Edwige Fenech

Intervista alla donna assoluta

Intorno a Edwige Fenech sono sempre fiorite un sacco di false leggende. Non parliamo certo della divina Edwige che solcava gli schermi con la forza della sua prorompente bellezza e della sua  irresistibile carica sensuale, ché su quello era giusto e santo che si andasse addensando il mito. No, alludiamo alle notizie senza fondamento che volevano Edwige assolutamente riottosa a parlare dei suoi trascorsi cinematografici e addirittura irritata con chi le tirasse in mezzo i titoli dei suoi film meglio noti al popolo, da Giovannona Coscialunga a Quel gran pezzo dell’Ubalda. Siamo riusciti ad avvicinare e a intervistare l’icona per eccellenza del cinema di genere italiano. Scoprendo che è di una simpatia eccezionale e che non ha proprio nessun problema a raccontare tutto il suo percorso di donna, di attrice e di produttrice…

Sei tornata sullo schermo dopo quasi vent’anni di assenza, in Hostel part 2 di Eli Roth… Com’è nata questa combinazione che ti ha portato a infrangere la consegna del silenzio come attrice…

Tutto è cominciato durante la Mostra del Cinema di Venezia, alcuni anni fa. Presentavo Il mercante di Venezia con Al Pacino, che ho prodotto, e stavo aspettando che Pacino arrivasse, quando una mia amica mi chiama e mi dice che Quentin Tarantino, che era anche lui a Venezia come padrino della rassegna sul cinema di genere italiano degli anni Settanta, avrebbe avuto piacere di conoscermi e di cenare con me. Cosa che mi ha abbastanza stupito. Io, però, avevo l’impegno di seguire Al Pacino e lì per lì ho dovuto declinare l’invito. Insomma, Al Pacino arriva, lo accompagno in albergo e lui mi dice che ha un tremendo mal di testa e che quella sera preferiva starsene tranquillo in camera. A quel punto ho richiamato la mia amica e abbiamo combinato per quella stessa sera la cena con Quentin. Io sono rimasta di sasso quando ha cominciato a parlarmi a menadito di tutti i miei film, soprattutto dei gialli, che conosceva a memoria. Non è che la cosa non mi abbia fatto piacere, ma proprio non me l’aspettavo.  Alla fine, mi chiese se fossi disposta a tornare davanti alla macchina da presa. Io lì per lì gli ho detto di sì, ma pensavo che fosse solo una boutade e che tutto sarebbe finito lì. Passano diversi mesi e poi cominciano ad arrivarmi delle mail da parte di questo ragazzo, allora trentenne, Eli Roth, che aveva appena diretto Hostel, prodotto da Quentin Tarantino, un film che ha incassato l’ira di Dio.

Ed è a quel punto che Roth ti ha proposto un ruolo nel seguito, Hostel part 2

Non subito. Eli voleva a tutti i costi conoscermi, perché anche lui era un ammiratore dei film gialli che ho fatto negli anni Settanta. Tant’è che mi si è presentato, a Roma, con dei dvd di quei miei film, chiedendomi di autografarglieli.  Siamo rimasti in contatto via mail e così, col tempo, man mano che lui organizzava il seguito di Hostel con la produzione esecutiva di Tarantino, si è concretizzata la possibilità di un mio cammeo nel film.

In Hostel part 2 Eli Roth ha voluto omaggiare anche un regista che è conosciuto per i suoi film d’avventura orrorifica, Ruggero Deodato, con cui hai fatto un Delitto poco comune; pellicola che, tra l’altro, rappresenta anche il tuo addio al grande schermo. Cosa ti ricordi del film e come mai questa decisione di interrompere la carriera d’attrice?

Non è stata una decisione legata al film, che anzi ricordo con molto piacere, sia per l’umanità di Michael York che per la professionalità di Deodato. Non è stato un grande successo, ma mi sono divertita a farlo. Quella di interrompere la carriera, era una decisione che avevo preso già da molto tempo. Volevo che mi venissero proposti copioni diversi rispetto a quelli che continuamente mi offrivano. Anzi, non era neanche un problema di copioni, ma di personaggi. Avevo già fatto quel famoso “salto di qualità” che mi portò a lavorare con maestri del cinema italiano come Dino Risi, Pasquale Festa Campanile e Ugo Tognazzi, però non ero soddisfatta dei ruoli, perché, alla fine, finivo sempre a fare la parte della bella ragazza di turno. Avevo una testa che cresceva e aspirava a mire diverse, ma il pubblico e i registi mi identificavano unicamente con il mio corpo… e la cosa mi feriva. Desideravo ruoli più indicati al mio stato d’animo. Volevo che i miei personaggi crescessero insieme a me, così mi sono data due anni di tempo per vedere se le cose migliorassero. Invece non è cambiato nulla, mi hanno proposto sempre le stesse cose. Allora ho detto: «Basta! Faccio qualcos’altro…». E quando mi hanno offerto la televisione, ho deciso di farla. Anzi la prima volta che me l’hanno chiesto ho detto di no, ma visto come andavano le cose al cinema, la seconda ho detto di sì.

