Intervista a Barbara Steele

Barbara Steele: la donna gotica
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Probabilmente passerà alla storia come la più grande, la più famosa e la più seducente delle “Scream Queen”. Ma a Barbara Steele, l’horror non piace particolarmente. è uno di quei generi in cui è inciampata e che (inconsapevolmente) l’ha resa famosa. Merito di Mario Bava che l’ha vista modella e l’ha voluta attrice in La maschera del demonio. Prima la bella inglesina aveva calcato le scene al fianco di Elvis Presley in un film di Don Siegel, ma l’esperienza non l’aveva entusiasmata e se ne era andata sbattendo la porta. Ma per una porta che si chiude un portone si apre e, ostracizzata dall’America, Barbara approda in Italia, dove scopre un mondo nuovo, che la assorbe, la conquista e la fa innamorare. Un mondo che è costretta suo malgrado a abbandonare troppo presto, lasciando alla lunga perdere le proprie tracce. Noi l’abbiamo scovata a Los Angeles, nella sua elegante case nei pressi di Beverly Hills e abbiamo conosciuta una creatura strana, raffinata, elegante, ancora all’altezza della fama che la circonda.

Vorrei iniziare parlando dei tuoi esordi…

Ne sai sicuramente più tu di me…

Può darsi ma voglio che me lo racconti lo stesso…

Ma è una storia così lunga! Come ho iniziato la mia carriera? Ho iniziato studiando arte a Londra e durante l’estate recitavo in diversi spettacoli per tirare su qualche soldo. In Scozia mi notarono e mi dissero: «Ti offriamo la possibilità di continuare gli studi e di lavorare allo stesso tempo. Ti va di fare qualche stupido film?». Quindi è così che è cominciata. Non era mia intenzione iniziare questa carriera e lasciare l’Università. Fu colpa del contratto che mi offrì la Twenty Century Fox. Odio dire queste cose,  sono così ridondanti e le sai già…

No, no, non so niente, vai avanti…

Va bene… Allora, mi hanno portato in America e mi hanno messa in un film con Elvis: era roba di cowboy (Stella di fuoco, ndr), perché ero brava a cavalcare. Dovevo essere la fidanzata di Elvis e mi hanno fatto bionda: mi sentivo una perfetta ipocrita, perché non è nella mia natura, sai, io sono una dark! Ho girato per una settimana e c’era una scena di massacro, si supponeva che la mia famiglia fosse stata decimata nel deserto a 200 miglia di distanza e io dovevo arrivare in questa scena, sopravvissuta alla strage. Sembravo Doris Day, con dei pantaloncini a quadretti bianchi e rosa, ero molto bionda e non sapevo niente su come si faceva un film. Per rendere più credibile il mio personaggio mi sono sporcata i vestiti di fango (dovevo sembrare una sopravvissuta a un massacro, del resto…) ma quelli della produzione sono impazziti e mi hanno gridato: «Non puoi fare questo!».

Allora Don Siegel, che era il regista, è entrato nella stanza del trucco con un atteggiamento così negativo nei miei confronti che ho buttato tutto per aria e me ne sono tornata a casa. Quella sera ho preso un aereo per New York e la mattina dopo ho chiamato la Twenty Century Fox dicendo: «Sapete perché non sono sul set? Perché sono a New York e non tornerò più». E loro mi hanno risposto: «Non lavorerai più in questo paese!». E io: «A me va bene così…». Non ero mai stata a New York, avevo solo poche centinaia di dollari, era poco prima di Natale, stava nevicando: sono salita su un taxi e gli ho detto di portarmi nel migliore albergo e lui mi ha portata al Plaza! C’era questa orchestra che suonava, sembrava incredibile…

Bianco natale a New York!

