25/08/2007
QUENTIN TARANTINO PARLA IN ESCLUSIVA DI SPAGHETTI WESTERN
Quentin Tarantino, padrino della retrospettiva spaghetti western dell’imminente Mostra del cinema di Venezia, ci parla dei suoi western italiani preferiti, dei suoi film, e della polemica creata dalle sue dichiarazioni sul cinema italiano contemporaneo… un’anteprima dell’intervista esclusiva che potrete leggere integralmente sul numero di settembre di Nocturno
Quali sono secondo te le differenze tra il cinema western americano e quello italiano? E qual è stata la rivoluzione portata a livello internazionale dallo Spaghetti Western?
Senza gli spaghetti western il cinema moderno non sarebbe lo stesso, non ci sarebbe nessun Franco Nero, Giuliano Gemma, Bud Spencer, Terence Hill... e anche Clint Eastwood. Il cinema hollywoodiano di oggi di Clint Eastwood non esisterebbe senza i western. Anche Ennio Morricone è legato alle musiche degli Spaghetti Western. Pensiamo a un attore come Lee Van Cleef, uno dei miei preferiti del genere, un’icona dello Spaghetti Western, che è diventato personaggio del western in Italia e non in America. E che dire di Burt Reynolds e Charles Bronson, che sono diventate delle star a Hollywood? Anche loro hanno avuto la loro grande chance negli Spaghetti Western. Senza contare che Sergio Leone è l’autore che ha maggiormente influenzato tutta una nuova generazione di registi che poi hanno fatto western moderni. Non sono stati né John Ford né Howard Hawks, ma Sergio Leone. Senza di lui non ci sarebbero stati Walter Hill, George Miller… Tutti noi dobbiamo qualcosa all’estetica di Sergio Leone. Ha rivoluzionato il western. Non solo: l’ha resuscitato. Lo spaghetti western è nato a metà degli anni Sessanta proprio quando il western americano stava tramontando e ha re-inventato le regole del genere, svecchiandole e rendendole più immediate a un pubblico giovane. Perché da che mondo è mondo i film devono piacere innanzitutto ai giovani. Qualsiasi altro film uscito dopo i primi spaghetti western sembrava così “old fashion”… Così tutti i western americani usciti tra il 1963 e 1965 appaiono estremamente datati e poco interessanti, persino Peckinpah… In quei film era tutto stereotipato, sai, cose del tipo, il buono porta il cappello bianco e il cattivo lo porta nero. C’era un senso del bene e del male molto elementare, mentre negli spaghetti western i personaggi avevano molte sfaccettature e spesso i buoni erano più bastardi dei cattivi. Anche la violenza e il sadismo dello spaghetti western era qualcosa di sconosciuto al cinema americano, senza contare il look dei personaggi che era molto più cool. Questi aspetti hanno cambiato e dato nuova linfa vitale anche al western americano. In un certo senso poi, tutto diventa un’enorme catena di influenze e richiami. Ad esempio, io in Kill Bill ho messo alcuni aspetti di Da uomo a uomo di Giulio Petroni, che è uno dei miei revenge-western preferiti, ma anche Petroni si è a sua volta ispirato a The Bravados di Henry King. E così alla fine anch’io posso dire di essere stato influenzato indirettamente da Henry King.
Hai citato Giulio Petroni e i suoi western senza eroi, dove nessun personaggio è completamente positivo e non c’è redenzione. Qualcuno li ha definiti western politici, ma per me la politica nel western sta da tutt’altra parte, tu che ne pensi?
Trovo che la definizione “western politico” sia alquanto fuorviante, almeno per quanto riguarda i film di Petroni. Non sono mai stato un grande fan dei western politici, per me non lo erano nemmeno così tanto, era una visione politica per così dire ingenua: i ricchi sono cattivi, i poveri buoni (ride). Fanno eccezione i due film di Sergio Corbucci, Il mercenario e Vamos a matar, compañeros, che fondamentalmente sono il remake l’uno dell’altro nel modo in cui El Dorado era il remake di Un dollaro d’onore. Tornando a Petroni, il suo film più politico è sicuramente Tepepa. L’ho avuto per anni in casa, fin dai tempi in cui lavoravo in videoteca, ma non l’avevo mai visto. Anche perché sulla cover della vhs americana c’era un disegno di Tomas Milian che lo faceva sembrare una sorta di Rambo e pensavo che il film fosse una cazzata. Poi mi sono deciso a guardarlo e ho scoperto che è fantastico, che riesce a mantenere la freschezza di un film giovane pur infarcendolo di aspetti politici non banali. Senza contare l’ambiguità di tutti i personaggi. Nessuno nel film, né Orson Wells, né Tomas Milian e neanche John Steiner, è veramente un personaggio positivo. Questo è quello che mi piace dello spaghetti western. Non è mai così semplice definire i personaggi. Un gran pezzo di cinema con una magnifica interpretazione di Tomas Milian, una delle sue migliori, il tema messicano scritto da Morricone fa piangere dalla commozione, e nel film c’è una delle migliori sparatorie mai viste in un western. Qualcuno ha detto che non si può neanche considerarlo uno spaghetti western ma un dramma sociale. Cazzate! È più spaghetti western persino di Da uomo a uomo!
Parliamo di donne… negli spaghetti western e negli horror le donne sono sempre o vittime o personaggi di contorno. Tu alla fine hai dato potere alle donne, nei tuoi film. Hai pensato a una sorta di compensazione facendo Kill Bill e A prova di morte?
I paesi che hanno sviluppato industrie cinematografiche in parte basate su film di genere, specialmente quella orientale, hanno creato figure di protagoniste femminili d’azione. Anche quella statunitense negli anni ‘70 aveva Pam Grier nella blaxpolitation. È curioso notare come invece in Italia nei film di genere non ci sia mai stata l’idea di rendere la donna guerriera. La donna è quasi sempre ridotta a oggetto sessuale… soprattutto nei western. Ed è per questo che i western in cui il personaggio femminile è multidimensionale saltano in cima alla mia top list. Ad esempio in The Bounty Killer, la parte di Halina Zalewska è molto bella, non è solo una donna in pericolo da salvare! Per me è stato divertente creare per Uma Thurman un ruolo alla Navajo Joe, metterla nel vortice di un western di Sergio Corbucci!
Beh, c’è Scalps di Bruno Mattei, un western tardivo degli anni ‘80, in cui una donna apache prende la sua rivincita sui cowboy che hanno abusato di lei…
Ho sentito parlare di Scalps ma non l’ho mai visto. Mi sembra divertente ma la fattura non dovrebbe essere delle migliori (ride). È una sorta di Soldato Blu italiano…
Sergio Leone disse in molte interviste che i personaggi femminili nei western non sono interessanti perché la cosa più importante è l’amicizia virile tra i personaggi maschili. Infatti è facile rileggere sottotesti omosessuali in tantissimi spaghetti western, basti pensare al film di Edoardo Mulargia, La taglia è tua… l’uomo l’ammazzo io, o a Se sei vivo spara di Giulio Questi…
Sì, è vero! È facile trovare tematiche omosessuali nei western e per me un sottotesto omosessuale rende solo un film di genere un po’ più divertente da guardare! (ride) Comunque capisco a cosa si riferisca Leone, perché ciò a cui lui è interessato è un codice d’onore: cosa deve o non deve fare un uomo in una certa situazione. Comunque in Il buono, il brutto, il cattivo quella tra Lee Van Cleef e Clint Eastwood è una vera e propria storia d’amore al maschile (ride).
Manlio Gomarasca
L’intervista continua sul numero di settembre di Nocturno!!
La Redazione