L’esperienza televisiva ha dato subito i suoi frutti e ti ha concesso quel cambiamento di ruolo che auspicavi. Penso al ruolo di madre disperata per l’omicidio della figlia nel bel giallo di Sergio Martino, Delitti privati

Delitti privati è stato un film tv che ci ha dato parecchie soddisfazioni. Non mi ricordo se Twin Peaks l’avevano fatto prima o dopo, ma mi ricordo che alcune critiche li avevano paragonati. Noi però non c’eravamo ispirati alla serie di Lynch, non avevamo copiato (ride). Anche Il coraggio di Anna, che è stato il primo film per la televisione che ho prodotto, mi ha dato tantissime soddisfazione. Era la prima volta che  tanti critici italiani erano d’accordo nel dire che ero una grande attrice, non era mai successo prima (ride). Mai in vita mia. Vedi, come è andata? Ho dovuto produrmi un film io stessa per dimostrare che ero in grado di fare altri ruoli oltre a quello della ragazza carina sotto la doccia (ride). In Delitti privati ho proprio scelto il ruolo che volevo fare, quello di una madre che perde una figlia e non si dà pace fino a quando non scopre il suo assassino. Era una sfida, un ruolo volutamente difficile. Ero finalmente diventata una madre e non la sciocca ragazza che mi volevano sempre far fare al cinema.

La lista dei tuoi lavori come produttrice per la televisione è lunghissima: Commesse 1 e 2, Il fratello minore, L’attentatuni… Ma non credi che la fiction sia ormai appiattita su un tipo di linguaggio del tutto antitetico a quello del cinema? Intendo dire: questa fiction buonista a tutti i costi, fatta spesso da attori incapaci, non rischia di deteriorare il gusto del pubblico, di abituarlo a standard sempre più bassi…

Il discorso è complesso: io credo che oggi la fiction abbia in tutto e per tutto sostituito il ruolo che una volta spettava al cinema popolare, di genere, di massa, lo si chiami come si vuole. Credo anche, però, che il film per la sala e il film per il piccolo schermo abbiano – e debbano avere – un linguaggio diverso, perché comunque il loro pubblico è diverso, a cominciare dall’età. Gli anziani vanno meno al cinema rispetto ai giovani, è un dato di fatto.

Quindi non credi al progressivo killeraggio del cinema da parte della fiction?

Ma assolutamente no! E te lo dice una persona che si occupa, come produttrice, sia di cinema sia di fiction. 

Salto temporale. Partiamo dall’inizio. I tuoi natali sono algerini…

Diciamo che sono nata in Algeria, ma che i miei genitori sono, la mamma di origine italiana, siciliana per la precisione, il papà maltese. L’Algeria era una colonia francese e quindi io sono nata francese. Dopo la guerra d’indipendenza in Algeria, io e la mamma siamo andate a vivere a Nizza dove ho continuato a fare danza classica, come già facevo in Algeria, e frequentavo il liceo. Lì sono stata notata mentre passeggiavo per la strada e mi hanno proposto di fare un film di Norbert Carbonnaux, Toutes folles de lui. Avevo quattordici anni.

Già covavi il desiderio di entrare nel mondo dello spettacolo… di diventare attrice?

No, per niente… Io non volevo farlo. Assolutamente. No, no… (ride). Però poi mi hanno detto: «Ma dai… è un gioco, un gioco!», e così sono andata. Ho fatto questo ruolo piccolo piccolo, dove per fare un ciak l’abbiamo dovuto ripetere trentadue volte. Mi facevano dire, a una ragazza come me, di quattordici anni – e poi, considera che i quattordici anni di quell’epoca non erano certo i quattordici anni di oggi – una battuta in parigino che io non conoscevo assolutamente, perché, venendo dall’Algeria, parlavo un francese perfetto e non quello dialettale.

Che ruolo era il tuo?

Non l’ho mai saputo. Non ho mai visto il film! Per me era stato un incubo. Mi sentivo inadeguata dopo trentadue volte che ripetevo la battuta, che tra l’altro, per me, non aveva senso. Quindi, figurati se andavo poi a vederlo. (ride)

Subito dopo arrivi in Italia con Samoa, Regina della giungla, dove eri già protagonista…

Certo, ero Samoa! (ride). Ero la protagonista… devo dire che ho cominciato subito da protagonista. Uno può giudicare come vuole il film, ma io ero la protagonista! Era un film per bambini, d’avventura, come anche il secondo che ho fatto con Guido Malatesta, Il figlio di Aquila Nera… Film d’avventura… sì, sì… più o meno (ride). Sono stata contattata perché, nel frattempo, avevo preso parte ad alcuni concorsi di bellezza e dopo aver vinto Lady Francia stavo partecipando a Lady Europa a Cortina, dove un talent scout mi ha notata e dopo una settimana e mezza mi ha chiamato a casa mia, in Francia. Mi ha chiesto di venire in Italia perché c’era un ruolo da protagonista per me in un film. All’inizio avevo rifiutato, ma poi ne ho parlato coi miei genitori e mio padre ha detto: «Se vuoi vacci, ma con mamma!». Così sono andata con mamma, siamo arrivate alla stazione col wagonlit alle sette del mattino e sono venuti a prenderci. Mamma l’hanno portata subito in albergo con le valige e a me direttamente sul set. Era la prima volta che facevo un film al di fuori di quel piccolo episodio di una battuta in Toutes folles de lui, ed ero parecchio emozionata. Dopo il trucco, mi hanno spalmato una sostanza marrone su tutto il corpo perché dovevo interpretare il ruolo di una ragazza maltese. Non ti dico per toglierla la sera. Anche perché, durante tutto il giorno, ci sono stati ritocchi e aggiustatine, così il colore si è attaccato alla pelle e non veniva più via. In albergo, poi, abbiamo cambiato l’acqua sette o otto volte, con mamma che faceva il bucato con me. Con la spazzola mi toglieva tutta quella roba che avevo addosso e mi diceva: «Qui ti faranno morire di asfissia!». Insomma, questo è stato il mio inizio cinematografico.

