12/03/2010
INTERVISTA A DAVID WARBECK
Il mito del cinema di genere italiano degli anni Ottanta, racconta nell'ultima intervista i suoi film oltre Fulci...
David Warbeck è stato il cinema di genere italiano degli anni Ottanta. Aveva fatto un sacco di cose prima, anche importanti, ma trovò il suo compimento in quel giro di film di Fulci, Margheriti e De Angelis produttore, che vanno da L’aldilà a The Black Cat, da L’ultimo cacciatore a Fuga dall’arcipelago maledetto, da 7 Hyden Park di Alberto De Martino a Bakterion di Tonino Ricci. In queste pellicole, sublimi o terribili, si può e si deve riconoscere un “fattore Warbeck”. David era essenziale rispetto ai quei film, non era mai qualcosa di cui si potesse fare a meno. Dalla visione dell’Aldilà (in sala, al Manzoni di Milano: pomeriggio di domenica 3 maggio 1981) mi porterò sempre dentro il ricordo di un’esperienza che non si può (e non si deve nemmeno cercare di) descrivere, anche per via di David Warbeck. E, sia pure con le dovute differenze, lo stesso vale per i war-movies del grande (troppo grande, ma lo abbiamo capito tutti tardi) Antonio Margheriti. Per cui, è con piacere unito a più di una punta di malinconia che disseppellisco dalla prima serie di Nocturno, questa intervista a Warbeck – credo una delle ultime che gli furono fatte, se non l’ultimissima – realizzata da Massimo Lavagnini, grande amico di David che aveva voluto l’attore per un ruolo nel suo psichedelico Sick-o-pathics. Lavagnini così introduceva questa conversazione con Warbeck, pubblicata sulla nostra rivista quando l’attore era da poco scomparso nel luglio del 1997:
«Rileggere oggi questo articolo mi comporta una gravosa sensazione di doppia tristezza: primo perché fu scritto poco tempo dopo la morte di Lucio Fulci. La scelta di non parlare degli aneddoti che legavano David Warbeck all’anziano maestro fu dettata - oltre che dalla voglia di parlare della filmografia ‘minore’ del simpatico David - dal necessario rispetto per l’improvvisa scomparsa dell’amato regista romano. Oggi che David Warbeck non c’é più, stroncato dalla malattia nel suo castello di Londra, è amaro posare lo sguardo su questa intervista. Per la seconda volta, un amico si è spento. Per la seconda volta nessun giornale ha voluto dar spazio alla morte dell’uomo che per amore del cinema ha indossato la maschera di rude eroe di guerra, implacabile avventuriero o commissario di polizia. Coloro che hanno avuto la possibilità di avvicinare o solo di parlare brevemente con David, ricorderanno i suoi modi affabili e alla mano. I suoi fan lo ricorderanno per film di culto come L’Aldila’. Io che ho avuto la fortuna di poter lavorare con David nel mio Sick-o-pathics, vorrei ricordarlo nei film più incredibili a lui cari: giù nelle fogne in Bakterion, con il piccolo Nelson in Quella villa in fondo al parco o nel ruolo del giapponese cieco in Domino. David non si sentiva bene durante la lavorazione di Fatal frames ed io non scorderò quando venne a Roma per presentare il film, rispondendo alle domande dei giornalisti ammantato da uno splendido mantello rosso regale, comprato al mercatino dell’usato. Questo era David. Stravagante ed amabile. Assolutamente unico. Addio, Dave.»
D.P.
La maggior parte delle interviste che ti rivolgono vertono sulla tua collaborazione con Lucio Fulci; oggi abbiamo voglia di sentire storie nuove: qual é il film per il quale ti piacerebbe essere ricordato?
Il tuo film, Sick-o-pathics... é stato una nuova opportunità per me. Di solito nei film sono costretto a scopare la protagonista principale, mentre nel tuo sono andato vicino a scoparmi il protagonista principale..
A parte Sick-o-pathics, per quale film ti piacerebbe essere ricordato?
Oh, Truck fuck!
(qualcuno lo fermi) Mai sentito.
Abbiamo fatto un film nei docks di New York. Non ero riuscito a trovare un albergo, così qualcuno mi aveva indirizzato verso il parcheggio dei camion... Io pensavo fossero vuoti, invece all’interno fanno orge ogni notte! Comunque, non sapevo che loro riprendessero con una videocamera... (ride)
Qual è stato il tuo primo film dell’orrore?
Il mio primo horror? Dio, devo pensarci su... pensare é difficile per me, perché di solito mi danno le sceneggiature... Beh, dato che ogni film che faccio è orribile, non è poi così difficile dire qual è stato il mio primo film dell’orrore.
Uno dei primi fu Twins of Evil...
Uno dei primi? Quello era il numero venti!
Può dirci qualche cosa su quel film? Ricordo che tu avevi due bellissime partners...