Era fantastico, ma poi è diventato spaventoso: hanno cominciato a mandarmi emissari, rose e persone che mi dicevano: «Torna indietro! Sai quanto costa? O se no dimenticati l’America, non ci lavorerai più!». Io gli ho detto: «Non mi importa, non tornerò mai più indietro!». Ho chiamato un mio amico a Los Angeles e gli ho detto: «Vendi tutte le cose del mio appartamento, io voglio solo le lettere, i libri e i quadretti». Ero come impazzita, avevo una green card, l’ho rispedita indietro e ho detto: «Servirà di più a qualcun’altro». Così è come ho cominciato.

Quando e perché sei venuta in Italia a lavorare?

Sono venuta perché ho incontrato Mario Bava, c’era un mio profilo su Life o qualcosa del genere

Perché tu stavi facendo la modella…

In America c’era uno sciopero degli attori, non sapevo niente di queste cose e ho pensato di andare in Italia. Ci sono andata e ho incontrato Bava, mi sono innamorata dell’Italia; mi hanno detto: «Vuoi fare questo film?»; e io gli ho risposto: «Ok, per me va bene!». Era La maschera del demonio.

Che tipo di persona e di regista era Mario Bava?

Era un gentiluomo, maturo e riservato, a volte timido, molto elegante nella sua persona… era molto bello lavorarci insieme. Era legato all’immagine, e questo è un suo punto di forza. Era un maestro della fotografia, ma quando sei una ragazza giovane e vogliosa di esperienze, queste cose non le noti: vai fuori a pranzo e pensi: «Questi italiani sono fantastici!»… tutte quelle bottiglie di vino nei nostri cestini! Tutta questa energia, questo calore, la troupe, il set era meraviglioso. Mi sentivo come in una favola e pensavo che tutti si preoccupassero solo delle sfumature di grigio e del bianco e nero.

E Mario Bava come si comportava sul set?

Era così creativo soprattutto con gli effetti speciali! Quando reciti, non ti rendi conto di molte cose che sono nella testa del regista, come l’uso della cinepresa o una particolare luce… Era tutto molto entusiasmante ma anche pericoloso. Mi ricordo che in una scena ero legata a un palo sopra una pira che doveva prendere fuoco.

Quando le fiamme sono divampate mi sembrava che la situazione stesse un po’ sfuggendo di mano e Bava mi diceva: «Continua ad urlare!». Non avevo problemi a farlo perché ero davvero spaventata e lui diceva: «Andate avanti a filmare, non vi fermate…».

Ma Mario Bava parlava inglese?

Poco.

Perché pensi che La maschera del demonio sia diventato un cult?

Non lo so… perché era così ipnoticamente meraviglioso, perché toccava le corde dell’emozione, specialmente nei ragazzi. Per quelli che l’hanno visto a 15 e 16 anni per la prima volta è diventato indelebile e ancora oggi fanno le code per vederlo. Dimmelo tu perché è diventato un’icona.

Perché è completamente diverso dai film di quel tempo e perché è incredibilmente moderno.

E’ il Quarto potere italiano…

Anche perché ha scelto di girarlo in bianco e nero, fregandose del colore, la novità del momento soprattutto in campo horror…

Mi ricordo Fellini, quando stava girando a colori per la prima volta e io andai a trovarlo sul set. Mi disse: «Non sopporto il colore, perché il bianco e nero è molto più suggestivo e dà molto più l’idea dei sogni…». Per quanto riguarda i film horror, non penso che si possa fare un grande film del genere se non in bianco e nero. Penso che La maschera del demonio sia come Psycho, il modello è molto simile

A quel tempo La maschera del demonio è stato un grande successo in Italia o no?

E’ stato un grande successo qui in America, perché mi ricordo un famoso produttore che è venuto e mi ha detto: «Che bel film…» e bla bla.

E dopo che La maschera ha avuto successo, tu sei diventata una Scream Queen…

Non mi sono mai preoccupata di questo. Quando vivevo in Italia ero cosi felice di vivere lì che per me fare quel genere di film in quel momento era secondario. Mi importava di più della mia vita reale. Era un momento straordinario a Roma in quel periodo, per me e per molta gente

Era la “Dolce Vita”…

Era un momento di abbandono, con un sacco di gente che arrivava da tutte le parti del mondo. Potevi andare in giro per la strada, e fare amicizia con chiunque…

Quindi non ti importava che il tuo nome venisse legato al cinema horror?