Dopo i due film di Malatesta sei scappata per un periodo in Germania, dove hai girato una serie di pellicole che sono state tardivamente portate in Italia con titoli pittoreschi come Alle dame del castello piace molto fare quello, Mia nipote la vergine e il dittico di La casta Susanna

Non sono “scappata”, sono andata dove mi hanno chiamata. A me non interessava. Per me quello era andare a “fare il cinema”, ovunque il cinema si facesse. Ero molto giovane. Tu non devi calcolare i diciotto anni di oggi con quelli di una volta. Cioè, i diciotto anni miei erano meno “colti”. Per me, era tutto cinema. I film di Bergman e Samoa regina della giungla erano la stessa cosa… era tutto cinema… Che poi, forse, è anche il modo giusto di vedere i film, mettendoli tutti sullo stesso piano e poi dividendoli in film belli e film brutti. E di film brutti io ne ho fatti tanti. Ma all’epoca vivevo le cose con poca consapevolezza. Così sono andata in Germania, ho fatto qualche film lì e poi mi sono stufata. Preferivo l’Italia. Però in Germania avevo, come si dice in gergo, “sfondato” e così gli italiani mi offrivano film perché, attraverso me, era possibile mettere in piedi delle co-produzioni.

Così è nato I peccati di Madame Bovary di Hans Schott-Schöbinger, film che possiamo definire della svolta, perché oltre a confermare la tua carriera italiana ti ha permesso di incontrare Sergio Martino e di entrare a far parte della scuderia Dania, della quale sei diventata la stella di punta…

Sì, sì, è vero. Sergio Martino è intervenuto perché quando hanno montato Madame Bovary si sono accorti che era troppo corto e bisognava aggiungere un paio di scene. Me ne ricordo una terribile che mi ha fatto dire a Sergio che era un sadico (ride), cosa che ho poi riscontrato anche negli altri film. In questa scena, lui mi ha fatto correre mezza nuda, a Manziana, in pieno inverno, con una pioggia artificiale che mi arrivava addosso tutta gelata, scalza nel bosco… con tutto quello che ci può essere per terra in un bosco; e Sergio mi riprendeva mentre andavo verso la camera per non so quanti metri, la superavo e continuavo a correre, inquadrata di schiena, per non so quanti altri metri. L’abbiamo fatta per tutto un giorno e sono rientrata che “non avevo più i piedi”, perché erano completamente tagliati dai sassi, dai legni e da tutte le altre schifezze che c’erano per terra. Però io ero, come al solito, molto stacanovista: non mi sono mai lamentata e ho fatto quello che dovevo fare. Nei gialli che ho girato dopo con Sergio, mi ha sempre fatto fare queste scene estreme, sotto la pioggia, nei boschi, al freddo, dove sono stata stuprata, aggredita, inseguita da assassini, uccisa. Sempre mezza nuda e sempre al gelo (ride). Come quando in Lo strano vizio della Signora Wardh mi ha fatto aggredire con una bottiglia rotta che, se anche era finta, faceva molto male e Sergio, per ottenere più realismo, insisteva perché l’assassino me la picchiasse addosso con forza. Non è che si andasse troppo per il sottile allora… Forse eravamo molto giovani e incoscienti. Lavoravamo sedici, diciotto ore al giorno, fino a quando non finivamo tutto quello che c’era in programma, non come oggi.

Hai mai usato controfigure?

Non che mi ricordi, ma una volta ho saputo che mi hanno controfigurato in un film che avevo fatto. In un paese orientale hanno inserito delle scene più spinte con altri attori… Anche perché io il porno non l’ho mai fatto! E mi incazzavo talmente tanto quando mi dicevano che facevo il “porno-soft”… Mi sono sempre comportata da ragazza per bene, anche se qualche doccia o qualche corsa nuda ci scappava sempre (ride).

Ma quella era una consuetudine nel cinema in quel periodo storico preciso e non solo nel cinema italiano. Si spogliavano tutte e senza troppe storie…

Posso stringerti la mano?