Oh, sì... due belli sorelli... Mary e Madeleine Collinson, erano modelle di Playboy. Per loro, ogni occasione era buona per spogliarsi. Il film era diretto da un meraviglioso pazzo chiamato John Hough, che mi aveva già diretto in Robin Hood.
Incredibile! Tu sei stato Robin Hood?
Mi avevano scelto per le mie gambe favolose... Quando erano attillate in calzamaglia verde i cavalli sembravano impazziti. È stato un film molto difficile. In Twins of Evil ho dovuto cavalcare le sorelle Collinson, perché, come sai, devo sempre scoparmi qualcuno. Amo molto questo film, Peter Cushing era fantastico.
Nessun aneddoto sporco da raccontarci su Twins of Evil? Non ci credo...
Ok, ti accontento subito. La prossima volta che vedi il film, fai attenzione quando Mary apre la camicetta e mi mostra le sue meravigliose tette, nonché... il resto. Quando lei scuote il seno, il regista lancia una musica speciale: boom-boom-boom-boom. Un momento molto sofisticato (ride)
In quegli anni sei anche apparso nel clamoroso The Sex Thief, uscito in Inghilterra per la Redemption.
Ho fatto quel film con Martin Campbell, il regista del nuovo film di Bond ok? e i giornalisti inglesi si sono chiesti: «Perché Campbell non nomina il primo film che ha diretto con David Warbeck?». Perché era un film intitolato Il ladro di sesso, e io dovevo fottere un sacco di ragazze. Nel film sono un ladro molto speciale (in inglese,’cat burglai’), indosso un costume nero con una maschera da gatto e mi aggiro di notte per le case delle signore per rubare i loro gioielli. Però sono un imbranato, e ogni volta le donne si svegliano e mi vedono. Non appena tentano di urlare, io mi slaccio i pantaloni, le scopo e mi prendo i gioielli. Nella sequenza più stupida io ero nudo, ma portavo la maschera con la faccia da gatto; lei aveva grandi tette e io dovevo simulare di scoparla. Ma non era una buona attrice, così quando il regista ha dato l’azione lei mi ha sbattuto le tette in faccia, la maschera si era staccata e io non riuscivo più a vedere nulla. Poi lei mi ha spinto i peli pubici in faccia... vedi che ho qui un buco fra i denti...? e sono rimasto incastrato! (ride)
Quando hai incontrato per la prima volta Antonio Margheriti?
Margheriti mi ha incontrato sei anni prima che io lo conoscessi, perché nel film di Sergio Leone Giù la testa lui era assistente al montaggio, e la mia faccia gli era piaciuta. Così ha pensato: «Voglio questo tipo per L’Ultimo cacciatore». Ci siamo incontrati e lui mi ha detto: «Appari meglio sullo schermo che nella vita reale», perché ho veramente un aspetto incredibile sullo schermo...
Non credi che L’Ultimo cacciatore sia un film di guerra originale?
È una buona storia. Quando ebbi terminato di leggere la sceneggiatura pensai che mi avessero dato una copia sbagliata, perché funzionava! Forse non potevano trovare qualcuno migliore di me (ride). Così andai nelle Filippine e il primo giorno di riprese mi dissero: «Questo è il tuo costume, questo è il tuo make-up; ora vieni con noi» e la prima scena... era in un cesso! Era una puzzolente fossa biologica filippina... io credevo fosse l’odore della giungla! Antonio disse: «Buongiorno, questa è la sua prima scena, scenda lì sotto». Nella merda.
Allora com’è lavorare con Margheriti?
È il mio eroe, dico sul serio. Non posso che parlarne bene. È un vero genio. È un po’ come te, voglio dire: tu sei più giovane ma hai lo stesso entusiasmo...
Hai qualche aneddoto su L’Ultimo cacciatore?
Io sono un po’ pazzo, e talvolta mi piace fare qualche scherzo, che il regista la cinepresa e il montatore non devono vedere, altrimenti tagliano l’idea. E una delle idee che ho avuto in L’Ultimo cacciatore fu nelle grotte di Roma con John Steiner; «Dammi una sigaretta, caro» dissi a John; «Per farne cosa?» chiese lui; «Ora spezza la base della sigaretta senza che Margheriti se ne accorga», risposi. Ho infilato il mozzicone su per il naso di Steiner, in modo che la cinepresa non vedesse, per la sequenza in cui John era il capitano pazzo che dice: «La mia musica sono le bombe». La cinepresa si avvicina, si avvicina, al viso di John e lui aspira la sigaretta ed esala il fumo da una narice! (ride).
Cosa ci puoi dire del film di Tonino Ricci, Bakterion?