Beh, non me ne rendevo conto, stavo solo facendo i film che mi offrivano. Solo più tardi mi sono resa conto che m’ero legata al cinema horror. Avrei voluto fare altre cose, nessuno vuole essere categorizzato… chiedi a Christopher Lee per esempio. Ma è molto difficile uscirne, perché la gente ti vede solo sotto quell’aspetto… E tu ti chiedi: «Cosa c’è in me di così demoniaco che piace alla gente?».

Come era la tua vita in quel periodo in Italia? Dicci qualcosa su dove vivevi, che tipo di persone frequentavi…

Vivevo in via del Babbuino, giravo a Trastevere in molti posti. Frequentavo per lo più artisti. Tutti in quegli anni erano comunisti e artisti. Conoscevo Moravia abbastanza bene, Pasolini, Fabio Mari e la mia grande amica Elisabetta Catalano che è una fotografa, conoscevo Mario Schifano che era un pittore, Franco Angeli, il mio grande amico Lucio Manisco, un giornalista…

Parlando di film horror, tu hai lavorato anche con Riccardo Freda, un altro dei padri del gotico italiano. Parlaci di lui e delle differenze e/o similitudini con Bava?

Freda aveva un carattere fantastico, mi ricordo che era molto veloce. Si faceva tutto in sei giorni, non avevamo nemmeno un carrello, la cinepresa era su un tappeto, tutto era molto primitivo, Riccardo era molto emotivo e volitivo, si era costruito un castello fuori Roma, un ambiente strano, e aveva una fidanzata molto giovane che veniva sul set vestita in modo provocante…

Con lui hai fatto L’orribile segreto del Dottor Hitchcock: un film pesante per quei tempi…

Necrofilia…

Necrofilia e sesso, non sesso esplicito, ma qualcosa di morboso. un sottotesto insinuante inedito per l’epoca…

Penso che Riccardo Freda fosse cosciente di questo. Era uno che sapeva il fatto suo. Mi ricordo che il film successivo, Lo spettro, l’ha fatto per scommessa. Qualcuno gli ha detto: «E’ impossibile che tu faccia un film in 10 giorni, scriverlo, montarlo, finirlo… un lavoro di 23 giorni e mezzo almeno». Lui invece lo ha fatto. E mi ricordo la frenesia sul set per finire in tempo per vincere la scommessa. Aveva un’energia unica.

Ma tu cosa pensavi di questi film? Ti piacevano?

Sì, mi piacevano… Devo dire che, però, ero più attenta a me stessa che non al film. Non mi preoccupavo molto dei costumi o cose così: potevo avere lo stesso costume per tre film di fila e non erano mai sexy come quelli delle altre… Ma non mi importava.

Con Lucio Fulci hai fatto I Maniaci

Strano, ieri qualcuno me ne ha mandato una copia, ma non l’ho ancora vista. Mi piacciono le commedie, vorrei averne fatte molte. Per la verità sono brava nelle commedie, è una cosa che mi si addice perché sono ironica.

E Fulci?

Carino.

Molti attori e soprattutto attrici dicono che aveva un carattere, per così dire, forte…

Lo so, ma a me piacciono le persone molto emotive. Le capisco, non mi sono mai sentita spaventata da loro, forse sono stata fortunata. Qualcuno diceva che Fellini avesse una reputazione terribile, ma io non me ne sono mai resa conto… Qualcuno diceva che lavorare con lui era un incubo, ma secondo me era invece solo molto sensibile con le persone, anche se aveva sempre una vittima su cui sfogava la sua rabbia.

E chi era la vittima in 8 1/2?