Certo…

Guarda, io l’ho sempre detto. Si spogliavano tutte, anche le americane, le grandi attrici americane. Ma a un certo punto sembrava che mi fossi spogliata soltanto io! Mamma mia! Non so, forse avrò colpito di più l’immaginario, ma sembrava che fossi l’unica. Una persecuzione che mi sono portata dietro per molto tempo. Non lo so… Si è spogliata anche Diane Keaton recentemente, nel film con Jack Nicholson, Qualcosa è cambiato, a quasi sessant’anni ed era bellissima. Complimenti signora Keaton. (ride)

Quindi il problema del nudo l’hai patito veramente?

Sì, all’epoca è una cosa che non mi faceva molto piacere. Non la vivevo con grande leggerezza. E poi, anche sul set, c’era sempre molto imbarazzo. Quindi non sei come quelle attrici che dichiarano che in realtà quando giravano nude non ci facevano minimamente caso perché “era un lavoro come un altro”? Ma quando mai? Assolutamente. Chiedevamo che non ci fosse nessuno che entrasse sul set. La gente che era lì solo per curiosare non mi sembrava giusto che rimanesse anche mentre ci si spogliava. Poi, ognuno lo viveva a modo suo. Per me non era una passeggiata di piacere. Poi sai, all’epoca mia si cominciava col topless ma spogliarsi completamente nudi non era una cosa normale. Oggi, forse, le cose sono diverse, forse anche stare completamenti nudi in spiaggia è normale. I costumi sono talmente piccoli che se anche non hai niente è uguale. Il nudo al cinema cominciava allora a rompere gli schemi, ma come ho già detto prima, non eravamo i soli. Era un fenomeno che riguardava tutto il mondo.

Torniamo al periodo giallo. Cosa ti ricordi di quei film diretti da Sergio Martino: Lo strano vizio della signora Wardh, Tutti i colori del buio e Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave?

Che ci siamo divertiti tanto. Poi io ho sempre adorato il genere, ero una delle poche ragazze, allora, che si guardava tutti i film del terrore da sola a casa. Ho sempre amato moltissimo l’orrore. Tant’è che avevo iniziato a fare i gialli con Cinque bambole per la luna d’agosto di Mario Bava che era un genio. Peccato che del film non mi ricordi molto, a parte che ballavo all’inizio e venivo uccisa presto. Però mi ricordo molto bene Mario. Era un uomo che all’epoca mi sembrava enorme: magro magro ma altissimo. Considera che ero una ragazzina e quest’uomo maturo era adorabile. Il ricordo che ho di lui è legato al suo cane. Lui adorava questo bassotto ed era buffo perché Mario era molto alto e faceva contrasto con questo cane basso basso. Avevano tutti e due un’aria da buoni, con questi occhi dolci e rasserenanti. Tutto il contrario dei film che ha fatto. Dei gialli di Martino, invece, ricordo con molto affetto i partner che avevo sul set. Ivan Rassimov aveva degli occhi bellissimi e questa faccia meravigliosa. Stava sempre a corrermi dietro per uccidermi (ride). Mi ricordo di una scena che abbiamo girato in Lo strano vizio della signora Wardh, dove lui mi aggrediva in un bosco sotto la pioggia, tanto per cambiare. Ivan era una persona buona come il pane ma aveva ‘sta faccia pazzesca che lo portava a fare sempre il cattivo. Gorge Hilton invece era un compagno divertente. Con questo suo fare molto argentino e la voglia di ridere e scherzare in continuazione. Eravamo una grande famiglia, anche perché questi film li abbiamo girati tutti uno dietro l’altro, e quindi passavamo tanto tempo insieme. Eravamo tutti giovanissimi e avevamo formato un gruppo proprio goliardico, andavamo anche in discoteca assieme il fine settimana. Ci siamo divertiti.

Hai definito scherzosamente Sergio Martino “un sadico”, mentre Giuliano Carnimeo con cui hai fatto Perché quelle strane gocce di sangue sul corpo di Jennifer? che tipo era?

Molto diverso da Sergio. Più stile professorino. Sergio era un calmo cinico, Carnimeo era più serioso ma in realtà, se lo conoscevi bene, scoprivi anche il suo animo simpatico.

In Il tuo vizio è stanza chiusa… cambi look, con quei capelli corti corti e quello sguardo angelico, ma è la prima volta che da vittima diventi carnefice…

È la stessa cosa che mi ha detto anche Quentin Tarantino. Quando eravamo a cena mi fa: «Era la prima volta che facevi la Bad Girl!». Devo dire che c’ho messo un po’ a capire a che film si stava riferendo, perché non mi ricordavo più. Il tuo vizio è una stanza chiusa io lo associo alle grandi frittate che facevamo alle dieci del mattino. Giravamo in questo meraviglioso casale sperso nella campagna veneta, dove c’erano le galline e la fattoressa tutti i giorni in tarda mattina ci faceva ‘sti panini con la frittata di cipolle che erano meravigliosi (ride).