Il film è anche conosciuto col titolo Sewer Zombies... Di quel film mi piace soprattutto la sequenza dove lo zombi attacca la platea di un cinema e spegne l’interruttore, così che lo schermo rimane completamente buio per un minuto e puoi sentire la gente che urla: «Aiuto! Il mostro mi sta mangiando le chiappe!». Lo so che i mostri hanno un buon appetito, mangiano di tutto. Tonino Ricci è un uomo molto simpatico, molto alto... il film era con l’adorabile Janet Agren e ho un aneddoto da raccontare. Io arrivo sulla location molto tardi, verso le tre del mattino. Alle sette mi bussano alla porta: «David, è ora di andare»; arriviamo nella strada principale di Madrid e ci fermiamo vicino ad un tombino. Loro gettano giù la cinepresa ed i cavi elettrici: «Ora tocca a te»; «Cosa?» dico io, e penso «ho finito di vivere, prenderò ogni batterio possibile... ciao, mondo!». Beh, con mia sorpresa lì sotto era tutto moderno, immacolato come un ospedale.
Hai mai provato le fogne di Roma?
No caro! Mi sono fatto le fogne delle Filippine, quelle di Madrid... un sacco di film-fogna. Anche nell’Aldilà di Fulci... Questa è la mia carrriera.
Un altro grande film del quale non ti chiedono mai nulla: 7 Hyden Park.
Oh sì... non l’ho mai visto. Io sono un prete omicida... Sono stato sul punto di morire diverse volte per quel film, così lo ricordo piuttosto bene. La prima volta che sono quasi morto fu a New York. Dato che il film non aveva budget, dovevamo girare una sequenza in cui io cercavo di uccidere la ragazza paraplegica sul ferry-boat di Staten Island. Sai che se paghi un biglietto hai diritto di rimanere sulla barca tutto il giorno, così non abbiamo dovuto pagare molto per la location. Non avevamo troupe, solo una cinepresa, niente luci, niente di niente, solo questa donna che sedeva lì e io che dovevo cercare di spingerla giù dalla barca. Bene: a New York girano tutti armati, così quando le persone hanno visto questo pazzo che cercava di uccidere la ragazza erano sul punto di spararmi. Ci sono andato davvero vicino. Un’altro giorno, dovevo ancora tentare di uccidere questa donna - era una pessima attrice, avrebbe meritato di morire realmente - io dovevo cercare di spingerla giù dal precipizio del ponte di Washington. Così arriviamo sul posto, ci prepariamo, e quando è tutto pronto per l’azione arriva all’improvviso tutta la polizia di New York, perché noi non sapevamo che quel posto è il numero uno per i suicidi a N.Y. Avendo suicidi ogni giorno, la polizia ha telescopi speciali per vedere chi sarà la prossima persona a cadere giù...
Una storia stupefacente… Hai qualche aneddoto anche su Miami Golem?
È uno dei miei film preferiti (ride). L’abbiamo girato a Miami, una vera città-palude, ci puoi trovare di tutto: alligatori, malaria, zanzare...
Una parola su Alberto de Martino...
(Rimane perplesso, per un paio di secondi). Un uomo affascinante. Abbiamo fatto un film insieme... È un meraviglioso film-feto, dove io debbo restituire il feto ai marziani. La produzione ha speso più soldi nella costruzione del feto che su di me. C’è una sequenza in cui la nave arriva per riprendersi il feto - ssshhhhh - io dovevo esplodere per esigenze di copione, così hanno usato una bambola gonfiabile. Meravigliosa esperienza!
Uno dei miei trash preferiti è Quella villa in fondo al parco.
Oh, il piccolo Nelson. Hanno trovato quella “cosa” a Santo Domingo perché, come sai, molti italiani vanno lì per il turismo, e un giorno, al mercato, qualcuno nota questo ragazzino. Benché fosse sedicenne, Nelson era alto appena un metro... Così i produttori si sono chiesti: «Come possiamo usare questo tipo, visto che non abbiamo bisogno di effetti speciali?». Gli hanno dato denti, orecchie e coda da topo. «Chiamiamolo Ratman, e prendiamo David Warbeck per prenderlo a calci nel film». Questa è la storia, un altro film con Janet Agren, e c’era una scena in cui Janet va al bagno e vede il Ratman uscire dalla tazza (ride). Vedi, in questo film c’è un’altra fogna. Grazie alla tua intervista abbiamo scoperto in quante fogne ho recitato... mio Dio.
Cosa puoi dirci sul tuo ultimo film, Fatal Frames?
Come ben sai, il film ha preso due anni di lavorazione per i problemi con Donald Pleasence e Rossano Brazzi, così credo che Al Festa abbia avuto non pochi problemi a cercare di risistemare la trama, e mi ha fatto chiamare per rimettere in sesto la storia. Credo che Al sia dotato di un grande talento visivo, perché ho avuto modo di visionare una copia di lavorazione del film e mi è parso eccellente. Sono molto ottimista, Fatal frames sarà un buon thriller, con molti momenti-shock e nessuna fogna. Debbo ringraziare Al per avermi dato l’opportunità di perferzionare una nuova tecnica recitativa. Voglio dire, finalmente ho potuto fare qualcosa di diverso dal solito eroe-machoman. E poi ho incontrato te, Massimo, e ho fatto il dottore pazzo di Sick-o-pathics...
Massimo Lavagnini