Un ragazzino che non so cosa facesse nella vita. Perché alcuni attori non erano professionisti ma amici di Fellini che lui reclutava: contesse o padroni di bar. Altri erano persone che incontrava per la strada che lo colpivano magari per l’espressione. Ha passato quattro mesi a fare il cast ed era molto cospiratorio con tutti, era molto preciso sulle indicazioni che dava, non diceva: «Cammina!» e basta, ma: «Cammina in questo modo, per favore, puoi annusare questo fiore così…?». Tutti così si sentivano partecipi dell’intimità con Fellini e pensavano di essere tenuti in chissà quale considerazione. Federico non lasciava mai nulla al caso.

Dicci qualcosa della tua esperienza con Fellini. Di come sei stata scelta…

Mi sentivo che avrei lavorato con Fellini, dicevo a tutti che avrei lavorato con lui anche se non era ancora vero. Sapevo che avrei lavorato con lui e così l’ho incontrato: stavo seduta per l’audizione con un sacco di gente, come dal dentista, e lui mi ha salutato con questa voce sottile, quest’uomo grande, e mi ha chiesto cosa avevo fatto la sera prima, mi ha fatto delle domande a caso che non avevano niente in comune con il recitare ma col cibo, i gatti, i profumi, gli amanti… e sono andata direttamente al trucco lo stesso giorno.

Peccato che poi io abbia fatto una delle mie solite follie… A metà della lavorazione di 8 1/2 mi chiama Riccardo Freda per un altro film da fare in pochi giorni. Io ho pensato: «ma sì, chi se ne frega?» e gli  ho detto che andava bene. Proprio in quella settimana che sono stata via però Fellini doveva girare altre scene con il mio personaggio che naturalmente non ha potuto fare. Un incubo!

Durante il periodo del gotico italiano sei stata però anche chiamata dagli americani per la versione cinematografica di Il pozzo e il pendolo

Sì, Roger Corman aveva visto La maschera del demonio e ha pensato che fossi adatta per la parte…

E com’è stato l’incontro con Vincent Price?

Meraviglioso. Era uno dei grandi attori classici, molto intelligente e molto gentile con me…

Più avanti nella tua carriera, hai lavorato con due delle giovani promesse del cinema horror d’oltre oceano: David Cronenberg e Joe Dante

In quegli anni avevo quasi smesso. Mi ero sposata e avevo avuto un figlio; pensavo di non lavorare più ed ero nella sala d’attesa ad Hollywood con altre 16 persone per l’audizione e quando sono entrata ero così furiosa, avevo un atteggiamento così critico… Poi un giorno mi ha chiamato questo ragazzo dal Canada, David Cronenberg, e mi ha detto: «Vuoi venire a fare un film?» e io gli ho detto: «Non so, vieni a parlarmene». Lui è venuto e ha catturato il mio cuore con un enorme mazzo di fiori. Mi ricordo che eravamo sulla spiaggia e stava  arrivando un temporale e quel mazzo di fiori sembrava così grande…

Cosa ti ricordi della lavorazione di Il demone sotto la pelle, il film di Cronenberg?

Me lo ricordo come un bel film, ma ci sono stati dei problemi perché la ragazza che dovevo baciare sulla bocca aveva una terribile influenza e allora ho detto: «Per favore, non chiedetemi di fare questo!». Aveva una tosse terribile, pensavo che stesse per morire, questa donna era mezza morta… E la nostra non era una scena da poco: baciarsi con la lingua, scambiarsi la saliva e io ho gridato: «Aiuto, aiuto!». Lei si è offesa a morte e abbiamo litigato. Non mi ha mai perdonata.

Però la scena l’hai dovuta fare…

Purtroppo sì!

Ti ricordi cosa Cronenberg disse a te e a gli altri di questo film che è molto simbolico e rappresenta il lato oscuro della rivoluzione sessuale del ’68, pre minaccia Aids?