Lo strano vizio della signora Wardh, fu un grande successo al botteghino e diede inizio alla grande stagione del thriller erotico…

Sì, è vero, fu un grosso successo. Ma povera signora Wardh, lei di “vizi” non ne aveva proprio. Oddio, aveva un marito e un amante, ma a parte quello era una ragazza proprio per bene. (ride)

Un regista celebrato per il cinema horror con cui invece hai fatto una commedia è Lucio Fulci e il film, tra i più apprezzati dai tuoi fan, è La pretora. Lucio aveva fama di essere molto duro con gli attori con cui lavorava e soprattutto con le donne…

Questa cosa me l’hanno detta tutti prima di fare il film con lui: «Vedrai che quando lavorerai con Lucio Fulci sarà un inferno». Con me è stato un amore, mi ha adorato veramente perché mi mandava lettere, biglietti di affetto, eccetera, dopo il film. Mi ha voluto veramente bene. Per me era importante fare un film con Lucio Fulci, perché, nonostante tutto, era un regista molto quotato, soprattutto nell’horror e io non c’avevo mai lavorato… così fui felicissima quando mi propose La pretora, anche se era una pellicola di un genere diverso da quello che l’ha reso famoso. È stato un rapporto di una dolcezza infinita e tutti erano meravigliati perché era la prima volta che lo vedevano così. Secondo me, dipendeva anche dal fisico. Perché lui aveva questa faccia un po’ imbronciata ma in realtà era un ragazzino, cioè rideva come un ragazzino, perché secondo me era una persona che aveva bisogno di affetto e di essere riconosciuto. Era come quei grandi pittori che soffrivano un po’ perché non venivano capiti e non ha ottenuto in vita quello che avrebbero meritato.

Tra l’altro, in La pretora eri doppiamente protagonista perché facevi addirittura due ruoli: l’inflessibile pretora Viola e sua sorella Rosa, la svampita…

Oddio addirittura i nomi, sei fantastico! (ride)

Ha fama di essere uno dei tuoi film più spinti…

Spinto ma sempre nei limiti.

Come, del resto, anche Nude per l’assassino di Andrea Bianchi dove c’è quella famosa scena finale in cui Nino Castelnuvo pretende di fare sesso sicuro…

Sì, ma erano situazioni lasciate solo all’intuizione, non erano certo mostrate. Non le avrei mai fatte. Mi ricordo di Andrea Bianchi, il regista, ma non saprei raccontarti nessun aneddoto, è uno di quei film molto lontani nella mia memoria. Avevo i capelli corti. Era un periodo in cui mi ero stufata (come molte volte mi è successo nella vita) dei capelli lunghi e volevo trasformarmi. Ho avuto anche i capelli corti corti alla David Bowie e sparati per aria. Ho anche delle belle fotografie che mi ha fatto Vittorio Amati, dove sono fregiata sul viso da un lampo di luce blu. Nude per l’assassino era uno di quei film che ho fatto al di fuori delle produzioni Dania, come La moglie vergine che ho girato per Edmondo Amati.

Dove c’era Carrol Baker e Ray Lovelock con cui so che sei rimasta molto amica, tant’è che l’hai chiamato a lavorare insieme a te anche nei film che hai prodotto di recente…

Ray è una persona adorabile, veramente. È nato con un giorno di differenza da mio figlio. Edwin è nato il 19 giugno e Ray, se non sbaglio, il 18. Quando giravamo le scene di nudo di La moglie vergine ci veniva sempre da ridere.

Cosa ti ricordi del periodo dei cosidetti “decamerotici”, di film come Quel gran pezzo dell’Ubalda, La bella Antonia prima monica e poi dimonia e Quando le donne si chiamavano Madonne?

Poco, molto poco. Perché sono film che non ho mai visto. Mi facevano arrabbiare i titoli. Ero sempre in conflitto sui titoli e non andavo a vedere i film per protesta. Poi Quel gran pezzo dell’Ubalda l’ho visto in televisione, lo davano su Italia 7, dopo tanti anni. I miei amici mi avevano mandato il fax dell’articolo di Walter Veltroni che diceva che era un film da non perdere e così sono tornata a casa, mi sono fatta un panino, mi sono messa davanti alla televisione e l’ho visto tutta da sola e… l’ho molto apprezzato. Era diventato un cult movie già per il titolo, ma devo dire che anche la storia era molto graziosa.

Curiosa questa storia dei titoli e del conflitto che evidentemente dovevi avere in casa, visto che nel frattempo eri diventata la compagna di Luciano Martino, il produttore che decideva i titoli dei film…

Certo ed erano sempre dei grandi litigi. Lui mi diceva: «Fammi fare il mio mestiere che so come si fa». La bella Antonia, però non era suo e neanche le Madonne (ride). Per Giovannona Coscialunga non ti dico invece cos’è successo, quasi non ci rivolgevamo più la parola.

A proposito di titoli fuorvianti: in Anna quel particolare piacere, mi spieghi qual era il “particolare piacere”?

Capisci quello che voglio dire? Quello era un film molto drammatico con Corrado Pani, Richard Conte e John Richardson, dove facevo una ragazza che lavora in un bar a Bergamo, si innamora di un delinquente, rimane incinta e cerca di scappare da lui. Una storia che trovo moderna ancora oggi, che ha anticipato film americani come A letto col nemicoEra un film a cui tenevo molto e devo dire che Luciano è stato molto carino a far scrivere questa storia che potesse mettere in luce anche le mie doti di attrice. Però poi c’hanno messo quel titolo… E lì hanno fatto proprio uno sbaglio, perché intitolandolo in quel modo hanno tentato di mascherarlo da commedia erotica rovinandolo. Hanno proprio messo i piedi nel fango!

