quasi da “tunnel del terrore” è qualcosa che abbiamo sfruttato moltissimo e che in questa seconda parte abbiamo cercato di ampliare e moltiplicare. REC [2] è una pellicola da vedere con gli amici, con più orrore, con più azione... con un po’ più di tutto. Il film cerca ancora di più la complicità dello spettatore. Desideravamo fare un passo ulteriore all’interno del genere, questo era il nostro intento.
 
Nella pellicola ci sono degli evidenti e forti riferimenti, omaggi, richiami: per esempio, Zombi (Dawn of the Dead, George A. Romero, 1978), La cosa (The Thing, John Carpenter, 1982), Demoni (Lamberto Bava, 1985)… Quali titoli vi hanno influenzato quando avete scritto REC [2]? Mi riferisco a film che avete visto, sequenze concrete...
J. Balanguerò: Non credo ci sia nessuna pellicola di rifermento specifica, l’unica è [REC]. La storia era piaciuta e aveva fatto sorgere una serie di incognite... A me piaceva molto cercare in internet, sui sit dedicati, per scoprire cosa del nostro film avesse maggiormente sorpreso gli spettatori. Questo è il riferimento, continuare ad approfondire quello che avevamo raccontato con [REC], e completarlo.
P. Plaza: Un modello di sequel per noi era, per esempio, Aliens scontro finale (Aliens, James Cameron, 1986), perché l’originale Alien (Ridley Scott, 1979) e Aliens sono film che appartengono a due generi distinti pur essendo, in fondo, molto fedeli a un unico stile. Cameron ha compiuto un’evoluzione aumentando l’azione e diminuendo la dose di terrore e suspence. E anche noi volevamo far evolvere il film verso un genere diverso, mantenendo la stessa direttiva di [REC] sia formalmente, nell’uso della camera, sia stilisticamente... Potenziando però l’azione, lo humour nero che mancava nella prima pellicola. Crediamo che questo film soddisferà i fan dell’originale, offrendo però qualcosa di più. Questo era il nostro intento: fare un film che nella coerenza con il suo predecessore fosse originale e portasse qualcosa di più.
 
La presenza intrusiva della Chiesa nella vicenda degli infettati/indemoniati, attraverso un personaggio sinistro come il Dr. Owen (Jonathan Mellor), il sacerdote che finge di essere un rappresentante del Ministero della Sanità, riprende l’immagine negativa che il cinema horror ha dato della Chiesa... Penso a titoli come Le amanti di Dracula (Dracula Has Risen From the Grave, Freddie Francis, 1968) o Il presagio (The Omen, Richard Donner, 1976).
J. Balaguerò: Io non la vedo così. Ciò che mostra REC [2] è che in Vaticano c’è gente che si occupa di queste cose, in questo modo.
Comunque, il Dottor Owen rappresenta una istituzione che nasconde qualcosa di terribile, che si interpone nell’azione delle autorità del governo, ed è l’unico con il potere di portare via i superstiti. Basterebbe un suo ordine...
P. Plaza: Si, però non c’è una critica mirata fatta all’istituzione, perché ciò che prevale nel film è questo sguardo di genere...
 
Però, come succede nei film che ho citato, REC [2] ti dice che la Chiesa ha molte affinità con il Male...
J. Balaguerò: Guarda che il Male demoniaco appartiene alla Chiesa, è una sua invenzione. Non è qualcosa che esiste realmente nel mondo, se non in una parte importante della cosmologia creata per i fedeli cattolici. Questo è un argomento, senza dubbio. Il demonio, per le popolazioni delle tribù amazzoniche, non ha niente a che vedere con il “nostro” demonio; esistono divinità maligne o negative, però senza nessuna relazione con il Diavolo, lontane dal nostro significato tradizionale. Infatti, non ricordo film con demoni in cui, in una maniera o nell’altra, non appaia la Chiesa.
P. Plaza: Inoltre, il Dottor Owen è un personaggio assimilabile al capitano Achab di Moby Dick: un uomo divorato dalla sua ossessione. È un sacerdote, possiamo dire, “archetipico”, perché siamo in una pellicola che va oltre il discorso sui demoni...
 
Un’altra delle peculiarità che attirano l’attenzione in REC [2] è lo humour nero. Il film è pieno di momenti comici, sebbene terribili. Questo tipo di comicità è nata in maniera naturale o è qualcosa di premeditato? Un esempio, il caso della bambina che cerca di ammazzare uno dei posseduti, e alla fine uccide la persona sbagliata...
P. Plaza: In realtà, è l’espressione di una comicità con cui ci ritroviamo, una comicità che ha a che fare con il modo di comprendere e percepire la realtà...
J. Balaguero: Forse è apparsa come qualcosa di non consapevole, però eravamo d’accordo a mantenere la pellicola ad un livello di orrore e azione molto superiore alla prima, molto più bestiale, sfociando in situazione comiche tipiche dello slapstick
P. Plaza: Uno humour grandguignolesco...
 
Sorprende il trattamento della violenza, che nel primo film era un po’ variegato e qui invece è molto significativo. Ci sono immagini difficili da vedere in una pellicola mainstream. Per esempio: la scena in cui la testa di un bambino viene fatta saltare con un colpo, quando poco prima i protagonisti discutevano sulla moralità di un atto come questo, anche se il bambino è indemoniato... Come avete trattato la violenza?
J. Balaguero: C’era una cosa molto chiara: è passato del tempo da [REC]. La situazione si è evoluta e man mano che i minuti scorrono tutto diventa più violento, la storia va peggiornado. Era una delle premesse della nuova storia. L’idea era che REC [2] fosse più sanguinolento, più violento, che fosse senza controllo. Abbiamo avuto diverse discussioni sulla scena del bambino, se la dovevamo includere o no, se fosse un bambino o un indemoniato. Alla fine abbiamo scelto di mostrare che si non si stava uccidendo un bimbo, ma un demonio.... Se c’è un dibattito morale su questo argomento, fa parte del film.
P. Plaza: C’era una vocazione alla brutalità, ma eravamo coscienti che questa scena poteva essere ambigua: non ricordo una sequenza tanto cruda in una pellicola commerciale.... Quando muore il bambino si sente un gran silenzio, i personaggi si guardano senza sapere bene come reagire. Avevamo stabilito, durante le nostre chiacchierate preliminari, di non autocensurarci: volevamo realizzare un film libero come il primo, senza pensare che lo stavamo facendo per il grande pubblico. Sono contento di aver incluso momenti come questi che pesano in tutta la loro brutalità.
 
 

 


José Antonio Navarro
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