Non ne abbiamo parlato molto. Però lui è sempre stato ossessionato dagli scambi di liquidi corporei. Lo vedi anche in altri suoi film…

Mentre di Joe Dante e dell’esperienza in Piranha?

A dire il vero non mi sono trovata molto bene, ma era colpa mia. Sentivo di non dover essere su quel set, non mi sono mai sentita autentica in quel film, non ne ho mai realmente fatto parte, non mi piacevo, non mi piaceva come recitavo… Ripeto: non era colpa di Joe Dante ma solo mia: non ero presente.

Tornando all’Italia, che cosa ti ricordi di Luciano Salce e Le ore dell’amore?

E’ stato molto divertente, lui era molto simpatico, mi ricordo le sequenze sotto la pioggia, una volta in mezzo alla scena il vestito si è ristretto…

Cosa ti ricordi di Vittorio Gassman e delle frustate che ti dava in L’armata Brancaleone

Che scena!!! Io ero coperta di piume attaccate con la colla e lui mi frustava… Ero abbastanza intimidita da Vittorio Gassman, una grande persona sia come attore che come uomo: era spettacolare come una figura del Rinascimento. Aveva una grande casa sull’Appia Antica con un piccolo teatro, con i sipari di velluto rosso, e circa 50 posti, un piccolo gioiello. Mi ricordo di essere stata una volta a cena a casa sua e aveva regalato a tutti delle bottiglie che aveva nascosto nel giardino e le donne dovevano metterci le loro lacrime

Non abbiamo parlato di un altro regista horror, Antonio Margheriti, cosa ti ricordi di lui?

Aveva molta energia, penso di aver fatto due film con lui, I lunghi capelli della morte e Danza macabra. Era una persona facile alla frustrazione, impaziente. È molto difficile per me ricordare aneddoti specifici di quei set perché i film non li rivedo da anni. Mi ricordo l’uomo, il carattere, ma non i film..

Girano voci che fosse innamorato di te?

Non me lo ha mai detto.

Suo figlio, che è un nostro amico, dice che era pazzo di te e che ha una tua grandissima fotografia a casa sua…

Non avevo mai immaginato che fosse innamorato di me. Non me lo ha mai fatto capire, ma può darsi che quando una persona è molto presa da un’altra diventi distante e timido… non lo so…

Ma tra tutti i registi del cinema gotico italiano, qual è quello a cui sei più affezionata?

Mario Bava era molto intenso, serio e molto concentrato; saltava il pranzo, non interrompeva mai la sua concentrazione durante il giorno, era un intellettuale nel suo campo e nel suo mondo, lo potevi proprio sentire… Era uno che ti stimolava e sembrava che non avesse mai abbastanza tempo per fare tutto. Il cinema era la cosa più importante della sua vita. Indossava sempre giacca e cravatta. Aveva un senso di ordine nella vita e si affezionava alle cose e alle persone. Mi ricordo che durante La maschera del demonio gli è successa una tragedia: gli è morto il cane che adorava e gli è venuta una terribile depressione…

Forse ha espresso parte di questo dolore nel film…

Sì, c’era un sacco di malinconia in lui, io non l’ho conosciuto veramente perché abbiamo lavorato solo in quel film, ma dava proprio un’idea di malinconia. A dirla tutta non sembrava molto italiano…

Non siamo mica tutti così felici…

No, in realtà siete melodrammatici! Lui non sembrava italiano ma più nordico: un’anima celtica. Del resto anche La maschera del demonio non mi sembra un film propriamente italiano…

Perché hai deciso di andartene l’Italia e vivere a LA?

Perché ho incontrato in Italia uno scrittore che viveva qui e l’ho sposato (lo sceneggiatore James Poe). Questo è stato l’errore più grande della mia vita, il mio più grande rimpianto perché ho sempre sentito di essere nel posto sbagliato qui. Ho sempre sentito di aver tradito me stessa e ho sognato l’Italia per anni e continuerò a sognarla…

Torna indietro con noi!

Anche subito!