E con Karin Schubert, che ti faceva da contraltare in Quel gran pezzo dell’Ubalda, che rapporto avevi?

Karin era bellissima. Ho saputo che dopo ha avuto un sacco di guai, ma all’epoca era stupenda e anche simpatica. Mi è spiaciuto molto per quello che le è successo, che sia finita nell’hard…

Una tua amica era anche Cristina Airoldi…

Certo e lo siamo ancora. Lei fa la produttrice oggi, proprio come me. All’epoca di Lo strano vizio della signora Wardh eravamo due bambine e mi ricordo che lei era emozionantissima, tant’è che dopo aver finito di lavorare, il giorno che hanno girato la sua uccisione nel parco, sono rimasta lì con lei per darle conforto. La chiamavamo Conchita…

E Barbara Bouchet?

Ci vediamo qualche volta.

Torniamo al passato. Parliamo di La vergine, il toro e il capricorno, dove a dirigere, dietro la macchina da presa, c’era il tuo compagno Luciano Martino…

Un ricordo meraviglioso. Abbiamo girato a Sabaudia. Luciano ha debuttato alla regia con grande disinvoltura, perché non scordiamoci che Luciano viene dalla sceneggiatura e ha lavorato con Emmer, Pasolini, Bolognini… conosceva bene il set e quando si è messo dietro la macchina da presa non aveva né paure né dubbi. Dritto come un treno. Poi lì c’era un grandissimo Alberto Lionello che era un bravissimo attore e anche Mario Carotenuto che era delizioso e con cui ho fatto tantissimi film.

Era gente meravigliosa che non viene mai ricordata ma che ha dato tanto al cinema, come Gigi Ballista…

In La vergine, il toro e il capricorno c’è quella bellissima scena dal sapore saffico con Lia Tanzi dove siete nude sul balcone e venite spiate da Carotenuto. Come ti ponevi nei confronti di queste sequenze per così dire lesbo?

Si rideva molto. Non c’era assolutamente niente di morboso. Poi, io sono stata abbastanza fortunata perché ne ho fatte molto poche di queste scene. Mi ricordo in Cattivi pensieri il bacio saffico con quella bella finlandese, Yanti Somer, e poi un altro nel film che ho fatto a Livorno del quale non ricordo più il titolo…

Il vizio di famiglia…

Ah, giusto Il vizio di famiglia con la Juliette Mayniel. Ma questa scena saffica con Lia Tanzi proprio non me la ricordo.

Ma sì, voi eravate sulla terrazza e Mario Carotenuto vi spiava col binocolo…

Ah, sì! Ma li facevamo finta perché lui ci stava spiando. Era per scherzo. Comunque a me quei baci saffici davano un po’ fastidio, ma tra di noi la prendevamo sul ridere…

Facciamo un altro salto temporale e torniamo al passato. Un film strano, “sperimentale”, che ha avuto poi scarsa circolazione che ti ha visto protagonista con altre bellezze dell’epoca come Rosalba Neri e Eva Thulin, è Top Sensation. Che ricordo ne hai?

Di Top Sensation veramente non mi ricordo proprio nulla. Erano gli esordi della carriera. Ho presente che eravamo su uno yacht e che c’era questo ragazzo, come si chiamava?, Maurizio Bonuglia. Il regista era uno che aveva delle pretese e voleva fare un film un po’ intellettualoide, non so se c’è riuscito…

Di Giusva Fioravanti, che da ragazzino svezzato in Grazie nonna è diventato terrorista delle brigate nere e condannato a dodici ergastoli, che mi puoi dire?

Di lui ho un ricordo bellissimo, di un ragazzo carinissimo. Era lì con suo papà e suo fratello e ogni tanto veniva a trovarlo la sorellina. Mi ricordo che con il fratello litigava abbastanza, ma era un ragazzo adorabile, aveva quindici anni o qualcosa del genere… Mamma mia!

In L’insegnante svezzi invece Alfredo Pea e diventi di nuovo campione di incassi al botteghino…

L’insegnante è stato un successo enorme in tutto il mondo, non solo in Italia, ed è stato un film che mi ha dato tante soddisfazioni. Ero l’insegnante di Alfredo Pea che aveva più o meno la mia stessa età (ride). Alfredo è diventato un mio grande amico, è una persona che amo molto. Ha un grandissimo talento, è il Dustin Hoffman italiano. Uno di quegli attori che se fossero nati in America sarebbe diventato un grande. Dustin Hoffman non era un bello come non lo era Alfredo, ma entrambi avevano un talento che li faceva diventare bellissimi. Luciano in quell’occasione c’ha visto giusto e sono stata contenta che per una volta non avesse scelto il solito belloccio per interpretare lo studente. Aveva preso un ragazzo che fisicamente richiamava un ragazzo comune, ma con un talento strepitoso.

In L’insegnante lavori per la prima volta con Nando Cicero un regista stilisticamente diverso da Mariano Laurenti, con cui eri solita interpretare le commedie. Quali sono, secondo te, le differenze tra i due?

Diciamo che NandoCicero era più “soldatesco”, era più sulla commedia, non dico da caserma, ma era più portato al morboso, mentre Mariano Laurenti era molto più leggero. La vera commedia. Ognuno ha la sua personalità e Nando, con cui sono andata molto d’accordo, aveva dalla sua che era molto bravo a girare. Un grande professionista.

Parliamo un po’ delle spalle comiche che hai avuto nei film…

Beh, in L’insegnante c’era Gianfranco D’Angelo che faceva il mio fidanzato, mentre in La dottoressa del distretto militare era un medico. Madonna mia, quante risate ci siamo fatte! Gianfranco è veramente divertente sul set, scherza in continuazione. A differenza, ad esempio, di Renzo Montagnani, che era una persona dolcissima, gentilissima ma che sul set era molto serio. Aveva anche il grosso problema del figlio che lo rendeva molto introspettivo. Era una persona colta, con cui potevi parlare per delle ore. Abbiamo passato delle serate bellissime. Molto diverse da quelle che passavo con gli altri attori più scatenati. Era un uomo molto celebrale. Lino Banfi era la simpatia fatta uomo, anche se pure lui aveva le sue malinconie da comico. Cioè, i veri attori comici nascondono sempre quest’animo triste che ogni tanto esce fuori. Io lo conoscevo bene e sapevo quando aveva questi attimi…

L’episodio di Sabato, domenica e venerdì in cui interpreti l’ingegnere giapponese che capita tra capo e collo in casa a Banfi, è un must della commedia degli equivoci all’italiana…

Quell’episodio lo adoro. Quanto ci siamo divertiti. Mi ricordo che stavamo girando a Milano e mi serviva qualcosa che non erano riusciti a procurarmi. Allora sono uscita in via Manzoni, già tutta truccata da giapponesina, coi fiorellini, la parrucca, il kimono e gli occhi tirati da asiatica e sono andata in questa cartoleria. Appena sono entrata i commessi hanno cominciato a parlarmi in giapponese. (ride)

Adriano Celentano all’inizio di Asso ti offre un bell’omaggio, sintomatico anche dell’effetto Fenech nell’immaginario erotico italiano. Il film si apre con lui che ti bacia, poi si gira verso lo spettatore e, guardando diritto nella mdp, dice: «Vi piacerebbe essere al mio posto, eh?»

È vero, me ne ero completamente dimenticata. Che carino. Ero molto amica di AdrianoCelentano e della moglie, Claudia Mori. Adriano è una persona che amo molto perché è una persona simpatica ma molto riservata, da buon capricorno… Mi assomiglia molto e abbiamo lavorato serenamente.

Siamo così arrivati al momento della svolta. Abbandoni gradualmente il cinema popolare della Dania per arrivare a lavorare con autori del calibro di Ugo Tognazzi, Dino Risi, Pasquale Festa Campanile e Steno…

Una cosa che non mi scorderò mai nella mia vita è l’emozione che ho provato la prima volta che nella mia vita vedevo dal vivo e dovevo recitare con Monica Vitti in Amori miei. Il primo giorno di lavorazione io mi trovavo così, di fronte a Monica, e dovevamo raccontarci cosa stava succedendo tra di noi e tra i nostri mariti. Avevo i capelli corti nel film ma non riuscivano a dargli forma perché ero talmente emozionata che i capelli mi ricascavano giù sul viso e continuavano a riportarmi al trucco per pettinarmi. Cioè, ero diventata elettrica dall’emozione. Infatti sui miei primi piani, in quella scena, ho il cappello calcato sul viso. Era un’emozione indescrivibile avere davanti a me il mio mito. Era bellissima, una pelle meravigliosa, trasparente e un talento strabiliante. Nella scena c’ero soprattutto io che parlavo e lei che  mi ascoltava. Mi sono detta: «O la va o la spacca, perché se commetto un errore alla prima, non riuscirò più a farla…». Steno, poi, voleva girare tutto in piano sequenza senza staccare e così non si poteva sbagliare. L’ho fatta buona alla prima ed è stato per me un sollievo perché temevo di fare brutta figura di fronte al mio idolo. Poi con Steno è nato questo rapporto d’amore professionale che c’ha portato a fare tanti film insieme da Dr. Jekyll e gentile signora a quel capolavoro che è La patata bollente, dove ho lavorato con Renato Pozzetto che ho rincontrato anche sul set di Risi, Sono fotogenico. Un film che adoro, pieno di attori importanti, come Vittorio Gassman e il grande Michele Galabru. Un attore francese che dopo Il vizietto è diventato molto quotato, ma che ha sempre sofferto il fatto di essere relegato nella serie B. Per me, incontrarlo è stata un’esperienza importantissima. Per Sono fotogenico, a Cannes, abbiamo avuto venti minuti di applausi continuati. Che emozione…

Però non eri soddisfatta…

No, perché il mio impegno come attrice diventava minore: in quei film lì erano gli uomini a fare la parte dei leoni, a parte Amori miei naturalmente, dove era la Vitti la vera protagonista. A me non bastava, volevo anch’io avere qualcosa da dire. Forse pretendevo di più di quello che mi veniva offerto…

Si può dire che il cinema di genere offriva più spazio alle donne della così detta serie A…

In un certo senso sì.

Eppure in Cattivi pensieri la parte del leone tu e Tognazzi ve la dividevate al cinquanta per cento…

Lì sì, hai ragione. Anzi, forse ero più protagonista io perché lui pensava e a me capitavano le cose.

Questa fama di seduttore che Tognazzi si portava dietro ce la confermi?

Ma sai, con me si è comportato da gran signore. Ho avuto molta fortuna perché io sono stata sempre rispettata sui set. Credo che molte volte una persona si metta in situazione di creare l’approccio e di mostrarsi disponibile. Io ero legata a Luciano Martino, non ero disponibile e con tutti gli uomini con cui ho lavorato non ho mai avuto problemi.

A proposito di attori: del tuo rapporto con Tomas Milian nell’episodio di Quaranta gradi all’ombra del lenzuolo, cosa ci racconti?

Ma con Tomas eravamo amici nella vita. Ci frequentavamo con Ray, ero molto amica anche della moglie e uscivamo spessissimo insieme, quindi quando abbiamo girato l’ho visto come un amico. Lui è un attore straordinario. In quell’episodio mi ricordo che ha sofferto tantissimo, perché gli avevano messo quegli occhiali terribili ed è stato molto doloroso per lui. Poi era un bellissimo uomo e renderlo brutto è stata un’impresa.

Hai dichiarato che uno dei tuoi film preferiti è Il ladrone

L’ho adorato. È stata una bellissima lavorazione anche se sono capitati degli incidenti molto strani. Ogni volta che avevamo Cristo sul set, che era interpretato da Claudio Classinelli, succedeva qualcosa di strano. Nella scena, ad esempio, in cui doveva attraversare le acque, all’improvviso, a ciel sereno, è arrivata una grandinata con dei chicchi grossi così, come un uovo, che hanno distrutto tutte le macchine che erano lì parcheggiate. Ogni volta che c’era lui, gli elementi si scatenavano. Ci potete credere o no, però io che c’ero l’ho visto e lo posso testimoniare. Claudio era una persona speciale ed è morto in quella maniera così stupida mentre girava un film con Sergio Martino.

È precipitato con l’elicottero…

Sì, ma la cosa drammatica è che avevano già finito di girare e se invece che continuare a volare fossero atterrati subito, Claudio sarebbe ancora vivo. Dio mio, incredibile…

Ma perché ti piace così tanto Il ladrone?

Perché mi è piaciuto molto il mio ruolo, era finalmente qualcosa di diverso e si avvicinava di più a quello che intendevo come lavoro d’attrice. E poi c’era Enrico Montesano che era simpaticissimo e aveva questa mania della pulizia, tant’è che un giorno in albergo a Hammamet, mentre passavo con la mia sarta, vediamo una fiammata provenire dalla sua stanza. Ci siamo precipitate dentro per vedere cosa succedeva ed era lui che stava dando fuoco alla vasca da bagno per disinfettarla. (ride)

Un film che avrebbe dovuto rappresentare una svolta nella tua carriera era Il grande attacco di Umberto Lenzi, con un cast internazionale, veramente inedito per un film di genere italiano…

Per Il grande attacco ho girato solo le scene a Roma, ma sono stata poi a Los Angeles con Luciano mentre facevano la parte americana e mi ricordo questi meravigliosi attori, John Huston, Henry Fonda, Stacy Keach che mi hanno dato una grande lezione di vita. A l’ora di pausa c’era il catering e ognuno della troupe prendeva il vassoio e si serviva. La sarta mi dice: «Ti vado a prendere qualcosa da mangiare?» e in quel momento vedo Harry Fonda con la sua inconfondibile camminata da western prendersi un vassoio e andare a prendersi il suo pranzo. Allora ho detto: «No, no… vado io!». Se va Harry Fonda a prendersi il cibo, allora posso farlo anch’io. Cioè, noi eravamo troppo viziati rispetto a questi professionisti americani che non fanno assolutamente i divi. È stata una grande lezione di vita. All’epoca mi ricordo, poi, che portavo delle grandi cinture tutte lavorate e Harry Fonda è impazzito per una di queste e mi chiedeva sempre dove l’avevo presa per regalarla alla moglie. Alla fine delle riprese gli ho dato la mia. Persone deliziose con cui si poteva avere un dialogo. Passavo ore a fissarli e me li bevevo. Incontrarli è il sogno di chiunque faccia questo lavoro. 

So che proprio durante le riprese del film di Lenzi, in America, eri stata contatta da una Major…

Sì, è vero! Ma come fai a saperlo, questa è una cosa che non ho mai raccontato! Comunque, sì, mi chiesero se ero disponibile per trasferirmi in America, mi avrebbero subito fatto un contratto.  Non ho accettato, perché non ce l’avrei fatta a lasciare in Italia i miei affetti, mio figlio, i miei genitori. So che quel film che avevano offerto a me, lo fece alla fine Goldie Hawn…

Ma non è stata l’unica volta in cui l’America ti ha chiamato, vero?

No, in un’altra occasione mi offrirono addirittura un film con Clint Eastwood. Ma anche in quel caso gli ho detto di no…